“Kill Musk’s Twitter”, ossia “Uccidere il Twitter di Elon Musk”. Altro che russi e Russiagate. Sembra proprio che i laburisti inglesi abbiano deciso di ficcare il naso nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti suggerendo alla campagna di Kamala Harris di intraprendere una serie di azioni, tra cui quella di spazzare via una delle più gravi minacce per il Partito democratico: X (Ex Twitter), la piattaforma social dell’uomo più ricco del mondo e sostenitore di Donald Trump, Elon Musk. L’inchiesta, come accade sempre più spesso, non arriva dai grandi giornali e dalle testate più blasonate ma da due giornalisti indipendenti come Paul D. Thacker e Matt Taibbi (l’ex redattore di Rolling Stone noto per aver diffuso i Twitter Files) ed è stata pubblicata su Substack.
I documenti top-secret con il piano dei laburisti
I due giornalisti hanno diffuso una serie di documenti interni del Center for Countering Digital Hate (CCDH), una delle tante organizzazione che si battono contro la “disinformazione”, che rivelano un controverso piano volto a destabilizzare X di Elon Musk. Secondo i documenti trapelati, risalenti ai primi mesi del 2024, la priorità del CCDH, ente no-profit attivo anche negli Stati Uniti, era una campagna intitolata “Kill Musk’s Twitter” volta a colpire finanziariamente la piattaforma di Elon Musk. Un piano che prevedeva di esercitare pressioni sugli inserzionisti affinché abbandonassero in massa X. Il fondatore del CCDH è Morgan McSweeney, influente stratega del Partito Laburista e capo del personale del primo ministro Keir Starmer, menzionato insieme a Matthew Doyle, direttore delle comunicazioni dello stesso premier, in una denuncia federale presentata dal team di Donald Trump, che accusa il Labour di aver effettuato “contributi illegali alla campagna estera” e interferenze nelle elezioni americane. L’accusa è emersa dopo che lo staff del Labour ha organizzato un viaggio per quasi 100 attivisti per fare campagna in favore di Harris in Stati cruciali per le elezioni presidenziali. McSweeney e Doyle hanno partecipato alla Convention Nazionale Democratica di Chicago ad agosto.
Il Partito Laburista ha smentito che il fatto McSweeney abbia fornito aiuto o consulenze di qualche tipo a Kamala Harris ma secondo i documenti trapelati, il CCDH – il cui CEO è un altro stratega laburista, Imran Ahmed – avrebbe indicato tra i suoi obiettivi espliciti “distruggere il Twitter di Musk” e favorire leggi per regolamentare la “disinformazione online”. Questo piano ambizioso si collega direttamente a esponenti di primo piano del Partito Democratico, come la senatrice Amy Klobuchar, che ha presentato diverse proposte di legge sul tema. Questo punto, presente nelle note mensili dell’organizzazione per diversi mesi, conferma un focus costante su Musk e la sua gestione della piattaforma, considerata cruciale nella “lotta alla disinformazione” ma soprattutto una spina nel fianco per l’establishment democratico-liberale che mal sopporta le fissazioni di Musk per il “free speech” e la sua autonomia rispetto alle altre piattaforme social.
I laburisti a sostegno di Kamala Harris
Come ha riferito Politico, il Labour Party ha inviato i suoi più stretti collaboratori alla Convention Nazionale Democratica per discutere con il team di Kamala Harris. I democratici ammirano la strategia di successo del Labour, come la risposta di Keir Starmer alle accuse dell’ex primo ministro conservatore Rishi Sunak sul tema immigrazione: d’altro canto il governo britannico teme che una eventuale sconfitta di Kamala Harris possa lasciare Starmer isolato come unico leader di spicco del centro-sinistra occidentale, mettendo a rischio l’alleanza transatlantica. Oltre a fornire strategie elettorali, più di 100 attivisti ed ex membri del Labour hanno iniziato a fare campagna a favore di Harris, facendo così infervorare il team di Donald Trump, che accusa i laburisti di ingerenze nelle elezioni presidenziali americane.
La formula utilizzata da Keir Starmer e dal gruppo Labour Together per riconquistare il potere nel Regno Unito, nota Matt Taibbi, “ha fatto ampio affidamento sulle azioni aggressive del Center for Countering Digital Hate (CCDH). Quest’ultimo ha cercato di eliminare dalla piattaforma voci rivali sia a sinistra sia a destra, accusandole di bigottismo, disinformazione e altre scorrettezze. Come riportato da Tablet e Racket, uno dei successi del CCDH è stato il boicottaggio degli inserzionisti contro siti di notizie come The Canary, accusato di antisemitismo per le sue posizioni filo-palestinesi”. Oltre a una serie di siti web indipendenti, finiti nel mirino dell’organizzazione vicina ai laburisti, e poi oscurati o censurati. Insomma, dietro la solita retorica trita e ritrita della “lotta alla disinformazione” e “all’odio” online c’è la solita fregatura, una sofisticata operazione politica volta a danneggiare una piattaforma social che, con tutti i suoi difetti, non si vuole piegare a certi diktat.

