L’amministrazione del presidente Donald Trump sta valutando l’imposizione di sanzioni senza precedenti contro funzionari dell’Unione Europea o di Stati membri responsabili dell’attuazione del controverso Digital Services Act (DSA), secondo quanto riferito a Reuters da due fonti vicine alla questione. La mossa clamorosa, che potrebbe includere restrizioni sui visti, nasce dalle accuse degli Stati Uniti secondo cui la legge europea censura le voci americane e impone “costi ingiustificati” alle aziende tecnologiche statunitensi.
Nelle scorse settimane, il segretario di Stato Marco Rubio ha ordinato ai diplomatici americani in Europa di lanciare una campagna di lobbying per costruire opposizione alla legge, con l’obiettivo di modificarla o abrogarla. Come riportato da InsideOver nelle scorse settimane, un rapporto molto duro della Commissione Giustizia della Camera USA, guidato da Jim Jordan, e un’inchiesta del giornalista Matt Taibbi, hanno rivelato dettagli su un seminario a porte chiuse del 7 maggio 2025 a Bruxelles, dove l’Ue ha discusso l’implementazione del DSA. Il rapporto Usa critica l’Ue per l’uso di termini come “disinformazione” e “discorso d’odio” per sopprimere opinioni politiche e critiche perfettamente legittime. Un bavaglio.
Digital Service Act, scontro Usa-Ue
Lo scorso febbraio, il vicepresidente Usa J.D. Vance aveva criticato duramente le politiche di regolamentazione dell’Unione Europea, prendendo di mira in particolare il Digital Services Act (DSA), definendolo un ostacolo alla libertà di espressione e un pericolo per l’innovazione tecnologica. “Il Digital Services Act impone regole massicce sulla rimozione dei contenuti e sulla cosiddetta lotta alla disinformazione”, ha dichiarato Vance. “Ma chi decide cosa è disinformazione? Stiamo davvero dicendo a un adulto cosa può o non può leggere? È questo il futuro che vogliamo?”.
Come ricorda Reuters, Washington sostiene che il DSA imponga restrizioni “indebite” alla libertà di espressione, in particolare limitando le voci conservatrici, un’accusa che l’UE ha definito “completamente infondata”. Un portavoce della Commissione Europea ha ribadito che “la libertà di espressione è un diritto fondamentale nell’UE e il DSA stabilisce regole per contrastare i contenuti illegali, salvaguardando al contempo la libertà di parola e informazione online”.
Trump alza la posta contro il DSA
Lunedì, il presidente Usa Trump ha alzato ulteriormente la posta, dichiarando sui social media: “Con questa VERITÀ, metto in guardia tutti i Paesi con tasse digitali, leggi, regole o regolamenti, che se queste azioni discriminatorie non verranno rimosse, io, come Presidente degli Stati Uniti, imporrò tariffe aggiuntive sostanziali sulle esportazioni di quel Paese verso gli USA e istituirò restrizioni all’esportazione della nostra tecnologia e chip altamente protetti“.
Le critiche al DSA non si limitano al governo statunitense. Aziende tecnologiche americane, come Meta Platforms (proprietaria di Facebook e Instagram), hanno denunciato che la legge rappresenta una forma di censura delle loro piattaforme.
Che cos’è il DSA e perché è problematico
Il Digital Services Act (DSA), insieme al Digital Markets Act (DMA), è una normativa UE che, dietro la facciata di voler “regolamentare l’ambiente digitale” e “proteggere i minori”, si configura come un’arma a doppio taglio. Promette di combattere la disinformazione, etichettata con termini vaghi come “propaganda pro-russa”, ma di fatto consegna all’UE un potere spropositato di censura, costringendo piattaforme come Facebook, X e Instagram a rimuovere contenuti su ordine burocratico. Chi sgarra rischia multe draconiane fino al 6% del fatturato globale o l’espulsione dal mercato europeo. Il DSA, in combutta con il “Codice di condotta sulla disinformazione”, obbliga le piattaforme a produrre rapporti periodici su come piegano i contenuti alle direttive UE, in un sistema opaco che molti esperti denunciano come arbitrario e liberticida.
Come già riportato da InsideOver, l’approvazione del DSA nell’agosto 2023 ha suscitato critiche da parte di 60 Ong, che hanno denunciato la possibilità che il regolamento venga usato per limitare la libertà di espressione, fino a bloccare intere piattaforme social, come suggerito in Francia dopo i disordini del 2023. Anche analisti come Jacob Mchangama evidenziano che, sebbene la legge imponga maggiore trasparenza ai social media, il rischio è che incentivi la rimozione indiscriminata di contenuti perfettamente legali, riducendo così lo spazio di discussione online.
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