Dal “bollino di qualità” di Macron al Democracy Shield: l’Europa costruisce la macchina della censura

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Lo scorso febbraio, quando il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance affermò che “in Gran Bretagna e in tutta Europa la libertà di parola è in ritirata”, i grandi media mainstream reagirono con stizza e in modo scomposto. Eppure – piaccia o meno, e al di là delle evidenti contraddizioni che lo stesso Vance deve affrontare sul medesimo tema negli Stati Uniti – il vicepresidente degli Stati Uniti mise il Vecchio Continente dinanzi a una amara verità. E gli Stati europei – così come la burocrazia dell’Ue – in quest’ultimo periodo, stanno facendo di tutto per dare ragione a Vance. Francia e Germania in testa.

La proposta di Macron

Come riportato da Le Point, durante un dibattito ad Arras con i lettori de La Voix du Nord, sul tema “la democrazia alla prova dei social network e degli algoritmi”, il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato di voler “fare tutto il possibile affinché venga istituito un “bollino”, un “marchio di qualità” professionale per distinguere i social network e i siti di informazione “degni di fiducia” dagli altri, con l’obiettivo – almeno sulla carta – di “combattere la disinformazione”.

Chi controlla i controllori?

Il presidente francese assicura che non sarà lo Stato a concedere il “bollino”, consapevole del pericolo autoritario che ciò comporterebbe. Propone invece che siano i “professionisti dell’informazione” a farlo, citando ad esempio Reporters sans frontières e la sua Journalism Trust Initiative (JTI). Ma chi controlla i controllori? Chi garantisce la loro neutralità? Nessuno.

L’autorità di poter concedere o meno un “bollino” rappresenta una responsabilità enorme: rappresenta il potere di decretare “questo è giornalismo, questo non lo è”. È esattamente il tipo di autorità che Macron dice di voler rifiutare allo Stato. Affidarlo a un’Ong o a un consorzio di “professionisti” no n cambia la sostanza: si sposta semplicemente il problema.

Come osserva Le Point, più di 500 organi di stampa hanno già lanciato l’allarme: una regolamentazione europea mal calibrata rischia di colpire al cuore la libertà di espressione. In gioco c’è la legge del 1881, un pilastro della Repubblica francese che enuncia un principio cristallino: tutto è consentito pubblicare, salvo ciò che la legge vieta espressamente, e solo un giudice può ordinare la censura, caso per caso.L’etichetta di “media responsabile” introdurrebbe invece un controllo amministrativo preventivo, un filtro burocratico prima ancora della pubblicazione. Un passo verso un’autocrazia de facto.

Il contesto europeo: libertà in pericolo

Come nota il Berliner Zeitung, la libertà di espressione e il pluralismo si stanno indebolendo in Europa. Esattamente ciò che affermava Vance. Per comprendere la gravità della proposta francese, è necessario ragionare su ciò che accade nel contesto europeo. Questa settimana, i rappresentanti dei paesi Ue hanno raggiunto un accordo sulla cosiddetta “Chat Control”, un regolamento che obbliga le piattaforme digitali a monitorare contenuti legati a abusi su minori e reclutamento di adolescenti.

L’obiettivo appare a prima vista lodevole, ma critici come l’European Data Protection Supervisor e associazioni per i diritti digitali avvertono di un rischio di sorveglianza di massa, con scansioni automatiche di messaggi privati che violerebbero la privacy garantita dall’articolo 7 della Carta dei Diritti Fondamentali Ue. Il compromesso raggiunto il 26 novembre – che esclude la scansione obbligatoria per app come Signal e WhatsApp – è un passo avanti, ma il rischio rimane e la battaglia continua.

Sempre questa settimana, il Parlamento europeo ha approvato uno dei progetti chiave del secondo mandato della presidente della Commissione Ursula von der Leyen: il cosiddetto Scudo democratico” (Democracy Shield). L’obiettivo dichiarato è proteggere l’Unione europea dalla disinformazione e dalle ingerenze straniere, anche attraverso la creazione di una nuova struttura: il Centro europeo per la resilienza democratica. Non sono però mancate le critiche. Da sinistra come da destra, diversi eurodeputati hanno messo in guardia contro il rischio di dar vita a un vero e proprio “Ministero della verità” dell’Ue.

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