Skip to content
Media e Potere

Elezioni Usa: Google, il New York Times e il “trucco” per aiutare Kamala Harris

A poche ore dalle elezioni americane, la campagna elettorale di Democratici e Repubblicani più che politica, è sempre più mediatica.

Mancano ormai poche ore alle elezioni americane del 5 novembre, quando verrà eletto il nuovo (o la nuova) Presidente degli Stati Uniti d’America, con tutto ciò che ne consegue. Ma sarà dunque Donald Trump o Kamala Harris? Agli sgoccioli della campagna elettorale, ormai è sempre più chiaro che queste elezioni potrebbero cambiare il corso di molti eventi a livello internazionale, anche piuttosto lontani dagli Usa, a partire dalla guerra in Ucraina, finora ampiamente sostenuta dall’amministrazione Biden, alla guerra a Gaza, fino al rapporto con la Cina, su cui Democratici e Repubblicani hanno mostrato approcci spesso diversi. Ma a poche ore dal voto, qual è il clima?

Se da giorni si discute dell’impatto che avranno i voti dei cosiddetti “swing states”, ovvero i sette Stati in bilico, tra sondaggi che offrono spesso previsioni opposte, nelle ultime settimane i toni della campagna mediatica, sia per i Repubblicani sia per i Democratici, si sono fatti sempre più accesi, in un evidente tentativo di guidare e “convincere” gli elettori indecisi. Ma se è vero che tra vip di Hollywood, imprenditori, aziende, media privati e potenti della Silicon Valley, è legittimo che ognuno sostenga il candidato che preferisce, quando un finanziamento o un endorsment si trasforma in un conflitto d’interessi?

I finanziatori e l’ombra del conflitto di interessi

Nell’ultima settimana negli Stati Uniti è venuto a galla un possibile caso di “interferenza” da parte di YouTube, Google e il soprattutto il New York Times, che sembrerebbe aver creato un vero e proprio “sistema” complesso, quasi un “trucco”, per cercare di aiutare Kamala Harris a battere Trump. Un fatto piuttosto clamoroso, soprattutto considerando che giganti come Google (e YouTube) contano circa 4.97 miliardi di utenti nel Mondo e sono quindi capaci d’influenzare l’opinione pubblica. Un fatto che però, non è stato commentato, né riportato quasi per nulla dalla stampa italiana e internazionale.

È risaputo che entrambi i candidati godono del sostegno economico di tantissimi imprenditori e potenti: Donald Trump ha dalla sua nientemeno che l’uomo più ricco del Mondo, ovvero Elon Musk; Kamala Harris, solo una decina di giorni fa – il 22 ottobre – ha ricevuto una donazione di 50 milioni di dollari direttamente da Bill Gates, dato che era in svantaggio secondo numerosi sondaggi; e oltre a questo, proprio Google è tra i maggiori sostenitori del Partito Democratico. Niente di “nuovo”, insomma. Ma cosa succede se oltre a questo, il New York Times, uno dei quotidiani più importanti al Mondo, cerca di “silenziare” i Repubblicani? E cosa c’entrano YouTube e Google?

Il New York Times accusa

Alcuni giorni fa proprio il New York Times ha contattato diversi giornalisti, autori e youtuber notoriamente conservatori, tra cui Tucker Carlson e Ben Shapiro, con una particolare richiesta: commentare un articolo del New York Times, che accusa diversi canali YouTube conservatori (in pratica, gli stessi contattati) di essere fonti di ben “286 elementi di disinformazione” sulle elezioni americane. Se Tucker Carlson non solo non ha gradito, ma ha anche pubblicato sul suo profilo Instagram i messaggi ricevuti, dove infine ha mandato i cronisti del New York Times a quel Paese, il caso più eclatante e preoccupante è proprio quello di Ben Shapiro.


Ben Shapiro è uno dei volti televisivi più noti degli Stati Uniti e il suo canale YouTube, a tema politico, conta oltre 7 milioni di iscritti. Il fatto è che il New York Times, oltre alla richiesta di commentare l’accusa dei quasi 300 “elementi di disinformazione”, gli ha anche chiesto se YouTube pagasse i suoi video, e quanto spesso questi video venissero invece demonetizzati a causa del contenuto, come lo stesso youtuber ha poi raccontato. Tuttavia, se è vero che a volte Shapiro ha effettivamente espresso idee controverse, la richiesta del New York Times potrebbe contenere alcuni evidenti bias, a partire dalla fonte utilizzata per determinare la presenza degli elementi di disinformazione.

Media Matters una fonte “imparziale”?

La fonte utilizzata dal New York Times è un’analisi dell’organizzazione giornalistica Media Matters. Fondata nel 2004 da David Brock, giornalista e politico notoriamente vicino ai Clinton e ai Democratici, negli anni questa organizzazione si è costruita una certa reputazione come ente di “controllo”, quando non di dirette pressioni verso volti e politici conservatori. Ebbene, date queste premesse, può un ente come Media Matters essere una fonte “imparziale” di fact-checking su questioni politiche?

La domanda è ovviamente retorica, ma c’è di più. Alla luce dei fatti, sembra evidente che proprio attraverso questa operazione, il New York Times starebbe cercando di fare pressioni sui canali politici vicini ai repubblicani e, se possibile, demonetizzarli, a meno di una settimana dal voto. Perché se le loro accuse vengono prese per fatto certo, la demonetizzazione dei canali YouTube diventa plausibile, come conseguenza della presenza di “disinformazione”.

Se è vero che il New York Times è un media privato, YouTube invece appartiene a Google che, oltre ad essere usato da miliardi di persone al mondo, è anche, come già detto, il più grande finanziatore della campagna di Kamala Harris. tutto questo, oltre a presentare tratti evidenti di conflitto di interessi, non diventa anche un fatto di censura?

Elon Musk ha commentato la questione sul suo profilo X, definendo Media Matters come “l’incarnazione del male”. Una reazione che potrebbe anche far sorridere, ma che tuttavia solleva moltissimi dubbi sulla trasparenza di questa operazione. Che sia dunque questo il colpo finale delle contorte elezioni americane 2024? Una battaglia che si combatte sempre meno attraverso discussioni politiche reali, e sempre più su accuse e tentativi d’influenzare l’opinione pubblica via social.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.