Non mi ha stupito il trattamento riservato dalla diplomazia italiana a una funzionaria italiana delle Nazioni Unite, Francesca Albanese, riconosciuta mondialmente per il suo coraggio e integrità morale nel compimento del suo incarico quale Relatore delle Nazioni Unite sul rispetto dei diritti umani in Palestina. È stata accusata da Israele, Italia e Ungheria, nel corso della recente riunione della Terza Commissione dell’AG ONU a New York di essere di parte,
pro Hamas, di esorbitare dai suoi compiti con dichiarazioni politiche, di non essere credibile. Il delegato israeliano l’ha apostrofata “ strega fallita”. Un episodio grottesco di cui gli esperti di politica internazionale non dovrebbero occuparsi?
Mi permetto di non essere d’accordo. Si tratta infatti di un caso di linciaggio aperto di una funzionaria pubblica, emblematico del prevalere della forza contro il diritto. La demolizione del sistema onusiano e del diritto internazionale dovrebbe essere oggetto di una riflessione a ampio spettro senza rispolverare cinici relativismi con i quali si tende ad inculcare nell’opinione pubblica che la Storia è sempre andata in questo modo. Non è così. Nel secondo dopoguerra l’Occidente difendeva le istituzioni multilaterali come l’ ONU e difendeva i principi di Helsinki sulla cui base dialogava in piena guerra fredda con l’URSS. Ogni qualvolta con la sua politica e le sue azioni militari trasgrediva le norme da esso stesso create, cercava di nascondere il misfatto. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica la yubris occidentale ha sostituito le norme dell’ONU e dell’OSCE con un utilizzo spregiudicato e offensivo della NATO. Coalizioni di volenterosi hanno violato apertamente l’integrità di Stati deboli come la Serbia, l’Afghanistan, l’Irak ,la Siria e la Libia, violando i principi del diritto internazionale. Poche sono state le reazioni negative dell’intellighentia occidentale a violazioni eclatanti del Diritto. Cori di esperti internazionali e di giornalisti, hanno legittimato l’illegalità, aderendo alla
propaganda elementare che ogni volta demonizzava l’avversario, da Milosevich a Saddam Hussein e Gheddafi, passando per il terrorismo in Afghanistan e in Siria, per giustificare la violenza dei regime change, le stragi da parte dell’egemone benevolo e dei suoi protetti.
Nel libro Approdo per noi Naufraghi edito da Paperfirst e in libreria il 4 novembre, cerco di indagare le cause profonde della fine del multilateralismo. Fattori economico-sociali e geopolitici hanno concorso all’instaurazione di un clima culturale che celebra la dimostrazione della forza contro le più elementari regole alla base della convivenza tra gli Stati membri dell’ONU tra le quali ricordiamo: non ingerenza negli Affari Interni di un altro Stato, autodeterminazione dei popoli e integrità territoriale. La mancanza di istruzione, il dilagare della sottocultura, la distruzione dei corpi intermedi, sindacati e partiti radicati nella società civile, ha portato a una frammentazione della società civile, priva di reali spinte aggregative e destinata alla passività della società fluida di Baumann o della comunità di consumatori eterodiretta e omologata dal nuovo fascismo del linguaggio televisivo, denunciato da un Pasolini visionario già negli anni Settanta.
Le guerre di esportazione della democrazia di Bush sono continuate con l’attacco alla Libia di Cameron e Sarkozi, con la fomentazione della guerra civile in Siria ai tempi di Obama, con gli attacchi di Israele a Yemen, Libano, Iran, Qatar, supportati da Trump, fino al genocidio di cui sono complici gli Stati Uniti e i Paesi europei, accomunati dal rifiuto di interrompere le relazioni politiche, militari e economiche con Israele, malgrado la Convenzione sul genocidio, la CIG, la commissione indipendente del Consiglio per i diritti umani dell’ONU , la CPI, e le tante organizzazioni non governative per i diritti umani, abbiano documentato come Tel Aviv si sia macchiata di crimini contro l’umanità, di pulizia etnica e di genocidio. Le efferatezze della Storia sono state rese possibili grazie alla zona grigia, una tela di complicità che ha interessato la diplomazia, l’amministrazione, il settore privato, lo spazio mediatico.
La manipolazione politico mediatica riesce a silenziare il dissenso con le accuse menzognere relative all’accostamento delle poche voci che si levano contro il
sopruso e la violenza al male assoluto identificato con Putin, Hamas, il terrorismo. La tecnica di criminalizzazione dell’avversario è così trasparente che appare incredibile sia accettata dal ceto moderato, dall’elettorato delle destre e del PD. L’Occidente, che rappresenta una percentuale ormai minoritaria di popolazione, risorse e materie prime, di Pil mondiale, grazie alla supremazia militare si erge a
creatore del bene e del male, si autopromuove come Democrazia in guerra con autocrazie e terrorismo, emana sanzioni a nome di una fantomatica Comunità
Internazionale, fomenta rivoluzioni colorate nel vicinato russo, corrompe i media e le classi dirigenti di Paesi fragili con lauti finanziamenti alla frontiera orientale dell’Europa come in Medio Oriente, ritorna alle tecniche già sperimentate, operazioni coperte e instaurazione di regimi dittatoriali e fantoccio in America Latina.
La dottrina Monroe, definita nel diciannovesimo secolo, viene rispolverata per giustificare omicidi mirati e preparare attacchi ai Paesi che detengono materie prime e che non sono stati ancore desovranizzati. Il Venezuela è nel mirino di Trump come in quello dei predecessori. Tutti sanno che Caracas non è il centro propulsore del narcotraffico, meno di quanto lo siano i porti di Anversa e di Rotterdam. Il mondo di Barbie trionfa. Abbiamo creduto nel paradiso
tibetano abitato da pacifici monaci buddisti, alla democrazia ucraina, di fatto svenduta a interessi occidentali, sotto legge marziale e ricattata dalla componente neo-nazista al Governo, a Israele unica democrazia de Medio Oriente; possiamo ora credere in Corinne Machado, premio Nobel per la pace e liberatrice del suo Paese.
Ripeto: non si tratta di episodi folcroristici ma di segnali emblematici della svolta verso l’autoritarismo delle oligarchie liberali.
La militarizzazione del dollaro, vittima della trappola del debito, marca la fase odierna dell’imperialismo finanziario, costretto a una espansione permanente in cerca di nuove materie prime e risorse che permettano al meccanismo inceppato di sopravvivere. Il debito per le armi, i profitti del complesso militare-industriale, sono fortemente voluti dai potentati economici, dai grandi fondi protagonisti del
capitalismo finanziario. Se le politiche neoconservatrici di smantellamento della
Federazione russa che, a partire dalla decisione di espandere la NATO presa nel 1997 al Dipartimento di Stato, sono state portate avanti con estrema coerenza da
Washington, documentate dalla Rand Corporation nel 2019 e dagli incontri del consigliere Arestovich con i suoi interlocutori internazionali nello stesso anno, fossero messe da parte e si prendesse atto della realtà del loro fallimento, la pace in Ucraina potrebbe aver luogo immediatamente.
Non ci stancheremo, contro le menzogne che circolano circa la minaccia russa all’Europa ma anche in antitesi ad analisi ambigue inclini a considerare impossibile la mediazione, di affermare che la Russia è stata provocata dall’aggressione strategica della NATO e che non mira alla conquista di territori ma lotta per la propria sovranità. Un’Ucraina neutrale e vicina all’UE, la fine delle sanzioni e della mentalità da guerra fredda potrebbe permettere di salvaguardare territori
ucraini. Le garanzie per una pace duratura e per le minoranze russofone sarebbero essenziali a salvare Kiev. I soldati ucraini sono purtroppo carne da macello. Gli ultimi sviluppi mostrano centinaia di ucraini assediati dalle truppe russe che non ricevono ancora l’ordine da parte di Zelenski di arrendersi. L’Europa guerrafondaia e tutta la zona grigia è complice di una carneficina in corso.
La ripresa dei bombardamenti a Gaza, legittimati dallo spazio politico mediatico occidentale, erano prevedibili. Accettare la proposta indecente di Trump al fine di far terminare l’Inferno, di sospenderlo solo per poche settimane, è un’altra prova di come l’uso mafioso della forza prostri le vittime e i difensori del diritto. Nel ritorno al protettorato anglosassone a Gaza e agli Accordi di Abramo non c’è alcuna prospettiva politica per i palestinesi. Hamas disarma solo se viene accettata una
soggettività palestinese, in tutte le sue componenti, che possa negoziare la ricostruzione di Gaza e un futuro Stato Palestinese. Questo avverrà soltanto se Washington e Bruxelles riconoscono il fallimento del Grande Israele e di un progetto coloniale e di dominio nella regione perseguito dal 1967 in poi, nell’illegalità e nell’impunità da Tel Aviv, con la complicità europea e americana.
L’accettazione della realtà da parte di burocrazie asservite ai grandi fondi, al complesso militare industriale, alle lobby della finanza e delle armi in osmosi con quella di Israele, può essere obbligata dalle manifestazioni popolari, da quella generazione Zeta che ancora non ha un’istanza rappresentativa politica e che per ora esprime soltanto indignazione morale. Le strumentalizzazioni dello spazio
politico mediatico sono molteplici al fine di normalizzare le guerre e il genocidio. È necessario reagire uniti contro le false accuse di antisemitismo. Israele è contestato non in quanto Stato ebraico ma in quanto Stato terrorista. Gli ebrei e i non ebrei che difendono i crimini di Israele contrabbandandoli per il diritto di difendersi e che negano il genocidio sono contestati non per l’odio contro gli ebrei ma per una sana indignazione morale contro le atrocità. La libertà di espressione va difesa seguendo l’esempio di Pertini:mi batto affinchè il mio avversario possa parlare.
Eppure esistono dei valori radicati nel DNA delle società civili democratiche che ammettono eccezioni. Non si ascolta in Tv e nelle università chi fa propaganda razzista contro le minoranze nere e etniche in generale. Non si lascia libera parola ai negatori dell’olocausto. Per coerenza, allo stesso modo, non è più tollerabile la negazione del genocidio che, qualora la diretta tv non fosse bastata a mostrarlo, è ormai documentato dai tribunali internazionali, dagli stessi ebrei esperti di Olocausto, dalle molteplici organizzazioni umanitarie.

