Uno dei grandi meriti della saga dell’ormai immortale vicequestore Rocco Schiavone sta nell’aver illustrato a noi popolo di telespettatori il corretto modo di impiegare le espressioni “sticazzi” e “mecojoni”. Che tradotte significano (ma con la maggiore immediatezza ed efficacia che gerghi e dialetti portano con sé) più o meno “chi se ne importa?” e “perbacco!”.
Ecco. Con tutto il rispetto per le persone coinvolte, la notizia che personaggi indubbiamente stimabili e illustri come Elio e le Storie Tese, Piero Pelù, Nicola Piovani o Francesco Guccini abbiano deciso di abbandonare X, il social di proprietà di Elon Musk, indubbiamente pertiene alla categoria “sticazzi”. Le scelte individuali non sono criticabili: chiunque non si trovi più a proprio agio su X fa bene a mollarlo o a trasferire i propri pensieri altrove. Lo stesso vale, ovviamente, anche per i molti Vip Usa, dall’attrice Jamie Lee Curtis al rapper Flavor Fan, che hanno abbandonato la piattaforma. E altrettanto dicasi per le entità collettive come i diversi giornali, dal The Guardian in sù e in giù, che hanno annunciato la storica decisione, lasciando peraltro piena libertà ai propri giornalisti di continuare a postare su X, o l’emittente radio americana Npr o la Berlinale tedesca. Ci mancherebbe altro. Vedo esperti di comunicazione spiegare che X, oggi, è assai meno influente di TikTok e il sottoscritto manco sa come si scarica, TikTok. Figuriamoci se mi permetto di criticare gli altri. Ma queste decisioni, le mie comprese, restano in ogni caso nella categoria “sticazzi”.
Intanto perché sono troppo palesemente legate alla vittoria elettorale di Donald Trump. Insomma: fino al 5 novembre su X ci si poteva stare, dal 6 in avanti non più perché fa schifo, è una cloaca, è diventato un covo di fascisti ecc. ecc.? Ragazzi, bisogna saper perdere, come cantava già alla fine degli Anni Sessanta Shel Shapiro con i suoi Rokes. O come ha detto ancor meglio Joe Biden nel commentare l’esito del voto: “Non si può amare il proprio Paese solo quando si vince, e non si può amare il proprio vicino solo quando si è d’accordo”.
E sono proprio le eleganti parole di Biden, il presidente sconfitto due volte (prima dai suoi che l’hanno cacciato, e poi dagli elettori che l’hanno bocciato), a portarci nel cuore del problema. Come ha scritto qui di recente Andrea Muratore in quella che, secondo me, è l’analisi più sintetica e convincente prodotta nella galassia sulla vittoria di Trump, “… mentre Kamala parlava con Bruce Springsteen, Donald Trump incontrava i protagonisti delle sue canzoni”. E in questo esodo da X (che peraltro, e scusate l’insistenza, è il primo a dire “sticazzi”, visto che il 6 novembre le quotazioni di Musk sono salite di 26,5 miliardi a Wall Street) quel che sembra di notare è soprattutto il solito vezzo dell’intellettuale progressista di cercare la compagnia dei suoi simili più che quella dei dissimili, dei normali, che sono la grandissima maggioranza. Insomma, a parlare con Bruce più che con quelli che ascoltano le sue canzoni. Quindi adesso via dal mefitico X per ritrovarsi, magari, tutti insieme su Blue Sky, dove si presume che tutti siano molto ammodo e carini.
Tutto questo, naturalmente, non è che l’epifenomeno di una fenomeno assi più ampio e importante. Karl Marx (c’è qualcuno che ancora si ricorda di lui e del suo barbone?) avrebbe detto la sovrastruttura (il risultato politico e sociale, di cui la comunicazione è il collante) rispetto alla struttura costituita dai rapporti di produzione. Perché il vero dibattito, come si vede anche dalle cronache più recenti, non è tra questo o quel social (TikTok buono e X cattivo fa davvero ridere) ma tra i social totalmente aperti e quelli, come si dice, “moderati”. Quando Twitter e Facebook “moderavano” Donald Trump, nel 2021, bloccandone i post e gli account, andava tutto bene. È vero, alcuni di quei post erano a dir poco poco discutibili, per non dire deliranti. Gloria agli algoritmi di controllo, quindi. Peccato che, come ha poi rivelato lo stesso Mark Zuckerberg in una comunicazione a Jim Jordan, capo della commissione giudiziaria della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, nello stesso 2021 Facebook si sia inchinata alla pressioni di Biden riguardo a certi post sul Covid poco graditi alla Casa Bianca, così come su certi interventi a proposito degli scandali intorno alla figura di Hunter Biden, figlio del Presidente.
E qui dovremmo dire, invece: “me cojoni!”. Bella cosa la moderazione, no? Nessuno però pensa che Facebook sia il regno del male. Non è di moda come un tempo ma Zuckerberg ha la faccia da bravo ragazzo, non come Musk che sembra sempre appena uscito da un elettroshock. E infatti quali sono le piattaforme più discusse e attaccate? X e Telegram, cioè quelle libere e aperte a chiunque. Di X abbiamo appena detto. Per Telegram vale la storia del creatore Pavel Durov, uno che nel 2018 se n’era andato dalla Russia per non dare alla polizia i dati dei seguaci di Aleksej Navalny e nel 2024 è stato arrestato nella Francia di Emmanuel Macron per la stessa ragione: non voleva fornire i dati dei suoi utenti.
Certo, su X e Telegram si trova di tutto. L’imbecille e l’intellettuale. L’onesto e il disonesto. Anche delinquenti, poco di buono, malintenzionati, truffatori, terrapiattisti, complottisti. Oltre che, naturalmente, centinaia di milioni di persone normali. Altrove trovate altro: il Partito comunista cinese, per esempio, o qualcuno che se la Casa Bianca chiama docilmente risponde. Magari lo stesso che nel 2023, quando Musk comprò Twitter, aprì un altro social per accogliere i transfughi e offrire loro un porto sicuro, al riparo da certe bruttezze della politica. La scelta è questa. Stare nel mondo o stare tranquilli. Il resto, col massimo rispetto per tutti, sono chiacchiere.
Fulvio Scaglione
