I Mondiali di ciclismo in Ruanda, tra boicottaggi mancati e speranze di riscatto per l’Africa

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Alla fine, nonostante polemiche e annunci di boicottaggio, i mondiali di ciclismo in Ruanda sono iniziati. Per il Paese, si tratta del primo grande evento internazionale ospitato nel proprio territorio. Ma, a ben vedere, il discorso è possibile estenderlo a livello continentale: è la prima volta infatti che il torneo iridato viene organizzato in Africa. Ed è forse questo a generare una profonda dicotomia legata alla corsa iridata. Per molti, non a torto, l’evento è a uso e consumo della propaganda di Paul Kagame, presidente e padre padrone del Ruanda. Tuttavia, proprio in quanto organizzato in terra africana, il mondiale non può non appartenere anche a un pezzo di Africa che spera nel riscatto.

Le critiche dei mesi scorsi

Le ipotesi di boicottaggio sono iniziate nello scorso mese di gennaio, quando i miliziani dell’M23 sono entrati nella città congolese di Goma. Non è un mistero, tra i corridoi diplomatici, che dietro l’M23 vi sia lo zampino di Kagame. I combattenti, in gran parte tutsi, appaiono come la longa manus militare del Ruanda nella Repubblica Democratica del Congo. Da qui, l’idea paventata da molti di disertare i mondiali in Ruanda e fare pressioni per scegliere un’altra sede. Curiosamente, la questione si è sviluppata lungo un unico filo situato tra passato e presente del Paese africano.

Il ciclismo è infatti lo sport nazionale dell’ex madre patria, il Belgio. Ed è proprio da qui che tifosi e attivisti hanno lanciato diversi appelli all’Uci, l’Unione Ciclistica Internazionale, per togliere a Kagame la vetrina del torneo iridato. Non solo, ma proviene dal Belgio anche la società organizzatrice del mondiale, la Golazo. Anche sui suoi vertici sono piovute molte pressioni per impedire l’arrivo dei ciclisti a Kigali.

Il doppio volto del torneo

Le critiche mosse a Kagame hanno riguardato il suo ruolo nella guerra congolese, così come il suo autoritarismo all’interno del Ruanda e la volontà di usare lo sport come mero fine propagandistico. Del resto, il governo di Kigali sul soft power legato alle competizioni sportive sta investendo molto. Da anni è possibile notare le scritte “Visit Rwanda” sulle maglie di alcune squadre di calcio, mentre nel 2024 Kigali ha ospitato il gran galà della Formula Uno del 2024. Tuttavia, l’eco del conflitto nel Congo negli ultimi mesi è diminuito e le pressioni sul mondiale ruandese si sono affievolite. Il fantomatico show, in definitiva, è potuto andare avanti.

Ma se è vero che il Ruanda avrà così la vetrina tanto desiderata da Kagame, è anche vero che il Ruanda non è solo Kagame. Tra le strade di Kigali scorreranno anche i sogni, tra gli altri, di Valentine Nzayisenga e Diane Ingabire. Ossia due delle più promettenti giovani speranze del ciclismo locale, a cui il mondo delle due ruote ha regalato emancipazione e riscatto. Per loro, pedalare tra le strade di casa rappresenterà un’emozione irripetibile.

Sarà della gara anche Biniam Girmay, stella eritrea e primo africano a vincere una tappa del Tour de France. Per lui e soprattutto per i suoi tifosi, gareggiare in terra africana avrà un sapore particolare. In poche parole, Kigali 2025 apparterrà senza dubbio a Kagame e alle sue velleità politiche. Al tempo stesso però, una parte di questo mondiale apparterrà anche all’intera Africa. Con il continente che potrà sognare, a distanza di 15 anni dal mondiale di calcio in Sudafrica del 2010, di far passare dallo sport il proprio desiderio di riscatto.