Un’azienda israeliana specializzata in operazioni di disinformazione online ha formato funzionari del governo angolano, per almeno 3 mesi nel 2026, con il fine di costruire narrazioni artificiali e benevole verso l’operato del governo, creare profili falsi e aumentare artificialmente la diffusione dei contenuti sui social network. Insomma, una squadra di cyber disinformatori interni al governo in Angola.
È quanto emerge da una nuova ricerca del Citizen Lab (Università di Toronto), pubblicata il 17 settembre e firmata da Alberto Fittarelli, John Scott-Railton e Maia Scott, dedicata a BlackCore, una società israeliana che si presentava come impresa di marketing, tecnologia e “guerra dell’informazione”. Secondo il rapporto, l’azienda offriva, sia a privati che a governi in tutto il mondo, campagne digitali in grado di orientare il dibattito pubblico.
Il progetto analizzato dai ricercatori si chiama Angolan Government Campaign ed è rivolto alla squadra di comunicazione del governo angolano. L’obiettivo dichiarato era costruire un sistema professionale e scalabile per la comunicazione di Stato, superando quelle che BlackCore definiva “pratiche amatoriali”. Ma il progetto si è dimostrato tutt’altro che una semplice strategia di comunicazione politica.

Angola Government Campaign. Screenshot dalla ricerca su BlackCore di CitizenLab
Il programma doveva durare quattro settimane, ma il rapporto finale indica che la formazione e le attività pratiche sono andate avanti per almeno 14 settimane in Angola, dal 19 gennaio fino ad aprile 2026. Durante il corso, i funzionari del governo angolano hanno studiato storytelling, scrittura strategica, gestione del traffico online e operazioni sui social media. Una parte importante del programma riguarda la creazione e la gestione di campagne su Facebook, Instagram e TikTok. Non si sarebbe trattato soltanto di lezioni teoriche: i partecipanti hanno imparato a progettare contenuti, pubblicarli, osservare le reazioni del pubblico e modificare la strategia sulla base dei risultati.
Profili falsi e contenuti coordinati
Il metodo descritto dal Citizen Lab segue lo schema tipico delle operazioni di influenza clandestina. I contenuti venivano pubblicati da pagine e profili che sembravano appartenere a persone comuni, attivisti o testate indipendenti, ma che in realtà erano collegati a un’unica campagna generale. Uno degli elementi principali era una pagina Facebook chiamata Agita News, presentata come una testata giornalistica. La pagina pubblicava contenuti originali e collegamenti ad articoli ospitati su un sito esterno, oggi non più disponibile. I post venivano poi diffusi in gruppi e comunità online, con l’obiettivo di moltiplicarne la visibilità. In questo modo, un messaggio costruito da una struttura coordinata poteva apparire come un’opinione spontanea e condivisa da molti utenti. Nel rapporto finale fatto dall’azienda, a fine training e visionato dai ricercatori del Citizen Lab, BlackCore ha indicato la produzione di oltre 40 contenuti online e la valutazione di almeno 24 pubblicazioni realizzate dai partecipanti del governo angolano.
Un modello internazionale
Secondo il rapporto, il caso angolano non sarebbe isolato. BlackCore è stata collegata ad attività rivolte anche a pubblici in Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Togo, Gabon, Iran e Australia.
Ci racconta Alberto Fittarelli, intervistato da InsideOver, circa il tipo di attori coinvolti nell’operazione di BlackCore: “Si tratta di attori “mercenari” nel vero senso della parola, puramente al servizio del cliente pagante. A volte le narrazioni da loro distribuite in modo occulto supportano ideologie anche opposte, come per esempio descritto nel recentissimo rapporto di Anthropic su un’azienda francese che operava proprio in questo modo. Anche se rimane difficile pensare che – specialmente in alcuni Paesi – le aziende si pongano in diretto contrasto con la posizione geopolitica del proprio governo”.
BlackCore utilizzava parole tipiche del marketing, come pubblico, engagement, campagna, ottimizzazione e risultati. Ma dietro questa terminologia, secondo il Citizen Lab, c’erano attività più aggressive: identità inventate, contenuti coordinati, amplificazione artificiale e tentativi di influenzare la percezione del pubblico su temi politici e sociali.
Ma qual è il confine tra una normale attività professionale di comunicazione politica e un’operazione di influenza ingannevole?
Fittarelli ci risponde così: “L’inganno è la discriminante. Nel caso di BlackCore, l’azienda faceva vanto del poter nascondere al pubblico la reale natura e provenienza degli account social utilizzati nelle campagne da loro promosse. Addirittura, pubblicizzava la propria capacità di lanciare non solo campagne positive – quindi a supporto di una specifica narrazione, pur se in modo ingannevole – ma anche negative, per bloccare e redirigere la conversazione degli utenti reali quando le opinioni espresse non fossero di gradimento al cliente dell’azienda. Tutto questo è alla base di quelle che nel mondo anglofono vengono chiamate influence operations, per differenziarle dalle strategie di comunicazione politica “in chiaro””.
Il caso mostra come la manipolazione dell’informazione sia diventata un servizio acquistabile sul mercato. Un governo o un altro cliente può affidarsi a una società privata per creare contenuti, gestire profili, diffondere messaggi e misurare i risultati senza esporsi direttamente. Secondo il Citizen Lab, BlackCore rappresenta quindi un esempio dei rischi dell’industria dell’influenza a pagamento: aziende private possono fornire ai governi strumenti completi per costruire un ecosistema digitale artificiale con il fine di orientare il dibattito pubblico creando un vero esercito all’interno del governo.
Quanto alla frequenza di un’operazione così complessa, abbiamo chiesto a Fittarelli quanto spesso si vede un’azienda addirittura andare a formare una squadra governativa per poter poi fare “disinformazione” in autonomia. Fittarelli: “Non è una situazione storicamente comune, ma nemmeno inedita. Per esempio, nel 2019 l’azienda allora ancora chiamata Facebook identificò un’operazione di origine russa in diversi Stati africani in cui parte dell’attività era svolta da cittadini dei Paesi coinvolti. La valutazione al tempo fu che si trattasse di una tattica per nascondere la mano del governo che sponsorizzava l’operazione. Nel caso più specifico delle aziende di influenza coperta a pagamento, rimane più comune vedere le aziende stesse gestire le operazioni in prima persona, come per esempio nei casi di “Team Jorge” (2023) o, prima ancora, Archimedes Group (2019), entrambe israeliane.
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