Su Google, in diversi Paesi europei, stanno circolando da mesi annunci politici riconducibili direttamente al governo israeliano, nonostante la piattaforma a partire dalla seconda metà del 2025, limiti fortemente questo tipo di pubblicità in gran parte dell’Unione Europea. L’evidenza emerge consultando il Google Ads Transparency Center: una lunga serie di inserzioni – testuali e video – firmate dalla Israeli Government Advertising Agency, l’agenzia statale che cura la comunicazione del governo di Israele.
Le campagne compaiono in Italia, Germania, Austria, Belgio, Svezia. Non sono pubblicità neutre o istituzionali: parlano apertamente del genocidio a Gaza, accusano Hamas, delegittimano le Nazioni Unite, attaccano l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, la UNRWA, mettono in dubbio il lavoro umanitario di Medici Senza Frontiere e colpiscono direttamente figure critiche verso le azioni di Israele come Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU sui Territori Palestinesi Occupati.
In teoria tutto questo non dovrebbe essere possibile. Le regole europee sulla pubblicità online si basano su trasparenza, consenso e tutela dei dati (GDPR), rafforzate dal Digital Services Act, che impone alle piattaforme di fornire etichette chiare. In pratica, però, queste campagne hanno aggirato il sistema grazie a un espediente tanto semplice quanto efficace: la riclassificazione. Gli annunci più apertamente politici vengono etichettati in categorie apparentemente innocue come “Famiglia e comunità”, “Giustizia e pubblica amministrazione”, “Arti e intrattenimento” o “Notizie, libri e pubblicazioni”.
Così contenuti di propaganda politica che hanno l’obiettivo di ridipingere l’immagine di Israele nel mondo vengono camuffati da comunicazione sociale o informativa, vendita di abbigliamento, annunci di vendita superando i controlli della piattaforma.
Dopo ore di analisi ci siamo resi conto che non si tratta di qualche errore occasionale. Lo schema è ripetuto decine e decine di volte, in Paesi diversi, per mesi. Un sistema che ha permesso al governo israeliano di costruire una presenza pubblicitaria massiccia nei principali Paesi europei, proprio mentre il genocidio a Gaza entrava nella sua fase più acuta.
Le immagini che documentano questi annunci sono solo la superficie di un’operazione molto più ampia. Diverse inchieste internazionali hanno mostrato come Israele abbia trasformato la pubblicità digitale in un vero fronte di guerra comunicativa, quella che nei documenti ufficiali viene definita “hasbara”, ovvero propaganda mirata all’estero. Solo nel 2025, secondo un’indagine europea, il governo israeliano avrebbe speso circa 50 milioni di dollari in campagne online per negare l’esistenza della carestia a Gaza, screditare i rapporti delle Nazioni Unite e colpire osservatori e critici internazionali.
La parte più consistente di questo budget è finita proprio a Google. Circa 45 milioni di dollari sono stati investiti tra YouTube e la piattaforma Display & Video 360 per promuovere video e contenuti sponsorizzati. Filmati che mostravano mercati apparentemente affollati a Gaza, per suggerire una normalità che contraddiceva le valutazioni delle agenzie umanitarie, hanno superato i 30 milioni di visualizzazioni, tutte generate tramite pubblicità a pagamento. Proprio queste adv, che non sarebbero mai dovute essere su Google, hanno invaso milioni di pagine web in tutto il mondo.
Parallelamente, le campagne sponsorizzate intercettavano le ricerche degli utenti. Chi digitava “UNRWA” in diversi Paesi europei veniva spesso indirizzato verso pagine governative israeliane che descrivevano l’agenzia ONU come un’organizzazione collusa con Hamas. Lo stesso avveniva con il nome di Francesca Albanese, associata attraverso annunci a presunte violazioni etiche e contatti con gruppi terroristici.
Il caso Albanese è particolarmente emblematico. Per mesi il primo risultato su Google cercando il suo nome era una pagina sponsorizzata del dominio governativo israeliano govextra.gov.il. Il testo accusava la relatrice ONU di parzialità, di violare i principi di imparzialità delle Nazioni Unite e di avere legami con organizzazioni estremiste. Anche in questo caso, l’annuncio risultava classificato nella categoria “Famiglia e comunità”, una definizione che nulla ha a che vedere con un attacco politico mirato.
A questo punto la questione va oltre l’abilità di Israele nel muoversi tra le pieghe delle regole pubblicitarie. La vera domanda è quale ruolo abbia avuto Google nel permettere che tutto questo accadesse.
Le fonti mostrano infatti che il rapporto tra Google e lo Stato israeliano è profondo e strutturale. Nel 2021 Google, insieme ad Amazon, ha firmato il maxi-accordo da 1,2 miliardi di dollari noto come Project Nimbus, fornendo infrastrutture cloud e servizi di intelligenza artificiale al governo israeliano. Un’inchiesta del Guardian ha rivelato che il contratto includeva clausole eccezionali e persino un sistema segreto, il cosiddetto “winking mechanism”, che obbligava le aziende a segnalare in modo occulto a Israele quando consegnavano dati alle autorità straniere, aggirando di fatto normali obblighi di trasparenza.
Oggi sappiamo anche che Google fornisce direttamente servizi cloud al Ministero della Difesa israeliano, che dispone di una propria infrastruttura dedicata – una “landing zone” su Google Cloud – per archiviare dati, processarli e accedere anche a servizi di intelligenza artificiale. Nel 2024 l’azienda ha negoziato l’espansione di questo accesso per più unità militari, con oltre un milione di dollari in consulenze, peraltro scontate grazie al progetto Nimbus. Ufficialmente Google sostiene che il lavoro sia destinato a scopi civili, ma dipendenti interni hanno ammesso che la società ha pochissima capacità di controllare come governi sovrani utilizzino realmente queste tecnologie.
Mettendo insieme tutti gli elementi, emerge un ecosistema unico: Google fornisce infrastrutture strategiche allo Stato israeliano, accetta clausole che limitano i suoi stessi poteri di intervento e, allo stesso tempo, incassa decine di milioni di dollari per campagne pubblicitarie governative che aggirano apertamente i divieti sulla pubblicità politica.
Le analisi raccolte del Transparency Center non raccontano un errore del sistema, ma una tolleranza strutturale
In definitiva, è lecito sostenere che Israele ha potuto fare pubblicità politica su Google perché Google glielo ha permesso: mascherandola, riclassificandola, lasciandola circolare indisturbata. La più grande piattaforma pubblicitaria del mondo si è trasformata in un’arma di parte, dove le regole ufficiali restano sulla carta mentre, nella pratica, vengono piegate agli interessi di chi ha il potere economico e politico per farlo.