Il Senato Australiano è stato nei giorni scorsi animato da una discussione accesa su un tema apparentemente rilevante ma con ricadute politiche non secondarie: l’Eurovision. Sara Henderson, senatrice del Partito Liberale che guida l’opposizione a Anthony Albanese, ha interrogato in un intervento alla Commissione Bilancio del Senato l’emittente pubblica Sbs per il fatto che, a suo avviso, avrebbe eccessivamente penalizzato Israele, classificatosi secondo dietro la Bulgaria con il cantautore Noam Bettam ma indietro nelle classifiche della giuria australiana. Canberra, va sottolineato, partecipa all’Eurovision come Paese ospite e dunque la sua emittente ha diritto di voto. Per Henderson, va indagato perché Israele “non ha ricevuto alcun voto”, come se la senatrice esponente del campo opposto al Partito Laburista di governo paventasse un condizionamento politico nelle scelte della Sbs.
Eurovision, Israele, Australia
Henderson, sbagliando, ha detto che Sbs ha classificato ultima, 25esima su 25 Paesi, Israele. Ma in realtà questo è impossibile, perché un Paese nel voto non può auto-votarsi, e questo riduce a 24 i Paesi che si possono scegliere, mentre “Out in Perth” ricorda che la giuria ha piazzato Israele al 22esimo posto, davanti a Regno Unito e Austria, mentre i televoti l’hanno piazzato al 20esimo, davanti a Germania, Austria, Lituania e Belgio. L’artista israeliano non ha ricevuto punti perché in queste classifiche vanno a punti solo le prime 10, che contribuiscono ai risultati finali. In Australia, semplicemente, la canzone israeliana non ha sfondato come altrove, dove Bettam è stato votato con maggior intensità. Israele si è classificata terza nei voti internazionali del pubblico e sesto in quello delle giurie internazionali, col combinato disposto che le ha permesso, vista la grande asimmetria tra punteggi di altri concorrenti, di conquistare la seconda piazza dietro la dominante Bulgaria.
“Prossimo passo: voto obbligatorio per Israele nei concorsi canori”, ha ironizzato su X il giornalista d’inchiesta Glenn Greenwald. Pensare a motivazioni politiche dietro questa scelta è quantomeno remoto: il pubblico e la giuria australiana si sono trovati concordi nel bocciare, dal loro punto di vista, la canzone di Bettam, così come sono stati concordi nel premiare al primo posto la bulgara Dara. Piuttosto, sono state le emittenti pubbliche israeliane a essere messe sotto osservazione dall’organizzazione dell’Eurovision per l’aperta propaganda e gli inviti a votare per lo Stato Ebraico fatti nel 2025 e nel 2026. La polemica emersa in Australia si inserisce in un contesto politico, quello australiano, dove il tema Israele è una linea di faglia tra maggioranza e opposizione.
Henderson e gli attacchi a Albanese per la Palestina
La senatrice Henderson, in tal senso, interpreta una delle ali più apertamente filoisraeliane e occidentaliste del Partito Liberale. Quando Albanese, nel settembre 2025, ufficializzò il riconoscimento della Palestina, la senatrice pubblicò un tweet di fuoco affermando che “la Palestina non è uno Stato sovrano” perché non aveva “confini riconosciuti” (falso, li ha dagli Accordi di Oslo del 1993), mancava di “un governo effettivo” (ma questo è tale soprattutto per la presenza di un’occupazione israeliana) e “non ha formali relazioni diplomatiche con altri Paesi” (anche se due terzi del mondo la riconoscono). Per Henderson Albanese stava compiendo una “truffa al popolo australiano”. Più di recente, ha sostenuto la guerra di Usa e Israele all’Iran.
Nata nel 1964 nello Stato di Vittoria, di cui è stata parlamentare, già giornalista a Brisbane e Melbourne per Channel 7, Channel 9 e Channel 10 prima e per Abc poi, è stata eletta al Senato nel 2019. Questa sua polemica le ha dato visibilità internazionale anche se, forse, non nel modo che maggiormente si aspettava. Le sue parole ci ricordano che oggigiorno, quando si toccano Paesi come Israele, tutto diventa eminentemente politico. Anche quando si tratta di un festival musicale e anche quando lo si commenta dall’altra parte del mondo. Sono tempi di grandi divisioni e fratture, e l’emersione dei “difensori d’ufficio” di Tel Aviv mostra la profondità di queste faglie in una fase in cui i favori internazionali per Israele, sulla scia della condotta internazionale del suo governo, sono quantomeno al lumicino.
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