Gli Usa e lo spauracchio di una “guerra civile”: scatta la mobilitazione contro Trump

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Una società lacerata da guerre culturali e da un livello di scontro politico senza precedenti può scivolare verso una “guerra civile”? Un sondaggio del Pew Research Center del 2020, Political Polarization in the American Public, rivelava dati allarmanti sulla democrazia statunitense: l’80% degli americani percepiva un netto aumento delle divisioni tra repubblicani e democratici rispetto a dieci anni prima, mentre il 76% dei democratici e il 60% dei repubblicani vedeva nel partito opposto una minaccia ai valori fondamentali del Paese. In questo clima di estrema polarizzazione, negli ultimi anni si è più volte ipotizzato il rischio di una seconda guerra civile americana.

A tal proposito, un sondaggio di Rasmussen Reports dello scorso anno riportava che il 41% degli americani teme una guerra civile entro i prossimi cinque anni, con il 16% che la considera “molto probabile”. Solo il 49% si dichiara scettico, mentre il 10% rimane incerto. E se gli Stati Uniti fossero già scivolati verso una “Guerra civile soft”? A scriverlo è uno dei più acuti giornalisti statunitensi, Matt Taibbi, ex redattore di Rolling Stone diventato famoso per l’inchiesta sui Twitter Files.

L’analisi di Matt Taibbi e il richiamo alla mobilitazione

Nel suo recente articolo pubblicato su Racket News, Taibbi analizza un contesto politico sempre più teso, segnato da appelli alla “mobilitazione” e da una retorica che sembra evocare scenari di conflitto imminente. Al centro della sua riflessione c’è una lettera collettiva firmata da 200 ex diplomatici e funzionari della sicurezza nazionale, pubblicata poco prima della visita di Donald Trump Jr. in Bulgaria il 27 aprile 2025. Questo documento, dal titolo L’assalto alla democrazia americana: un invito all’azione, rappresenta per il noto giornalista un segnale preoccupante di un’escalation nella retorica politica statunitense.

La lettera, firmata da figure di spicco come Susan Rice, Anthony Lake e Marie Yovanovitch, utilizza un linguaggio che Taibbi definisce “sorprendente” per la sua urgenza e drammaticità: “Molti di noi hanno servito in Paesi dove leader democraticamente eletti hanno seguito un percorso verso l’autocrazia, e sappiamo che questa crisi richiede una risposta urgente e unita… Aspettare passivamente il calendario elettorale per reagire non fa altro che dare all’amministrazione ulteriore tempo e spazio per imporre il suo marchio autoritario… Nessun americano… può permettersi di essere uno spettatore. Ognuno di noi, in diversi ambiti della vita, deve… parlare, mobilitarsi, difendere il nostro stile di vita. Il momento non richiede niente di meno. Dobbiamo riconoscere la gravità di ciò che sta accadendo e agire collettivamente per ripristinare la nostra democrazia e la nostra sicurezza”.

Taibbi sottolinea come il termine “mobilitarsi” stia diventando sempre più frequente nel discorso politico americano, assumendo una connotazione che va oltre la semplice partecipazione civica. Tale terminologia sembra implicare qualcosa di estremamente radicale, quasi un invito a una “rivolta imminente”. Questo linguaggio, secondo Taibbi, è particolarmente significativo in un contesto in cui l’amministrazione Trump è accusata di minare l’ordine costituzionale attraverso il licenziamento di funzionari, la revoca di autorizzazioni di sicurezza e ordini esecutivi contro studi legali e avversari politici.

Una retorica sempre più bellicosa

Taibbi descrive un’escalation nella retorica politica, non solo da parte dei firmatari della lettera, ma anche da figure come il governatore dell’Illinois J.B. Pritzker, che in un discorso nel New Hampshire ha paragonato i repubblicani ai nazisti e ha invocato “proteste di massa” e la necessità di “combattere, combattere, combattere”. Questo discorso, accolto con entusiasmo da media come il Boston Globe e il Washington Post, rappresenta un segnale di un cambiamento di tono nei democratici, che “finalmente sembrano aver capito il compito”, secondo il Globe.

A un esame più attento, però, spiega Taibbi, la maggior parte delle storie sull'”assalto all’ordine costituzionale” “non sono così allarmanti” come affermano i democratici. Le principali lamentele nei confronti di Trump, infatti, non riguardano la presunta violazione delle regole costituzionali, ma le sue scelte politiche radicali: tagli profondi al bilancio, deportazioni di massa, mega-dazi, l’abbandono del consenso sulla guerra in Ucraina, il blocco di fondi federali e/o dello status di esenzione fiscale ad accademia o organizzazioni come Wikipedia, e altre grandi divergenze.

Esempi? Il clamore mediatico e le relative polemiche scatenate dall’arresto, da parte dell’Fbi, di una giudice di un tribunale di contea, Hannah Dugan, con l’accusa di ostruzione alla giustizia. Un portavoce del Servizio dei Marshals degli Stati Uniti ha confermato a The Guardian che Dugan è stata arrestata nel tribunale dove lavora. Kash Patel, direttore dell’Fbi nominato da Trump, ha scritto su X che Dugan avrebbe “intenzionalmente sviato gli agenti federali” che inseguivano Flores Ruiz, da lui definito un “immigrato illegale”.

La vicenda è stata raccontata dai media come un esempio di un’amministrazione disposta a incarcerare giudici che si mettono di traverso alle politiche del Governo federale. “Hanno inviato un messaggio agghiacciante: che il ramo esecutivo del Governo ora rivendica il potere di punire i giudici che si frappongono alle sue priorità politiche”, ha scritto ad esempio Forbes. Come abbiamo già illustrato su InsideOver, non non si tratta di un episodio “senza precedenti” come alcuni hanno scritto. Inoltre, come osserva Taibbi, “un giudice che aiuta una persona senza documenti a usare una porta laterale per sfuggire all’espulsione è assurdo”. Sul tema si è espresso anche il giornalista Glenn Greenwald, osservando che “i democratici sono in subbuglio per l’arresto da parte dell’FBI di un giudice del Wisconsin. Sebbene questa amministrazione abbia commesso violazioni delle libertà civili, questo caso non è uno di questi se il giudice ha effettivamente ostacolato l’applicazione delle leggi sull’immigrazione”.

Il fantasma della guerra civile

Il tema di una possibile guerra civile ha trovato eco anche nella cultura popolare. Il film Civil War di Alex Garland, con Kirsten Dunst nei panni di una reporter di guerra, ha incassato oltre 100 milioni di dollari, rompendo il tabù di un’America dilaniata da un conflitto interno. La pellicola descrive un futuro distopico con milizie armate, un leader autoritario e cittadini che si combattono nelle strade, dando forma a paure sempre più concrete.

Un’ipotesi, quella della “guerra civile”, presa sul serio anche dai Paesi vicini. Secondo il rapporto Disruptions on the Horizon di Policy Horizons Canada, citato da Politico nel 2024, il Canada dovrebbe prepararsi a un’eventuale guerra civile americana, alimentata da “escalation nelle divisioni ideologiche, erosione democratica e disordini interni”.

Gli appelli belligeranti alla “mobilitazione” contro Donald Trump, uniti al suo atteggiamento tutt’altro che conciliante verso gli avversari, stanno rendendo plausibile ciò che fino a poco tempo fa pareva fantascienza. Il solo fatto che si discuta, con crescente insistenza, di una possibile guerra civile, più o meno attenuata, rivela la profondità della crisi politica e sociale degli Stati Uniti, di cui Trump non è la causa, ma l’espressione.