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Pete Hegseth è appeso a un filo. Lo scoppio del Signalgate, nelle scorse settimane, sembrava già aver segnato il futuro politico del Segretario alla Difesa dell’amministrazione Trump, Pete Hegseth. In particolare, a porre in bilico la sua permanenza al Pentagono è la seconda rivelazione, diffusa dal New York Times, secondo cui l’ex commentatore di Fox News con un master ad Harvard avrebbe condiviso dettagli sensibili, minuto per minuto, sugli attacchi aerei nello Yemen, non solo con i suoi collaboratori, ma anche in un gruppo privato di Signal che includeva sua moglie, suo fratello e il suo avvocato.

Quest’ultima tegola ha posto Hegseth in una posizione ancor più delicata, mentre si rincorrono le voci – smentite dalla Casa Bianca – di un suo imminente addio. Un bel dilemma per Trump che, almeno in pubblico, ha preso le difese del capo del Pentagono definendolo un “grande patriota” e liquidando il clamore come “isteria mediatica”. Tuttavia, a porte chiuse, i suoi collaboratori stanno valutando per quanto tempo il Presidente potrà permettersi di difenderlo dai continui attacchi. C’è però chi, negli Usa, si fa un’altra domanda che la maggior parte dei media non si pone: chi non vuole il trumpiano Hegseth al Pentagono? E Perché?

Il “golpe” contro il capo del Pentagono

Secondo l’inchiesta del giornalista Ken Klippenstein pubblicata su Substack, infatti, Hegseth è vittima di quella che viene descritta come una campagna sovversiva orchestrata dall’alto comando militare e dalla burocrazia del Pentagono contro l’uomo di fiducia del presidente Usa. Secondo quanto raccolto dal noto giornalista d’inchiesta, il Pentagono starebbe attivamente minando l’autorità di Hegseth attraverso fughe di notizie, licenziamenti forzati, insubordinazioni e ostruzionismo burocratico. “Per quanto i detrattori di Hegseth possano avere ragione nel definirlo caotico e non qualificato”, scrive Klippenstein citando un ufficiale in servizio, “è stato confermato dal Senato. Spetta a Donald Trump rimuoverlo, non ai militari in uniforme che vogliono un altro leader”.

Hegseth, infatti, può essere un personaggio pittoresco, sopra le righe, persino controverso. Ma c’è una fazione dello “Stato profondo” americano che lo vede come un corpo estraneo. Il cuore dell’inchiesta di Klippenstein, infatti, non è la sua competenza. È la ribellione interna al Pentagono, che “rischia di erodere il principio costituzionale secondo cui i militari devono rispondere ai civili eletti, non agire autonomamente. Come disse il presidente Harry Truman, “se c’è un elemento fondamentale nella nostra Costituzione, è il controllo civile delle forze armate‘”.

Hegseth sempre più solo

L’inchiesta di Klippenstein rivela che l’ufficio di Hegseth è stato “svuotato” con la rimozione improvvisa di cinque dei suoi principali collaboratori, tra cui il capo di gabinetto Joe Kasper, il vice capo di gabinetto Darin Selnick e il consigliere senior Dan Caldwell. Questi licenziamenti, secondo fonti interne, sarebbero il risultato di un’azione coordinata da parte della burocrazia militare e civile del Pentagono, ostile alla visione di Hegseth e del presidente Trump.

Caldwell, uno dei collaboratori licenziati, ha dichiarato in un’intervista: “Tutti sanno da dove vengono le fughe di notizie. Provengono dai funzionari di carriera che non approvano ciò che il presidente, il segretario e il vice presidente vogliono fare”. Un generale in pensione, citato da Klippenstein, ha avvertito che “siamo più vicini a una crisi costituzionale qui che con l’immigrazione”.

L’inchiesta di Klippenstein conferma la furiosa battaglia dietro le quinte tra lo “stato profondo” del Pentagono e la nomenclatura trumpiana, un conflitto che va oltre le sorti di Hegseth e mette in discussione il cuore stesso della democrazia americana: il controllo civile sulle forze armate, un pilastro costituzionale che oggi vacilla sotto il peso di ambizioni militari e giochi di potere.

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