Quella del Cremlino come un gigantesco ufficio marketing del caos, avvelenatore di pozzi e corruttore dell’opinione pubblica è un’immagine che perseguita il dibattito pubblico europeo da almeno un decennio. Da qui la figura mitologica del troll russo intento a iniettare nelle vene dei social grosse dosi di scetticismo, rabbia e teorie del complotto, con l’obiettivo di far implodere il sogno di Bruxelles. È la cosiddetta “guerra ibrida”, termine che vorremmo anche prendere sul serio, non fosse usato come un prezzemolo discorsivo per spiegare ogni crisi reputazionale dell’Unione europea.
Per rispondere a questa minaccia, comunque, abbiamo eretto delle mura digitali: si chiama EUvsDisinfo, un progetto nato nel 2015 sotto l’egida dell’East StratCom Task Force dell’Ue. Sulla carta, è un’operazione di igiene epistemica. Nella pratica, però, si è trasformata con gli anni nel sintomo di una liberaldemocrazia sempre più paranoica che, per proteggersi dal “falso”, finisce per espellere il dissenso, come un farmaco che sta uccidendo il paziente.
In questi giorni c’è stato un caso limite, quasi comico nella sua pedanteria. Wikipedia riporta come luogo di nascita di Kaja Kallas, primo ministro estone, la “Repubblica Socialista Sovietica Estone”. Per EUvsDisinfo, in un articolo che nel momento in cui scriviamo risulta rimosso dal sito, questa è una vittoria della propaganda russa, una forma di guerra cognitiva che legittima l’occupazione sovietica. La versione giusta doveva essere “Estonia” e basta, dice il sito anti-bufale dell’Ue. Quella che c’era prima del 1991 era semplicemente un’Estonia “occupata”, quindi illegittima.
Qui tocchiamo un nervo scoperto di molto debunking contemporaneo, che pretende di essere neutrale o “tecnico” anche quando è ideologico. Dal punto di vista storico-geografico, nel 1977 l’Estonia era, de facto, l’E.S.S.R. Wikipedia, nel suo rigore quasi autistico da archivista, segue la regola del controllo effettivo del territorio. Eppure, per i fact-checker dell’Ue, questa verità diventa una “narrazione ostile”.se ogni critica diventa
Se ogni critica diventa “pro Cremlino”
Al tempo della chiusura delle frontiere, del rinsaldamento dei blocchi e del nuovo scontro tra civiltà, combattere la post-verità significa ritrovarsi, sponsorizzati dalle istituzioni europee, dei controllori piuttosto arroganti o strabici. Se prendiamo i casi analizzati da EUvsDisinfo nel suo archivio, scopriamo un meccanismo che dovrebbe far tremare i polsi a ogni sincero liberale. La versione “corretta” di ciò che dovrebbe pensare l’elettore informato non viene stabilita tramite un confronto dialettico, ma con un’opposizione binaria. Se critichi le politiche di sostegno all’Ucraina o di gestione della transizione verde, o se esprimi dubbi sulla gestione europea dei flussi migratori, finisci in un database. Non perché la tua critica sia necessariamente falsa, ma perché quella critica fa il gioco dei russi.
Il meccanismo dei debunker di EUvsDisinfo non si limita a correggere dati falsi provenienti da siti notoriamente ambigui come Russia Today o Sputnik, ma bolla sistematicamente come “pro-Cremlino” critiche legittime su temi politici cruciali: sovranità, integrazione e deficit democratico dell’Ue. Trasformare in un’arma psicologica delle potenze ostili ogni disaccordo interno significa restringere lo spazio del dibattito democratico. Significa la securitizzazione del dissenso. E la morte della politica.
Il punto è che EUvsDisinfo si affida spesso a segnalazioni di Ong che hanno interessi politici diretti (come Promote Ukraine). Inutile dire che esternalizzare la verità (anzi, la caccia alle streghe) a enti “terzi” che in realtà sono gruppi di pressione impegnati politicamente ed economicamente in un conflitto, non è un’idea grandiosa.
Tu chiamala, se vuoi, propaganda
Catturata dai rancori etnici e da un peculiare nazionalismo tipico dei liberali baltici, EUvsDisinfo ha smesso presto di essere uno strumento di correzione neutra, diventando un apparato di comunicazione strategica volto a produrre “senso positivo” sull’Unione. Il problema è che il “senso positivo” imposto dall’alto ha un nome molto antico: propaganda.
La fragilità di questo approccio è emersa tante volte, la più fragorosa nel caso dei siti olandesi GeenStijl.nl e TPO.nl. Accusati nel 2018 da EUvsDisinfo di diffondere fake news per aver pubblicato articoli satirici o critici sulla visita di Poroshenko nei Paesi Bassi, i giornali hanno trascinato l’Ue in tribunale. Hanno vinto, e Bruxelles ha dovuto fare marcia indietro, cancellare le accuse e ammettere errori nelle procedure interne.
Nel caso della segnalazione su Wikipedia che sarebbe finita in mano ai russi di cui abbiamo parlato all’inizio, EUvsDisinfo è stata sommersa dalle critiche ed ha cancellato tutto (sia il post su X che lanciava la storia, sia la storia sul sito) dopo nemmeno 24 ore. Senza spiegazione.
Una visione oscurantista del dibattito pubblico
Un giornalista olandese, Arjen Nijeboer, ha scritto tempo fa che piattaforme come questa non dovrebbero nemmeno esistere, perché finiscono col “rappresentare” la posizione ufficiale dell’Unione Europea, la quale, in quanto istituzione che dovrebbe restare neutrale, non dovrebbe stabilire quali testate diffondano informazione e quali disinformazione. Vallo a spiegare al tempo del riarmo, con una Commissione sempre più geopolitica.
L’Ue come terra serena dell’in varietate concordia è bella che sepolta, i social come piazza di confronto aperto anche, e stiamo scivolando verso una visione oscurantista del dibattito pubblico. Del resto, se guardiamo ai dati raccolti dal celebre Wikipedia Scanner (che già nel 2007 mostrava come Cia e Vaticano modificassero le voci enciclopediche a proprio favore), capiamo che la manipolazione dell’informazione è un gioco a cui partecipano tutti. E l’America trumpiana non ha nulla da insegnare ai burocrati europei in materia di libertà d’espressione.
Però è un fatto che, come dice Alberto Alemanno, che si occupa a fondo di questioni europee sia in veste di giurista sia come attivista impegnato a favore di una maggiore integrazione, l’Unione Europea di Von Der Leyen sia un posto sempre più nemico del dibattito e illiberale. Nel tentativo di proteggere il pluralismo dalle interferenze esterne, sta scegliendo una gestione accentrata e pericolosamente autoritaria della comunicazione. Vogliamo davvero combattere il caos emotivo con una verità di Stato, in un deserto informativo dove l’unica voce che risuona è quella del potere che si auto-assolve?-