La sconfitta subita da Kamala Harris in queste elezioni presidenziali, che segnano il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, rappresenta anche un’umiliazione per i grandi media, ancora una volta schierati a sostegno del candidato del Partito Democratico. Negli ultimi mesi, la narrazione mediatica “mainstream” ha dapprima esaltato la lucidità di Joe Biden, negando fino all’ultimo le evidenze sul suo evidente declino psico-fisico e derubricandole a propaganda repubblicana.
Successivamente, dopo che il dibattito tra Trump e Biden ha messo in luce in maniera piuttosto umiliante il declino dell’inquilino della Casa Bianca, il profilo della vicepresidente Kamala Harris è stato improvvisamente enfatizzato, presentandola come figura carismatica capace di battere senza difficoltà il candidato repubblicano. Gli ultimi mesi sono stati infine caratterizzati da una copertura mediatica intensiva a favore della Harris, con articoli elogiativi, endorsement di celebrità ed editoriali che descrivevano Trump come una minaccia per la tenuta della democrazia (anche in Italia) e ai mercati. Questo wishful thinking, tuttavia, è stato spazzato via dalle urne: gli elettori hanno manifestato un chiaro malcontento verso un’economia in difficoltà, un’immigrazione fuori controllo che alimenta tensioni sociali, soprattutto nelle periferie, e una stanchezza diffusa per un internazionalismo liberale interventista percepito come lontano dai bisogni quotidiani delle persone e uno spreco di risorse e vite umane.
Com’è stata raccontata Harris
È indubbio, infatti, che Harris abbia beneficiato di una copertura mediatica più che favorevole. Secondo un’analisi condotta dal Media Research Center, citata dal Washington Examiner, i tre maggiori network televisivi statunitensi (NBC, CBS, ABC), hanno fornito una copertura positiva del 78% per Harris, mentre quella per l’ex presidente Donald Trump si è fermata al 15%. Questo vantaggio di 63 punti rappresenta un record storico, essendo circa tre volte maggiore di quello ottenuto dal candidato democratico John Kerry nel 2004 rispetto a George W. Bush. Secondo Rich Noyes, analista di MRC, la campagna presidenziale del 2024 ha segnato un nuovo primato in termini di squilibrio mediatico, con una copertura straordinariamente sbilanciata a favore della candidata dem, una disparità mai riscontrata prima nelle elezioni americane.
Noyes ha criticato duramente il bias mediatico, affermando che “i giornalisti non dovrebbero essere orgogliosi del fatto che la loro copertura favorisca invariabilmente i Democratici nelle elezioni presidenziali dal 1992. Dovrebbero invece essere preoccupati che questo orientamento partigiano sia cresciuto così tanto nel corso degli anni. Ed è assolutamente scandaloso che le elezioni di quest’anno abbiano avuto la copertura più smaccatamente sbilanciata di sempre”.
La denuncia del tycoon
Lo sbilanciamento era talmente evidente che lo stesso Donald Trump ha intentato alcune azioni legali contro alcune testate, affermando che queste stavano aiutando illegalmente Kamala Harris attraverso la copertura mediatica e la pubblicità. La campagna di Trump ha presentato un reclamo alla Federal Election Commission (FEC) contro il Washington Post, accusando il giornale di Jeff Bezos di donare “contributi aziendali illeciti” alla Harris. L’accusa si basa su un rapporto di Semafor, secondo cui il Post avrebbe evidenziato articoli critici verso Trump come parte di una campagna pubblicitaria sui social media, offrendo invece una copertura più neutrale per la candidata democratica.
Secondo Semafor, infatti, il Washington Post, nonostante non abbia appoggiato ufficialmente Kamala Harris, avrebbe sta investendo in campagne pubblicitarie sui social media, come Facebook, per promuovere articoli relativi alle elezioni, con particolare attenzione a quelli critici verso Donald Trump. Sebbene il quotidiano, come molte altre testate, spenda regolarmente denaro per mostrare i suoi contenuti nei feed, nell’ultima settimana avrebbe intensificato in modo significativo gli investimenti pubblicitari, promuovendo decine di articoli elettorali. Soprattutto quelli critici verso il tycoon.
Anche se l’azione legale intentata dal magnate repubblicano non porterà molto probabilmente a nulla, è indicativo del fatto che non solo i grandi media abbiano scommesso su Harris ai danni di Trump – anche legittimamente – ma ormai non incidano né influenzino in maniera significativa il voto degli elettori come accadeva un tempo, quando ogni articolo e ogni editoriale avevano un grandissimo peso. E forse questa “partigianeria” e quest’approccio fazioso e ideologico, sono una delle tante cause di questo declino. Esempio su tutti: la celebre Joy Reid che su MSNBC ha definito la Florida uno “stato fascista di estrema destra”. Una dichiarazione passata in sordina, come se fosse normale, per una celebrity vicina a Kamala Harris, insultare gli elettori di uno stato solo perché vota repubblicano. Una strategia che evidentemente non paga.

