Che cos’hanno in comune le serie tv del momento Shogun e Il problema dei tre corpi? Sono, intanto, adattamenti di due romanzi bestseller: Shogun di James Clavell nel primo caso, Il problema dei tre corpi di Liu Cixin, capitolo numero uno della serie Memoria del passato della Terra, nel secondo. Hanno poi entrambe a che fare con l’Asia, visto che raccontano rispettivamente le lotte tra i signori feudali nel Giappone del 1600 (Shogun) e le conseguenze sul presente di un progetto militare segreto ideato ai tempi della Rivoluzione Culturale cinese per inviare segnali nello spazio (Il problema dei tre corpi).
L’aspetto tuttavia più interessante è che ci troviamo al cospetto di due produzioni statunitensi. Basta dare un’occhiata alle loro schede per rendersi conto che Shogun è stata ideata da Rachel Kondo e Justin Marks, mentre Il problema dei tre corpi da David Benioff, D. B. Weiss e Alexander Woo. Certo, non mancano attori asiatici – che anzi: sono al centro delle vicende narrate – ma il filo conduttore degli sceneggiati è comunque made in Usa. Perché dare importanza a questo aspetto trascurato dalla maggior parte degli spettatori? Semplice: per sottolineare la nuova frontiera del soft power statunitense.
Il grande passo in avanti del soft power Usa
Il fatto che l’ideale etichetta made in Usa si trovi sopra due delle serie più note del momento non è un elemento da trascurare. Al contrario, dovrebbe essere considerato un importante indicatore di potenza di quanto sia ancora forte e solido il soft power statunitense. Come ha sottolineato la rivista Foreign Policy, infatti, sia Shogun che Il problema dei tre corpi sono produzioni che propongono ai telespettatori mondiali storie epiche che affondano le loro radici in Asia e che, di pari passo, si impegnano a preservare i dettagli culturali dell’epoca in cui sono narrati i fatti delle stesse serie.
Detto altrimenti, gli Stati Uniti sono riusciti a realizzare due prodotti culturali che hanno riscontrato un enorme successo senza mettere sotto i riflettori l’Occidente o epopee occidentali. Se, dunque, serviva un termometro per misurare la presunta “febbre” dell’industria culturale di Washington, i numeri fin qui realizzati dalle serie citate sono sufficienti per certificare l’assenza di ogni problema di salute.
Shogun e Il problema dei tre corpi hanno insomma consentito agli Usa di fare un grande passo in avanti. Già, perché nessun Paese occidentale aveva fin qui mai sfornato produzioni che fossero incentrate su poemi epici o storici non occidentali e, soprattutto, pensate per essere distribuite ad un pubblico di massa (e non di nicchia). Lo stesso vale per le industrie cinematografiche asiatiche: nessuna di loro ha mai – almeno per il momento – prodotto qualcosa di veramente globale in grado di andare oltre il presente e al di fuori della loro “zona di comfort culturale”.
La cultura come strumento di forza
Se Shogun appare quasi come un tentativo Usa di appropriarsi – seppur rispettandola e dandogli tutti gli onori che si merita – la cultura giapponese per trasformarla in calamita capace di attirare curiosi spettatori affascinati dal Giappone e dai suoi antichi guerrieri, diverso è il discorso riguardante Il problema dei tre corpi. In questo caso, l’industria culturale americana si è “impossessata” di un romanzo cinese – per altro già al centro di una precedente serie televisiva cinese, adesso ancor più offuscata dalla recente produzione Netflix – riportando alla ribalta temi e contenuti non troppo cari alla Cina di Xi Jinping.
Anche se gli episodi de Il problema dei tre corpi offrono molteplici momenti di interesse e spunti di riflessione, la quasi totalità degli spettatori è rimasta colpita dalle scene presenti all’inizio del primo episodio. Quando cioè viene proposto uno spaccato della Rivoluzione Culturale, un periodo decennale di quasi anarchia che Mao Zedong scatenò in Cina tra il 1966 e il 1976. Missione riuscita.
È vero che gli stessi riferimenti – forse anche più espliciti – si ritrovano anche all’interno del romanzo di Liu Cixin. Ma la sottile arte del saper riproporre qualcosa di simile in una serie Netflix, nel bel mezzo di un testa a testa geopolitico con Pechino, è un chiaro ed inequivocabile segnale dell’eccellente stato di forma del soft power statunitense. Un Paese in crisi e sull’orlo del baratro non sarebbe mai in grado di fare qualcosa di simile. Viene dunque il dubbio che il più volte profetizzato declino americano sia più lontano di quanto non si possa pensare. Almeno sul fronte culturale.