Skip to content
Media e Potere

Corte di Giustizia Ue, sentenza choc: ripubblicare materiali di Russia Today ora è reato

La sentenza C-67/25 della Corte di Giustizia ue stabilisce che la condivisione di qualsiasi contenuto da parte di media russi sanzionati costituisce un reato.
Russia Today Ue

C’è un prima e un dopo nella storia della libertà d’espressione in Europa. Il 2 luglio 2026 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso una sentenza destinata a fare giurisprudenza – e a gelare il sangue di chiunque creda ancora che il diritto di condividere informazioni sia un pilastro intoccabile delle democrazie occidentali. La sentenza C-67/25, nota come “caso Traugott Ickeroth”, stabilisce che un privato cittadino che ripubblica contenuti di Russia Today (RT) su un sito web finanziato da donazioni volontarie può essere perseguito penalmente e rischiare la reclusione. Non importa se il contenuto è vero, non importa se è di pubblico interesse, non importa se chi lo condivide non ha alcun legame professionale con il mezzo di comunicazione. L’unico criterio è l’identità dell’emittente originario: se proviene da un organo di stampa russo incluso nella lista nera di Bruxelles, è reato. Punto e basta.

Come ha osservato con grande lucidità Arnaud Bertrand, si tratta di «un completo disfacimento dell’intero progetto politico-filosofico e giuridico post-illuminista» in cui generazioni di europei hanno combattuto per passare dalla domanda «chi lo dice a «è vero». Oggi, nell’Unione Europea, la verità non è più una difesa. In buona sostanza, conta solo la provenienza. Se RT pubblica un video in cui si afferma che il cielo è blu, e tu lo condividi, sei passibile di denuncia penale. L’assurdità è talmente evidente che persino i giudici di Lussemburgo, nel loro tecnicismo, non hanno potuto nascondere la portata devastante della loro decisione: il divieto si applica a «qualsiasi contenuto» (paragrafo 35 della sentenza). Si legge, infatti, che «è vietato agli operatori trasmettere o consentire, facilitare o altrimenti contribuire alla trasmissione di qualsiasi contenuto da parte delle persone giuridiche, entità o organismi elencati nell’allegato XV del medesimo regolamento, anche tramite trasmissione o distribuzione con qualsiasi mezzo, come cavo, satellite, IP-TV, fornitori di servizi internet, piattaforme di condivisione video su internet o applicazioni, nuove o preinstallate».

Il salto di qualità del complesso burocratico-ideologico europeo

Finora, la macchina della censura europea si era mossa lungo binari relativamente noti: pressioni sulle Big Tech perché rimuovessero contenuti sgraditi, minacce di multe miliardarie ai sensi del Digital Services Act, e un proliferare di Ong finanziate con denaro pubblico per etichettare come «disinformazione» tutto ciò che non si allinea alla narrativa ufficiale (InsideOver ha documentato ampiamente questo ecosistema sempre più autoritario, come nel rapporto sulla Germania, «il centro europeo della censura digitale»). Ma la sentenza del 2 luglio segna un salto di qualità inquietante: non si tratta più di censurare contenuti sulle piattaforme, ma di criminalizzare i singoli cittadini che li diffondono, con pene detentive da tre mesi a cinque anni (come previsto dal paragrafo 7 della sentenza, che richiama la legge tedesca sul commercio estero).

Il caso è emblematico. Tre cittadini tedeschi – R, N e K – hanno pubblicato quattro video di RT Germany sul blog “Live-Ticker” del sito traugott-ickeroth.com, un progetto che non genera alcun profitto se non attraverso donazioni volontarie per un totale di circa 60.000 euro in un anno e mezzo. Nessuna attività commerciale, nessun inserzionista, nessun scopo di lucro. Eppure, la Corte ha stabilito che rientrano a pieno titolo nella nozione di «operatore» di cui all’articolo 2f(1) del regolamento 833/2014, proprio perché il termine «operatore» non è accompagnato dall’aggettivo «economico» (paragrafo 39).

In altre parole: se apri un sito e ci metti un link a un video di RT, sei un «operatore» ai fini delle sanzioni, anche se lo fai per passione e senza un euro in tasca. La Corte ha persino rigettato le FAQ della Commissione Europea che tentavano di limitare l’ambito ai soli soggetti con attività «commerciale o professionale», definendole «non vincolanti» e «indebitamente restrittive» (paragrafi 43-44). I giudici hanno voluto andare oltre, più in là persino di quanto chiedesse l’esecutivo comunitario.

 Un doppio standard che grida vendetta

Se la logica fosse quella di colpire la “disinformazione” e la “propaganda” di regimi ostili, ci si aspetterebbe coerenza. E invece, come sempre nella politica estera europea, i criteri si piegano alle convenienze geopolitiche. Perché la stessa severità non viene applicata a Israele? Lo Stato ebraico conduce da anni operazioni militari che hanno provocato decine di migliaia di vittime civili a Gaza, e i suoi media ufficiali diffondono una narrazione che molti definiscono propaganda bellica. Eppure, nessun regolamento europeo vieta la diffusione dei contenuti di Channel 12 o Kan 11. Nessun cittadino europeo rischia il carcere per aver condiviso un servizio della televisione israeliana, per quanto controverso o parziale. Il silenzio di Bruxelles su questo fronte è assordante.

La Corte, nel suo ragionamento, ha giustificato la severità con la necessità di proteggere “l’ordine pubblico e la sicurezza dell’Unione” minacciati dalla “campagna sistematica di manipolazione dei media” russa (paragrafi 51-52). Ma se questa è la soglia, perché non applicarla a tutti gli attori statali che utilizzano i media per influenzare l’opinione pubblica europea? La risposta è semplice: perché la Russia è stata designata come «nemico» mentre Israele è ancora un «alleato». Nonostante il genocidio in corso. La sentenza non è un atto di difesa della verità, della buona informazione, della fantomatica lotta alle «fake news», ma un atto politico travestito da diritto. 

Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.