Dopo la prima mondiale, a Londra il 15 febbraio 2024, nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, il 1 marzo, è uscita la seconda parte del film Dune: l’opera del canadese Villeneuve, autore già di Blade Runner 2049, sequel del capolavoro di Ridley Scott, apprezzato dalla critica ma rivelatosi un insuccesso commerciale, realizza e raccoglie tutte le premesse della prima parte del film, uscita tre anni fa, e dà finalmente giustizia all’opera dello scrittore Frank Herbert.
Herbert dedicherà alle vicende del pianeta Arrakis, luogo dove si svolge la quasi totalità del film, ben sei libri (l’opera verrà portata a termine in seguito alla morte dell’autore dal figlio Brian, che scriverà alcuni romanzi conclusivi basandosi su note e appunti lasciati dal padre). Ma sia ben chiaro: Villeneuve non ricerca, nella sua pellicola, di riproporre pedissequamente le vicende raccontate nel romanzo di Herbert. Ciò sarebbe deleterio per il ritmo e la narrazione del film, ove gli intrighi e le vicende delle case del Landsraad, la società feudale che caratterizza l’universo letterario del ciclo di Dune, vengono omesse, perlopiù, per concentrarsi invece ancor di più sulla figura di Paul, il Messia profetizzato dai Fremen o, se la si vuole mettere in altri termini, il Kwisatz Haderach, l’Essere Supremo a lungo agognato dalle Bene Gesserit, sorellanza di sole donne che desidera usare i poteri e le abilità del Kwisatz Haderach per i propri fini e per scopi che vanno al di là della vita di intere generazioni.
Del resto anche David Lynch, che nel 1984 aveva già proposto una sua versione cinematografica di Dune, aveva capito che questa strada non era percorribile. Ma se Lynch aveva reso il suo film una sorta di enciclopedia, di gigantesca introduzione ove ogni cosa del mondo di Herbert viene spiegata con lunghe digressioni che spezzano diverse volte il ritmo del film, Villeneuve costruisce un film dove sono le immagini il vero filo conduttore dell’intera intelaiatura: il deserto, le grotte, le dune di Arrakis parlano da sole, poiché non c’è bisogno di spiegare, non c’è bisogno di dover dare un’etichetta ad ogni cosa.
La vita è vita, e come tale va vissuta: le rivolte contro l’imperatore, la lotta contro gli Harkonnen si presentano da sé, e lo spettatore vive queste situazioni nel loro manifestarsi, e nel loro esaurirsi. La superba e solenne musica di Hans Zimmer, che qui si supera nella magniloquenza dei toni maghrebini e arabeggianti, dà vita a una straordinaria sinestesia con le immagini dei grandi Vermi, che attraversano i deserti di Harrakis con la stessa veemenza e potenza visiva dei bisonti nella prateria di Balla coi lupi di Costner. Però se ci si fermasse qui, il film di Villeneuve sarebbe pura forma priva di sostanza, un’urna di pregevole fattura contenente ceneri. Dune Parte 2 lega forma a sostanza: così come si prova meraviglia nel vedere pianeti meravigliosi quali Kaitain, l’Eden dove risiede l’imperatore Padishah Shaddam IV, così si prova orrore nell’assistere al demoniaco spettacolo di Giedi Prime, il pianeta degli Harkonnen dove le parate in armi dei sottoposti del Barone ricordano le celebrazioni naziste di Olimpia di Leni Riefenstahl. Immagini sono le terribili visioni di Paul, che destinano il giovane Atreides all’esistenza di uno spietato condottiero e imperatore, di un Messia che causerà trilioni di morti nella guerra santa condotta contro le case maggiori del Landsraad.
Muhammad Hussein, in un suo articolo firmato per il Middle East Monitor del 15 Marzo 2024, fa un paragone tra le vicende narrate nel film e il terribile conflitto scoppiato a Gaza il 7 ottobre 2023 (noi ci limitiamo a definirlo conflitto: altre personalità, tra cui Moni Ovadia, per citarne una italiana, in una trasmissione per Radio Cusano Campus, hanno forse definito meglio l’orrore che si sta consumando in questi mesi). Il paragone sembra ancora più puntuale se si pensa ai termini usati, “Mahdi” per Paul Atreides, “Fedaykin” per i guerrieri del deserto, che non può non far pensare a Fedayin.
Il giornalista del MEM analizza tutti gli elementi del film che possono essere ricondotti alla guerra, e al massacro che ne consegue, in corso: I Fremen sono il popolo palestinese, oppresso e ormai privo della libertà e della pace, soggetti ai continui attacchi degli Harkonnen, che rappresenterebbero le forze sioniste, e non solo, di Israele (va tenuto presente che non tutti nello stato Israeliano sono favorevoli a bombardare scuole e asili). Tutto sotto gli occhi vigili dell’imperatore, che incarnerebbe l’Impero Britannico, che aveva promesso agli Arabi/ Fremen la Palestina per poi tradirli a favore degli Harkonnen/ Sionisti. Le opere letterarie e la finzione artistica, del resto, trattano spesso di fatti o eventi della storia e della contemporaneità. Nel caso di Dune Parte 2, Paul, il Madhi o il Lisan Al Gaib dei Fremen, è un Messia che opera nella storia, non semplice concetto astratto: quando dovrà intraprendere il cammino che tanto lo angoscia, lo fa mentre vede un popolo distrutto e martoriato.
Nel film c’è una scena in cui gli Harkonnen bombardano una postazione Fremen per fiaccarne la resistenza e per garantire la ripresa della fornitura di spezia, sostanza psicotropa che permette ai navigatori della Gilda di piegare lo spazio e di compiere viaggi interstellari vitali per l’esistenza dell’Imperium (identificato da Hussein quale simbolo del nuovo ordine anglo – americano). Arrakis è pianeta ambito proprio per la spezia, come ambiti sono i territori del Medio Oriente per il petrolio, epicentro dello scontro tra Paesi arabi e potenze coloniali per il controllo della produzione e commercio dell’oro nero.
L’immagine del bombardamento del film non può non ricordare le distruzioni di Gaza, le foto di bambini di 4-5 anni che vedono i propri fratelli, anche piccoli neonati, tranciati da bombe; bimbi che si affidano alla preghiera, per chiedere la fine dell’orrore e quasi per rendere grazie di quei pochi istanti in cui hanno visto i fratelli vivi e per affidarne le anime a Dio. Le preghiere dei bambini per i fratelli morti sono le stesse che i Fremen, oppressi dai soprusi degli Harkonnen, rivolgono a Paul, nella speranza che possano trovare risposta.

Anche perché mentre nell’immaginario mondo delle favole e del cinema, la lotta dei palestinesi è paragonata a quella dei ribelli verso Imperi tirannici (vedi Star Wars, ma non solo) e si “tifa” per i ribelli contro il male, nel mondo reale in cui viviamo si tollera il genocidio e si giustificano le morti di bambini innocenti, quando non si tacciono.
Se la morale comune di molta parte dell’Occidente e del cosiddetto mondo sviluppato, come vediamo, non racconta la tragica realtà, la speranza che ciò accada può venire anche dalla visione di un film, che apra gli occhi sul momento storico che stiamo vivendo.
