Da inizio agosto nel Regno Unito è in vigore la nuova disposizione dell’Online Safety Act, una legge volta a rafforzare il controllo sulle attività online dei soggetti più fragili e a regolamentare l’accesso a piattaforme come i siti pornografici chiedendo, per i produttori di contenuti espliciti, un documento d’identità volto a dimostrare la maggiore età e diverse informazioni personali.
Ofcom, l’autorità garante delle telecomunicazioni nel Regno Unito, ha incassato dal governo di Keir Starmer l’apertura a una proposta volta a governare anche il targeting degli algoritmi, penalizzando sul suolo britannico quelli potenzialmente in grado di risultare dannosi o sensibili. “L’Online Safety Act riconosce direttamente l’impatto degli algoritmi nel targeting dei contenuti destinati ai giovani. Costituisce una parte fondamentale delle soluzioni proposte da Ofcom”, nota “The Conversation” aggiungendo che “la legge impone alle piattaforme di adattare i propri algoritmi per filtrare i contenuti potenzialmente dannosi per i giovani”.
La nuova legge ha suscitato animate discussioni e un acceso dibattito. In primo luogo, infatti, ha fatto molto parlare il fatto che, per quanto dettate da una giusta preoccupazione per la salute dei ragazzi e per la necessità di governare il flusso dei contenuti in uno spazio online sempre più vasto e sempre meno governabile, le nuove misure possano apparire su alcuni fronti eccessivamente invasive per gli utenti.
Le perplessità delle piattaforme e di… Trump
Nel Regno Unito, nota la Cnbc, “Spotify, Reddit, X e numerose altre piattaforme hanno introdotto i propri sistemi di verifica dell’età per impedire agli utenti di età inferiore ai 18 anni di consumare contenuti espliciti”. Le nuove regolamentazioni, però, “hanno portato a lamentele da parte degli utenti di Internet a causa dell’obbligo di condividere informazioni personali come il documento d’identità, i dettagli della carta di credito e i selfie, in alcuni casi per piattaforme che non sono nemmeno qualificabili come siti porno”. Anche la Wikimedia Foundation, che patrocina l’attività dell’enciclopedia online Wikipedia, ha mostrato tutte le sue riserve sulla legge.
In secondo luogo, l’introduzione della norma ha visto come effetto collaterale inatteso l’impennata dell’accesso da parte dei cittadini britannici alle reti virtuali private (Vpn) volte a bypassare la localizzazione fisica nel Paese di Sua Maestà per evitare di dover consegnare i propri dati e la propria privacy alle aziende tecnologiche. Questo può rendere più farraginoso lo svolgimento dei controlli che, al contempo, saranno soprattutto le grandi piattaforme a poter gestire. Il timore di molti operatori è che la legge finisca per favorire, piuttosto che contenere, le Big Tech in termini di accesso ai propri siti vista la loro maggior capacità di gestire gli oneri legali di una legge da 1.700 pagine che per molti player più piccoli potrà causare semplicemente lo stop agli accessi dal Regno Unito per difficoltà ad adempiere.
In terzo luogo, la legge ha suscitato attenzione oltre Atlantico, con l’amministrazione Trump, schierata a favore delle tecno-oligarchie, che ha fatto filtrare tutto il suo malcontento. In nome del cosiddetto “free speech” il Partito Repubblicano conduce da tempo una crociata libertaria contro ogni forma di regolamentazione e dopo la firma dell’accordo commerciale col Regno Unito il governo americano potrebbe guardare di traverso le nuove prescrizioni britanniche.
Certo, fa sorridere vedere ergersi a paladini della libertà d’espressione i trumpisti, che nelle scorse settimane hanno, nell’ordine, sostenuto la repressione nelle università in nome della lotta all’antisemitismo, impedito l’accesso agli Usa a un turista norvegese reo di aver sul telefono un meme sul vicepresidente J.D. Vance e dichiarato guerra alla serie Tv South Park per la sua satira contro Trump. Ma il matrimonio tra conservatori populisti e tecno-oligarchi è saldo e fatto di interessi economici, non valoriali. Anche di questo le autorità britanniche dovranno, giocoforza, tener conto.
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