C’è uno scatto, risalente al 25 agosto 2002, che ritrae in primo piano Adriano Galliani e Saadi Gheddafi. Alle loro spalle, compare invece Luciano Moggi. Sullo sfondo, ci sono le tribune gremite dello stadio 11 giugno di Tripoli. Galliani all’epoca era amministratore delegato del Milan, e anche presidente della Lega Calcio. Moggi, dal canto suo, era alla testa della dirigenza della Juventus. Saadi Gheddafi è invece il terzogenito di Muammar Gheddafi, in quel momento rais incontrastato della Libia. La foto rappresenta uno degli esempi principali di come proprio il rais abbia sfruttato il calcio come elemento di soft power. Il rapporto tra i Gheddafi e il mondo del pallone è stato molto stretto e intenso. La recente morte di Saif Al Islam Gheddafi, secondogenito di Muammar, ha richiamato alla memoria il gheddafismo. E, con esso, le strategie del rais per provare a legittimarsi tramite lo sport più popolare.

Il calcio secondo Muammar
Eppure, all’inizio della sua avventura come leader libico, il capostipite dei Gheddafi sembrava disprezzare il calcio. Nel “libro verde“, il testo con cui il rais ha esposto la sua visione politica, ha dedicato agli sport di massa un intero paragrafo. E ha profondamente condannato l’immagine degli spalti assiepati da tifosi, vista come simbolo di alienazione: “Le migliaia di spettatori che riempiono le gradinate degli stadi per applaudire e ridere – si legge in un passaggio – sono migliaia di stolti incapaci di praticare lo sport di persona”. Essere spettatore, secondo questa prospettiva, rende i soggetti passivi e, per l’appunto, alienati dalle proprie abilità sportive.
Le cose sono però in breve tempo cambiate. Nel 1982 la Libia ha ospitato per la prima volta la Coppa d’Africa e l’approdo della nazionale in finale, con un seguito molto ampio di tifosi con le bandiere verdi negli stadi, ha convinto Gheddafi dell’importanza dello sport e del calcio in particolar modo. Da allora, gli investimenti nel mondo del pallone da parte del rais hanno rappresentato una costante.
Atalanta e poi Juventus, così Tripoli entrò in Serie A
Nel 1990 sono passati solo quattro anni dall’operazione condotta dagli Usa di Reagan contro l’abitazione di Gheddafi. E solo due dalla strage di Lockerbie, attribuita ai servizi segreti libici. Ecco però che sulle maglie nerazzurre dell’Atalanta ha fatto la sua comparsa lo sponsor Tamoil, l’azienda petrolifera di Tripoli. Sponsor che dieci anni dopo ha fatto capolino anche sulle maglie della Juventus. Ma in quel frangente non si trattava più solo di pubblicità. Nel 2001 infatti, tramite la finanziaria Lafico, Gheddafi è entrato tra i soci del club con il 7.5% di azioni.
Investimenti importanti che seguivano quelli già attuati in patria. La famiglia Gheddafi è stata per lungo tempo infatti proprietaria dell’Al Ittihad di Tripoli, compagine biancorossa rivale dei biancoverdi dell’Al Ahly. In questo club ha militato all’inizio della sua carriera anche Saadi Gheddafi. Con questa maglia nella primavera del 2000 ha giocato a Bengasi contro la locale Al Ahly, i cui tifosi hanno denunciato arbitraggi irregolari e per protesta hanno vestito un asino con la maglia di Saadi. Uno sgarbo punito da Muammar Gheddafi con l’invio di ruspe nella sede dell’Al Ahly di Bengasi e la distruzione del centro sportivo. Per molti, questo episodio ha rappresentato l’inizio del dualismo tra Tripoli e Bengasi anche a livello politico.
Nel segno di Saadi Gheddafi
Saadi poi è diventato presidente, giocatore e capitano dell’Al Ittihad. Ma le sue doti non hanno mai convinto il commissario tecnico chiamato a guidare la nazionale libica, l’italiano Franco Scoglio. Quest’ultimo, una volta lasciato a casa Saadi, è stato ovviamente allontanato. Si è comunque così arrivati alla foto iniziale del 2002. Il rampollo dei Gheddafi è allo stadio di Tripoli con Galliani e Moggi perché è riuscito, su input del padre e seguendo il filo del miglioramento dei rapporti politici tra la Libia e l’Italia, a organizzare proprio nella capitale libica la finale di supercoppa italiana. La sfida, vinta dalla Juventus di Lippi contro il Parma, ha rappresentato un “antipasto” della strategia di sportwashing fatta propria poi dai Paesi del Golfo. Strategia che prevedeva, tra le altre cose, la candidatura poi non andata in porto per ospitare i mondiali del 2010.

Saadi negli anni è stato anche presidente della federcalcio libica. Due anni dopo invece è atterrato in Italia con addosso la maglia di una squadra della Serie A, quella del Perugia di Luciano Gaucci. Un altro tassello quindi dello sportwashing in salsa gheddafiana. Tuttavia, il Saadi atleta non ha certo lasciato grandi ricordi. Una sola presenza con il Perugia, una con l’Udinese e zero con la Sampdoria. In mezzo una squalifica per doping e un caso diplomatico scoppiato quando, all’improvviso, il figlio del rais ha deciso di rimanere in Italia per assecondare un suo flirt amoroso. Per tutta risposta, il padre ha convocato l’ambasciatore italiano e ha minacciato ritorsioni economiche.
Le fortune di Saadi sono ovviamente finite con la caduta del regime nel 2011. Anni dopo è apparso in un video in cui veniva bastonato da alcuni carcerieri. Oggi vivrebbe in Turchia, da cui nei giorni scorsi ha postato una foto artefatta del funerale del fratello. Adesso il suo posto è idealmente occupato da Belgacem Haftar, figlio del generale Khalifa Haftar che controlla buona parte della Cirenaica. Belgacem sembra aver ereditato le strategie di sportwashing dei Gheddafi, come dimostrato dal suo ruolo nella milionaria ristrutturazione dello stadio di Bengasi. Proprio la città che più ha odiato e il regime e in cui gli Haftar hanno più interessi a ramificarsi.

