I diritti delle donne e della comunità LGBTQ+ nelle monarchie del Golfo

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Il conflitto in Medio Oriente, scatenato dall’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran, ha riacceso il dibattito mai sopito sulla violazione dei diritti umani e civili delle donne e delle persone della comunità LGBTQ+ all’interno del mondo islamico.

Premesso che sarebbe impossibile in un singolo articolo ripercorrere in modo esaustivo la situazione nel composito e variegato mondo dei paesi a maggioranza islamica, ci concentreremo su alcuni stati della Penisola Arabica, in particolare sulle cosiddette monarchie (più o meno assolute) del Golfo, tutte coinvolte nella deflagrazione in corso. Lo scopo della presente trattazione non è certo quella di sminuire violazioni perpetrate in altri contesti, quanto portare all’attenzione del lettore l’esistenza di situazioni discriminatorie e/o repressive che sembrano non interessare i nostri media,  i quali concentrati sulla condizione della donna iraniana, di gran lunga migliore rispetto a quella vissuta dalle loro omologhe dei Paesi vicini, sembrano spesso dimenticare quanto avviene altrove, magari indotti dalla maggiore aderenza di certi governi agli interessi del cosiddetto Occidente, che sembra preoccuparsi dei diritti umani o civili secondo una logica che potremmo definire a geometria variabile.

Nel loro insieme, le monarchie del Golfo – ci riferiamo ad Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti (tecnicamente una federazione di monarchie ereditarie) –  si presentano agli occhi del visitatore occidentale, o del viaggiatore virtuale, come laboratori di modernità e hub globali (oltre che di basi militari USA), il che contribuisce a oscurare – con una punta di ipocrisia e opportunismo – la condizione femminile e quella degli appartenenti alla comunità LGBTQ+, spesso caratterizzata da discriminazioni sistemiche, repressione legale e controllo sociale, che ne minano profondamente – in taluni casi annullano del tutto – libertà e autodeterminazione. Intendiamoci, non mancano rapporti di organizzazioni indipendenti e analisi che delineano un quadro coerente ed esaustivo, fatto di riforme annunciate (e celebrate in Occidente), che però non possono celare la persistenza di un impianto normativo che seguita a negare i diritti fondamentali. A non voler dire, come ci ricorda un capolavoro del cinema, che non necessariamente cambiando le leggi si cambia la testa delle persone.

La situazione in Arabia Saudita

In Arabia Saudita è stata varata, pure grazie all’apertura al turismo, una grande campagna di modernizzazione dall’alto, promossa dal principe ereditario (e vero dominus) Mohammed bin Salman, il che non toglie che la monarchia assoluta rimanga uno dei paesi più repressivi al mondo per i diritti delle donne e delle persone LGBTQ+. Alcuni rapporti di Amnesty International documentano non solo la persistente criminalizzazione dell’omosessualità, ma anche dure punizioni applicate regolarmente: carcere, fustigazione e, nei casi più gravi, pena di morte, mentre le persone transgender vengono assimilate agli omosessuali, etichettate come “segni di immoralità occidentale”. E non va meglio per le donne. L’assegnazione a Riyad della presidenza del Forum delle Nazioni Unite sullo status delle donne fa da pendant alle restrizioni alla libertà personale, alla condizione legale e alla partecipazione politica delle cittadine, alle quali fino a pochi anni fa era precluso persino il diritto di guidare  – ricordiamo la protesta delle calciatrici contro la sponsorizzazione saudita della FIFA – mentre il velo islamico non è più obbligatorio per legge (a differenza dell’Iran dove è formalmente previsto), per quanto sia richiesto il rispetto di un certo codice di abbigliamento.

Emirati, tolleranza di facciata

Non va meglio negli Emirati Arabi Uniti, dove la tolleranza di facciata e la vetrina futurista non devono far dimenticare la vigenza di una legislazione severa. Non solo le relazioni omosessuali sono criminalizzate in diversi emirati, ma esiste una legge federale che punisce gli “atti contrari alla morale”, formula assolutamente generica che consente arresti arbitrari e atti repressivi nei riguardi di qualunque forma di libera espressione; organizzazioni come Human Rights Watch hanno più volte denunciato l’uso strumentale del cosiddetto reato di “indecenza” per colpire persone transgender e queer. Le donne emiratine, pur godendo di maggiori spazi rispetto a quelle saudite, vivono ancora oggi forti discriminazioni nel diritto di famiglia, nella tutela legale e nella libertà fondamentali.

Le discriminazioni nel Qatar

Un discorso non dissimile potrebbe farsi per il Qatar, particolarmente attenzionato in occasione dei Mondiali di Calcio 2022, che non solo conserva leggi che perseguono le relazioni omosessuali (compresi arresti arbitrari, centri di detenzione e “terapie di conversione”) ma è molto restrittivo, analogamente all’Arabia Saudita, pure sul versante dei diritti delle donne, discriminate in materia di matrimonio, divorzio, custodia dei figli ed eredità; è vero che ci sono state alcune aperture simboliche, ma queste non hanno intaccato un modello di stampo maschilista e patriarcale.

Bahrein, passi avanti

Qualche passo avanti si è registrato in Bahrein, dove le relazioni omosessuali tra adulti sono state depenalizzate nel 1976, il che non ha impedito l’adozione di normative restrittive, come quelle che puniscono le attività “contrarie alla religione, all’ordine pubblico e alla morale”. E pure le donne continuano a essere discriminate nel diritto di famiglia e nella partecipazione politica, in un contesto caratterizzato da repressione del dissenso e controllo della società civile.

Le leggi del sultanato

E chiudiamo questa breve panoramica con l’Oman. Pure nel sultanato le relazioni omosessuali sono vietate e punite dalla legge con pene detentive, mentre le donne vivono condizioni limitanti quanto ad autonomia personale e diritti economici, sulle quali non hanno finora inciso promesse di riforme annunciate (e mai realmente attuate) negli ultimi anni.

Volendo tracciare un profilo d’insieme, emerge che le cinque nazioni condividono tre elementi strutturali sotto il profilo dei diritti delle donne e delle persone LGBTQ+: criminalizzazioni dell’omosessualità, attuata in modo esplicito o ricorrendo a normative poste a tutela della morale pubblica; limitazioni ai diritti delle donne, specialmente sul versante dei rapporti familiari e della partecipazione politica (già di per se stessa fortemente limitata per chiunque); totale assenza di rimedi giuridici o tutela a fronte di discriminazioni. In tal senso, le monarchie del Golfo che tanto hanno investito sulla propria immagine internazionale in senso modernista e progressista, sono un chiaro esempio di come non necessariamente la modernizzazione in senso economico e tecnologico si accompagni necessariamente a progressi sul versante dei diritti civili.

E sarebbe cose buona e giusta se di queste cose si parlasse e scrivesse più spesso, invece di ricorrere a quelle geometrie variabili cui facevano cenno all’inizio, che suscitano il legittimo sospetto che perfino battaglie sacrosante come quelle per il rispetto dei diritti umani e civili siano strumentalizzate ad altri fini. Non lo scopriamo oggi, ma forse le cose date per scontate sono le prime che siamo portati a dimenticare.