Consiglio per la tutela dei giornalisti: membro del board rimosso dopo aver contestato l’esclusione di cronisti palestinesi

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Nika Soon-Shiong, editrice del sito di giornalismo investigativo Drop Site News, non è più membro del board del Committee to Protect Journalists (Cpj), organizzazione no-profit indipendente statunitense, con sede a New York, che promuove la libertà di stampa in tutto il mondo e «difende il diritto dei giornalisti di svolgere il proprio lavoro in sicurezza e senza timore di ritorsioni». Ufficialmente perché il suo mandato, della durata di cinque anni, è scaduto.

Dietro la sua esclusione dal board, tuttavia, potrebbe esserci ben altro. Nika Soon-Shiong ha infatti dichiarato, in un post pubblicato su X, di essere stata rimossa dopo essersi opposta a una proposta interna per riesaminare i criteri di qualificazione dei giornalisti ai fini dell’inclusione nel database e della protezione dell’organizzazione annunciati dalla stessa Cpj. «Mi è stato comunicato che non faccio più parte del consiglio del Committee to Protect Journalists», ha scritto su X, allegando la email di contestazione che aveva inoltrato ai colleghi del board.

La revisione avviata dalla Cpj che esclude i giornalisti palestinesi

La vicenda si inserisce nel quadro di una revisione interna avviata dalla Cpj, che ha portato alla rimozione di venti giornalisti palestinesi dal proprio elenco dei deceduti – ora fissato a 209 – dopo che Hamas e il Jihad Islamico palestinese avevano pubblicato necrologi in cui identificavano come combattenti alcune persone in precedenza segnalate come giornalisti. Il sindacato dei giornalisti palestinesi, per contro, riporta un numero superiore a 270 vittime. Secondo quanto riportato dallo scrittore Mohammed el-Kurd, la Cpj avrebbe formato un «gruppo di lavoro speciale» per valutare l’esclusione dei giornalisti affiliati a quelli che l’organizzazione definisce «mezzi di propaganda sostenuti dallo Stato» o «organizzazioni affiliate al terrorismo».

Soon-Shiong ha pubblicato la email inviata al board, nella quale sosteneva che la proposta avrebbe politicizzato la missione del Cpj, rischiando di escludere giornalisti in base al loro datore di lavoro o a presunte condotte, minando di fatto le tutele per i cronisti, in particolare per quelli che operano a Gaza.

Nella sua lettera, Soon-Shiong ha inoltre sottolineato come la proposta fosse emersa in seguito alle discussioni suscitate da un articolo del Washington Free Beacon – pubblicato il 27 maggio – che la accusava, assieme alla collega filippina e premio Nobel Maria Ressa, di essere una «voce virulentemente anti-Israele» per aver paragonato le azioni di Israele a Gaza a quelle della Germania nazista e per aver definito “genocidio” la guerra in corso. L’articolo, firmato da Adam Kredo, noto per i suoi attacchi contro voci filo-palestinesi, mirava a screditare anche Drop Site News per la sua copertura del conflitto e i media indipendenti che non si piegano alla narrazione volta a negare il genocidio in corso.

La risposta del CPJ

Interpellato da Middle East Eye, la Cpj ha dichiarato che la scadenza del mandato quinquennale di Soon-Shiong – terminato a giugno 2026 – è l’unica ragione del suo allontanamento, smentendo qualsiasi correlazione con le sue obiezioni.

In una nota inviata alla testata, l’organizzazione ha precisato di «non aver modificato la propria metodologia, che si applica a tutte le zone di conflitto nel mondo” e di “non aver cambiato il modo di classificare i giornalisti». La policy della Cpj prevede l’inclusione di giornalisti che lavorano per media statali o affiliati a gruppi militanti, «a condizione che non siano impegnati in combattimenti o incitino alla violenza in modo tale da produrre un effetto imminente. Ciò è coerente con il diritto internazionale umanitario».

In una email interna condivisa con Drop Site News, il Cpj ha definito le notizie relative a un cambiamento della propria definizione di giornalista come «false affermazioni» e «non veritiere». La comunicazione precisa che la revisione, guidata dal team per il Medio Oriente e il Nord Africa della CPJ, si concentra sulla documentazione dei giornalisti uccisi da Israele nella Striscia di Gaza, dopo che alcune persone precedentemente elencate come giornaliste sono state successivamente identificate come combattenti. La revisione dovrebbe concludersi a luglio. La Cpj ha annunciato pubblicamente di aver rimosso venti nomi dalla lista dei operatori palestinesi uccisi da Israele: otto dopo che erano stati pubblicati necrologi da parte di gruppi militanti, altri dodici per ragioni non specificate.

La polemica sul web è furente. «Preoccupante che il consiglio di amministrazione della Cpj abbia destituito Nika Soon-Shiong, scoprendo improvvisamente che il suo mandato nel consiglio era terminato, non appena lei ha chiesto al consiglio di votare sulla revisione da parte dell’organizzazione di come definisce un giornalista» accusa Kenneth Roth, docente di Princeton ed ex direttore esecutivo di Human Rights Watch (Hrw).

Mentre la Cpj si affanna a depennare nomi dai suoi elenchi e a ridefinire chi meriti il titolo di ‘giornalista’, a Gaza il prezzo del reportage indipendente resta il più alto mai registrato. La domanda che la vicenda Soon-Shiong lascia aperta è se il Comitato intenda ancora difendere quei cronisti o se, invece, stia imparando a gestire il silenzio.

Dal canto suo, il comitato replica ulteriormente alle polemiche di queste ore. La giornalista e membro dell’organizzazione, Lydia Polgreen, afferma che «nelle ultime giornate c’è stata una grande quantità di informazioni false e speculative su @pressfreedom. Oggi il consiglio di amministrazione ha votato per confermare la nostra definizione di chi è un giornalista. La missione e il lavoro restano invariati: proteggere i giornalisti ovunque nel mondo».

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