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In Politics Among Nations, Hans Morgenthau affermava che il “diritto internazionale esiste solo nella misura in cui è compatibile con gli interessi delle nazioni più potenti. Quando questi interessi divergono, il diritto diventa un’arma per giustificare il potere, non per limitarlo”. Dopo il genocidio in corso a Gaza, l’avanzata in territorio siriano, i bombardamenti ai danni di Libano e Yemen, Israele prosegue nella sua guerra allargata contro i suoi acerrimi nemici regionali attaccando l’Iran e il suo programma nucleare, in quello che ormai sembra un tour regionale di distruzione firmato Netanyahu. E a proposito del “diritto internazionale” citato prima, chissà quali acrobazie ascolteremo e leggeremo nelle prossime ore dagli zelanti adulatori dell’establishment pronti a giustificare ciò che non è possibile giustificare, come se, in questo caso, la retorica dell’aggressore e dell’aggredito non fosse applicabile.

Ennesima violazione del diritto internazionale

La vicenda è chiara e l’ha spiegata bene Andrea Muratore sulle colonne di questo giornale: Israele ha lanciato un attacco su larga scala contro l’Iran, colpendo obiettivi nucleari, piattaforme di lancio missilistico e, ciliegina sulla torta, assassinando figure di spicco come il generale Salami dell’IRGC, il capo di stato maggiore Mohammad Bagheri e lo scienziato nucleare Fereydoon Abbasi. Un’operazione che, secondo fonti israeliane, sarebbe solo l’antipasto di una “lunga ondata di aggressioni” che durerà giorni, se non settimane. Netanyahu, con il suo solito tono (melo)drammatico, l’ha definita “un momento decisivo nella storia di Israele”.

È bene essere chiari: la guerra preventiva non è giustificabile né moralmente né giuridicamente, poiché viola i principi fondamentali del diritto internazionale. Secondo la Carta delle Nazioni Unite, l’uso della forza è ammesso esclusivamente per legittima difesa, in risposta a un attacco armato in corso (articolo 51). La “guerra preventiva”, che si basa su una presunta minaccia futura e non su un’aggressione concreta, non trova alcuna codificazione nelle convenzioni o nei trattati internazionali. Essa contravviene all’articolo 2, paragrafo 4, della Carta, che impone agli Stati di astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri Stati.

La questione dell’atomica

Questa non è una disputa tra pari, non è un “conflitto complesso” né una “reazione proporzionata”. È una violazione palese del diritto internazionale, un attacco preventivo contro uno Stato sovrano, condito con l’arroganza di chi sa che il mondo, o almeno una buona fetta di esso, chiuderà un occhio. Anzi, due. E qui entra in scena il circo degli arrampicatori di specchi, pronti a tessere narrazioni contorte per giustificare l’ingiustificabile. Sentiremo i soliti refrain: “L’Iran stava per costruire la bomba nucleare!”.

Eppure, secondo le valutazioni dell’intelligence statunitense, Teheran avrebbe sì la capacità di produrre armi nucleari in futuro, ma ha sospeso il suo programma di armamenti nucleari e non ha ancora padroneggiato tutte le tecnologie necessarie per costruirle. (Per ulteriori informazioni, vedi il rapporto CRS RL34544, Iran’s Nuclear Program: Status, di Paul K. Kerr.) Questo sebbene, la scorsa settimana, il consiglio dei governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) abbia formalmente dichiarato l’Iran in violazione dei suoi obblighi di non proliferazione, con il sostegno di 19 dei 35 paesi membri, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania, esprimendo preoccupazione per le scorte iraniane di uranio arricchito, utilizzabile sia per il combustibile dei reattori sia per armi nucleari. Una mossa contestata da Teheran come “politica”. In ogni caso, una vicenda delicata che si risolve con la diplomazia, come invocato dall’amministrazione Trump: perché non è certo bombardando mezzo Medio Oriente il modo corretto per garantirsi la sicurezza.

Intanto, il mondo guarda. Gli Stati Uniti, che pure avevano detto di non voler essere coinvolti in azioni unilaterali, si affrettano a prendere le distanze, come se non fossero il principale sponsor di Israele da decenni. L’Europa, come al solito, balbetterà qualche condanna timida, giusto per salvare la faccia, prima di tornare a discutere di gasdotti. E i commentatori internazionali? Già scaldano le penne per scrivere editoriali in cui, con acrobazie logiche degne di un contorsionista, cercheranno di spiegare perché Israele aveva “il diritto” di fare quello che ha fatto. E di sanzionare Tel Aviv non se ne parla nemmeno.

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