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Media e Potere

Hasbara da record: Israele stanzia 730 milioni di dollari per far dimenticare il genocidio

Israele ha decuplicato il budget per la propaganda arrivando a 730 milioni di dollari.
Hasbara Israele

Non è solo una questione di immagine, ma di sopravvivenza strategica. Con un bilancio della propaganda decuplicato in meno di due anni, Israele ammette – attraverso i numeri – che la sua reputazione globale, per via di Gaza e dei fronti aperti in Medio Oriente, è precipitata a livelli mai visti dalla sua fondazione. Secondo la legge di bilancio approvata a marzo, lo Stato ebraico ha stanziato 730 milioni di dollari per la direzione nazionale di pubblica diplomazia, l’hasbara. La cifra rappresenta un incremento vertiginoso rispetto ai 150 milioni dell’anno scorso, che a loro volta erano già venti volte superiori alle spese pre-2023. 

La fetta più cospicua dei fondi è destinata al fronte digitale. Il governo israeliano ha impegnato 50 milioni di dollari in una campagna pubblicitaria massiccia sulle piattaforme social (Meta, Google, X). A questi si aggiungono circa 40 milioni di dollari per ospitare centinaia di delegazioni straniere: non solo politici e religiosi, ma anche influencer, rettori universitari e leader di comunità. L’obiettivo è costruire una rete di ambasciatori volontari pronti a veicolare la narrativa israeliana nei rispettivi Paesi.

Ma la mossa più sorprendente è il contratto da 1,5 milioni di dollari al mese firmato con una società legata a Brad Parscale, ex stratega digitale di Donald Trump. L’azienda – la stessa che aveva già ricevuto 9 milioni per una campagna precedente – utilizzerà strumenti di intelligenza artificiale per modellare l’opinione pubblica globale, micro-targettizzare indecisi e amplificare messaggi pro-Israele. Una vera e propria arma algoritmica al servizio dell’hasbara.

Una “sala stampa di guerra” e il monitoraggio totale

Come già anticipato, è operativa una centrale che monitora centinaia di testate e migliaia di citazioni al giorno su Israele. Ma Middle East Eye aggiunge un dettaglio inquietante: la sala stampa non si limita a osservare, ma interviene in tempo reale, coordinando smentite, contro-narrative e inondazioni di commenti allineati. Guerra ibrida a tutti gli effetti, applicata però alla comunicazione istituzionale di uno Stato alleato dell’Occidente.

A giustificare questa spesa faraonica è il tracollo dell’immagine israeliana, ormai certificato dai più autorevoli istituti di sondaggio. Il Pew Research Center (aprile 2026) conferma che il 60% degli americani ha un’opinione sfavorevole di Israele, con un picco dell’80% tra i democratici. Persino tra i repubblicani under 50 la maggioranza (57%) esprime un giudizio negativo. E il crollo non risparmia gli ebrei statunitensi: il sostegno è sceso sotto i due terzi.

Ma il dato più allarmante per Tel Aviv arriva dal rapporto dell’Institute for National Security Studies (INSS), che parla di un «isolamento diplomatico e di opinione pubblica senza precedenti dalla nascita dello Stato». Lo stesso think tank lancia l’allarme su un «boicottaggio economico strisciante»: aziende, università e organizzazioni della società civile sono sempre più riluttanti a intrecciare relazioni con Israele, un fenomeno che minaccia il cuore della sua economia ad alta intensità tecnologica.

Il crollo dei consensi, una sconfitta per Israele

Così, mentre i sondaggi segnalano un tracollo di consensi, la risposta di Tel Aviv non è un cambio di politica a Gaza e altrove, ma un’operazione su vasta scala per cambiare la percezione dell’opinione pubblica Usa e mondiale, trasformando il globo in un vero e proprio campo di battaglia di propaganda.

La domanda che molti analisti si pongono è se anche una macchina propagandistica da 730 milioni di dollari possa invertire una tendenza così profonda. Perché il problema di Israele è ormai strutturale: l’opinione pubblica occidentale, e in particolare quella americana, sta infatti riconsiderando l’alleanza con uno Stato accusato di genocidio e bellicista. Tema che, fino a qualche anno fa, era considerato un tabù ma che oggi è entrato di diritto nel dibattito politico.

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