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Media e Potere

Drone a Lipsia, spunta un possibile testimone: “Nessun esplosivo, solo un giocattolo abbattuto a mano”

Nuovi dubbi sul drone di Lipsia da un presunto whistleblower, menzionato da un blogger ucraino: ecco la sua versione dei fatti
Lipsia Drone

A circa un mese dal presunto attacco con droni all’aeroporto cargo di Lipsia/Halle, in Germania, che la scorsa settimana le autorità tedesche hanno attribuito a Mosca, la ricostruzione ufficiale continua a far discutere. Nelle ultime ore sono emersi nuovi dubbi, sollevati questa volta da un giornalista e blogger ucraino, Anatolij Sharij, noto per le sue posizioni critiche nei confronti dell’attuale leader ucraina e del presidente Zelensky. Dubbi prontamente ripresi dal Berliner Zeitung, storico quotidiano berlinese di sinistra che fin dall’inizio ha mostrato un atteggiamento scettico nei confronti della versione fornita dal governo Merz. Nella sua ricostruzione pubblicata in un thread su X, Sharij si appella a un presunto dipendente dello scalo tedesco, un whistleblower la cui testimonianza, se appurata, contraddirebbe alcuni punti chiave della versione fin qui diffusa dalle autorità di Berlino. Il condizionale, dunque, è d’obbligo, dato che parliamo di una testimonianza riportata da un oppositore di Zelensky, tutta da verificare.

Il blogger ucraino contesta la versione di Berlino

Secondo la fonte anonima citata dal blogger ucraino, un lavoratore dell’aeroporto avrebbe neutralizzato manualmente un piccolo drone – un modello economico per foto e video, difficilmente in grado di trasportare un carico esplosivo significativo – senza notare né innesco né materiale esplosivo al momento del recupero. Le foto diffuse in seguito, che mostravano il drone accanto a presunto materiale esplosivo (secondo alcune ricostruzioni riconducibile al Semtex di fabbricazione ceca), non corrisponderebbero a quanto osservato inizialmente sul posto dal dipendente dell’aeroporto, che si è rivolto a Sharij. Lo stesso informatore si sarebbe detto colpito dalla rapidità con cui polizia, artificieri, vigili del fuoco e troupe televisive sono arrivati sul posto, un’area soggetta a controlli di sicurezza e non facilmente accessibile in pochi minuti.

Sharij ammette che la testimonianza di un singolo dipendente non costituisce di per sé una prova di messinscena (false flag), e si limita a elencare una serie di quesiti che rimangono aperti: a che ora è stato segnalato il drone, quando sono stati effettivamente allertati e quando sono arrivati polizia e artificieri, chi ha trovato per primo il materiale esplosivo e se questo fosse fisicamente collegato al drone al momento del ritrovamento.

“Nessun esplosivo vicino al drone”

Il blogger ucraino, nel lungo thread su X, richiama innanzitutto un curioso precedente risalente al 2024, quando alcune persone non autorizzate erano riuscite a violare il perimetro protetto dello scalo: erano sette attivisti di Ultima Generazione, i quali avevano raggiunto la pista passando da tre varchi aperti nella recinzione esterna. Un episodio che, nell’argomentazione del blogger ucraino, dimostrerebbe come le falle nella sicurezza dell’aeroporto di Lipsia non siano certo una novità.

Su questo fronte, Sharij ricostruisce la versione fornita dal suo presunto informatore. L’episodio si sarebbe verificato di notte, durante le operazioni di carico di un aereo cargo nell’area del piazzale 2, dove vengono normalmente gestiti anche velivoli DHL e Antonov. Nella zona, in particolare nei pressi di un’uscita di emergenza sulla strada S8a dove di tanto in tanto sostano dei plane spotter, gli avvistamenti di droni sarebbero già stati piuttosto frequenti e ben noti al personale. Questa volta, però, un piccolo drone si sarebbe fermato in volo proprio accanto a un dipendente, che lo avrebbe schiacciato a terra con una mano, danneggiandone le eliche, per poi segnalare via radio che il velivolo era stato messo fuori uso.

Secondo Sharij, quanto accadde subito dopo fu «estremamente strano». In pochi minuti sul posto arrivarono polizia, artificieri, vigili del fuoco, troupe televisive e un robot specializzato per la disattivazione di ordigni. Tutto questo nonostante l’aeroporto si trovi a circa 20 chilometri da Lipsia e l’accesso all’area di sosta riservata richieda di norma controlli di sicurezza e un permesso giornaliero. Una «rapidità» che avrebbe suscitato dubbi tra diversi dipendenti dell’aeroporto, secondo quanto riportato dal presunto testimone.

La fonte citata, come già osservato, smentisce categoricamente la presenza di esplosivi e detonatori nei pressi del drone. Il dipendente che lo avrebbe abbattuto personalmente sostiene di non aver visto nulla del genere. Le foto pubblicate in seguito, che mostravano il drone accanto a materiale esplosivo, non avrebbero nulla a che fare con quanto visto in prima persona dal dipendente dell’aeroporto.

A prescindere dalla veridicità di questa ricostruzione, restano delle domande inevase: checché se ne dica, le autorità tedesche hanno fornito una versione non suffragata da prove certe e inequivocabili, adducendo come motivazione le indagini in corso. Un atteggiamento legittimo, certo, ma legittimo è anche porsi delle domande.

I dubbi tecnici di Stephen Bryen

Anche sul piano più squisitamente tecnico-militare, il quadro presentato da Berlino non convince tutti. Nei giorni scorsi, a tal proposito, abbiamo intervistato in esclusiva Stephen Bryen, analista americano di strategia della sicurezza ed ex Deputy Under Secretary of Defense for Trade Security Policy.

Bryen ha anzitutto osservato che i numerosi droni russi caduti sul territorio ucraino sono stati recuperati e analizzati dall’intelligence di Kiev, e che queste informazioni sono state condivise con la Nato: a suo avviso non risulterebbero, al momento, elementi che colleghino il drone trovato in Germania a modelli russi noti, né sarebbero stati individuati componenti russi riconoscibili al suo interno — un dato che, secondo l’analista, mal si concilia con la tesi di un’operazione direttamente riconducibile a Mosca, sebbene non la escluda: un servizio di intelligence accorto, ha notato, potrebbe aver deliberatamente riciclato un drone ucraino catturato proprio per renderne più difficile l’identificazione.

Bryen si è poi soffermato su un secondo punto che giudica poco coerente con la ricostruzione ufficiale: il mancato utilizzo del drone come arma diretta contro l’aereo Antonov parcheggiato. Se droni FPV sono in grado di colpire con precisione bersagli in movimento come i carri armati sul fronte ucraino, ha osservato, risulterebbe poco plausibile che lo stesso tipo di mezzo non sia stato indirizzato contro un bersaglio fermo e di grandi dimensioni come un aereo cargo. Tutto questo basta a scagionare la Russia da una possibile responsabilità? Certo che no. Ma proprio per questo la cautela, in casi come questo, non dovrebbe essere un’opzione: dovrebbe essere la regola.

Fonti:

Nicolas Butylin, «Ein ukrainischer Blogger stellt die deutsche Version des Leipziger Drohnenvorfalls infrage», Berliner Zeitung, 8 settembre 2026, https://www.berliner-zeitung.de/article/leipzig-drohnenfall-ukrainischer-blogger-zweifel-version-10369091.ù

Anatolij Sharij (@anatoliisharii), “On 1 August 2024, seven climate activists from the “Letzte Generation” (“Last Generation”) movement illegally entered the grounds of Leipzig/Halle Airport. They cut through the outer security fence in three separate places and entered the airport’s restricted area,” X, 6 settembre 2026, https://x.com/anatoliisharii/status/2096521560337141926.

Roberto Vivaldelli, “Lipsia, parla Stephen Bryen, fondatore dell’agenzia anti-spionaggio del Pentagono: troppe cose non tornano,” InsideOver, https://it.insideover.com/guerra/lipsia-parla-stephen-bryen-fondatore-dellagenzia-anti-spionaggio-del-pentagono-troppe-cose-non-tornano.html.


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