Ieri, come non capitava da molto tempo, abbiamo avuto un moto d’orgoglio per l’intervento di un politico europeo di spicco. Ancor più pensando che si tratta del nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ancor più riflettendo sul momento e sulla sede in cui l’intervento è stato pronunciato: il Parlamento della Germania federale nel giorno del lutto nazionale. Un discorso alto, inconfutabile, condivisibile dalla prima all’ultima riga. Andrea Muratore ha già spiegato benissimo in queste pagine perché InsideOver lo abbia apprezzato. Quindi non ci torno, se non per segnalare che chi volesse leggerlo nella sua stesura originale e integrale può farlo qui.
Ed è utile leggerlo, anche per capire il sottile discrimine che, in questi tempi oggettivamente drammatici e difficili da raccontare, può dividere l’informazione da… qualcos’altro.
Il discorso del presidente Mattarella è tutto centrato sul “no” a qualunque guerra di aggressione, qualunque sia la presunta ragione o “circostanza eccezionale” con cui questo o quel potere pretenda di giustificarla. Chi se ne rende colpevole deve essere giudicato, anche prima che lo faccia la Storia. Dice Mattarella: “Il Novecento, con lo sviluppo della industrializzazione della morte, ha trasformato la tragedia dei soldati in tragedia dei popoli. Nei borghi d’Europa e nelle città distrutte dai bombardamenti, nelle campagne devastate, milioni di civili divennero bersagli. Deportazioni, genocidi, hanno caratterizzato la Seconda guerra mondiale. Da allora, il volto della guerra non si riflette soltanto in quello del combattente, ma diviene quello del bambino, della madre, dell’anziano senza difesa. È quanto accade, oggi, a Kiev, a Gaza. La guerra totale esige non la sconfitta, la resa del nemico, ma il suo annientamento. Un accrescimento di crudeltà”.
A scanso di equivoci, il Presidente ricorda “i bombardamenti nelle aree abitate, l’uso cinico della fame contro le popolazioni, la violenza sessuale. La caduta della distinzione tra civili e combattenti colpisce al cuore lo stesso principio di umanità”. E difende a spada tratta il ruolo della Corte penale internazionale, quella che ha spiccato mandati d’arresto contro Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu.
Un discorso epocale, anche perché pronunciato nel tempio politico della Germania, nel Bundestag, cioè nel cuore del Paese che più acriticamente si è schierato con i massacri organizzati da Netanyahu a Gaza. Tristemente indimenticabile il “Israele fa il lavoro sporco per noi” del cancelliere Friedrich Merz.
Ebbene, provate a scorrere le cronache: nella maggior parte dei casi, Israele e Netanyahu sono citati, quando sono citati, en passant, come per caso. L’unico vero aggressore, oggi, è la Russia. Di Israele meglio parlare il meno possibile. E vedremo quali possibili eufemismi verranno usati se gli Usa dovessero attaccare il Venezuela.
Mattarella non ha bisogno di essere difeso da noi, ma la decenza forse sì. L’informazione quotidiana è per la maggior parte costruita non solo per sminuire le responsabilità di Israele ma anche per instillare nel lettore ascoltatore la convinzione che, per quanto riguarda la guerra in Ucraina, tutto va bene, le scelte fatte tre anni e mezzo fa erano perfette e dunque si deve proseguire sulla stessa strada di allora. Anche se la realtà dice esattamente il contrario.
Basta sfogliare i giornali. I russi avanzano? Sì, ma hanno perso un sacco di soldati. Affermazione basata sui dati forniti dagli ucraini e dei quali, per ragioni che dal punto di vista ucraino sono perfettamente legittime, non ci si può fidare. Peraltro nessuno diceva altrettanto quando l’offensiva ucraina del 2022-2023 si trasformò in un disastro. E sarà una combinazione ma nessuno parla degli scambi delle salme dei soldati tra Russia e Ucraina, nei quali i russi hanno restituito migliaia e migliaia di corpi e gli ucraini poche centinaia.
La “flotta ombra” russa è fatta di vecchie carrette, come scrive Paolo Gentiloni su Repubblica. Che però portano petrolio in mezzo mondo. La Russia dal 2023 ha conquistato solo il 2% del territorio ucraino. Però sta per prendersi l’intero Donbass e nel frattempo la sua industria militare sforna ordigni sempre più numerosi e temibili, mentre l’Europa ormai fatica a reggere il passo e si è impantanata in una disputa politico-legale sulla possibilità di versare all’Ucraina i beni russi congelati in Europa. Idea che ha spinto Valerie Urban, direttrice generale di Euroclear, l’agenzia belga che custodisce 193 miliardi di beni russi, a minacciare di far causa alla Ue.
Nessun giornale o Tv pubblica uno degli innumerevoli video, facilmente reperibili in Rete, che mostrano le pattuglie militari ucraine sequestrare gli uomini validi per strada (si sono visti professori portati via durante le lezioni, gente afferrata mentre passava in bici per strada) e caricarli su furgoni senza insegne per mandarli al fronte. Nessuno dà conto dei sempre più frequenti episodi di ribellione, anche violenta, della popolazione, che hanno spinto il Parlamento ucraino a discutere se dotare le pattuglie di droni e di armi da fuoco. Nessuno parla dei sempre più frequenti episodi di insofferenza dei polacchi nei confronti dei rifugiati ucraini.
Qui non si tratta di fare il tifo per questo o per quello. E nemmeno di edulcorare gli eventi per non disturbare i manovratori. Ma dell’esatto contrario: smetterla di fare il tifo e cercare di riportare a lettori e ascoltatori la realtà della situazione. Gli ucraini, nel difendere la patria, non potevano essere più coraggiosi e tenaci di così. Ma noi, se davvero teniamo ad aiutarli a raggiungere una “pace giusta”, qualunque cosa ciò voglia dire, dobbiamo essere molto più onesti e intelligenti di così.
