Ecco come Trump vuole riscrivere l’immagine degli Stati Uniti nel mondo

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Una minaccia più che un paese alleato: è così che gli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump sono percepiti in Europa, secondo un sondaggio European Pulse condotto in sei dei principali paesi dell’Unione e pubblicato i primi di aprile. Una prova della crescente e preoccupante impopolarità della prima potenza mondiale, a cui lo stesso governo statunitense sta cercando di porre un argine, attraverso azioni mirate coordinate dal Dipartimento di Stato.

Per milioni di europei, la minaccia si chiama Washington

Dal sondaggio European Pulse – condotto lo scorso marzo da Cluster17 per il media POLITICO e beBartlet (una società di consulenza e advocacy politica con sede principale a Madrid), attraverso 6.698 interviste in Spagna, Germania, Francia, Italia, Polonia e Belgio – è emerso come solo il 12% delle persone interpellate consideri gli Stati Uniti uno stretto alleato, mentre il 36% li veda più come una minaccia. Il primato per la percentuale più alta di intervistati – il 51% – che percepiscono gli Stati Uniti come una minaccia spetta alla Spagna, seguita dall’Italia con il 46%. A livello nazionale, la minaccia proveniente da Washington ha superato quella generata da Pechino in quattro paesi, con i soli intervistati in Francia e Polonia che percepiscono la Cina come una minaccia maggiore.

Quella di European Pulse sembra essere solo l’ultima di una serie di indagini che comprovano un aumento netto di diffidenza e, in alcuni casi, di un vero e proprio sentimento ostile verso gli Stati Uniti – e verso Trump in particolare – in ampie fasce dell’opinione pubblica europea dopo la sua rielezione. 

La Casa Bianca coopta influencer e diplomatici per combattere l’antiamericanismo

E della progressiva diffusione di un sentimento antiamericano – specie dopo la guerra in Iran –  sembra essersi accorta anche la Casa Bianca che riconduce la crescente avversione nei confronti del Paese a una “propaganda ostile”, definita come una minaccia diretta alla sicurezza nazionale, tesa a minare gli interessi americani all’estero. Convinzione che ha fatto correre ai ripari il Dipartimento di Stato: secondo un cablogramma firmato da Marco Rubio e visionato dal Guardian, gli Stati Uniti hanno incaricato tutte le ambasciate e i consolati americani nel mondo di lanciare campagne coordinate contro la disinformazione straniera – proveniente in particolare da paesi come Russia, Cina o Iran – e sostengono che X possa essere lo strumento «innovativo» per raggiungere questo obiettivo. Secondo il quotidiano britannico, alle ambasciate statunitensi è stato chiesto di reclutare influencer, accademici e opinion leader all’estero per diffondere messaggi di contro-propaganda favorevoli agli interessi dell’amministrazione Trump. Un approccio peraltro concepito per far sì che le narrazioni finanziate dagli Stati Uniti appaiano come spontanee a livello locale, piuttosto che come dirette centralmente. Dal documento – che ordina ai diplomatici di collaborare con l’unità di operazioni psicologiche dell’esercito degli Stati Uniti – emerge come il contrasto alla propaganda straniera “anti-americana” sia una «priorità assoluta». Alle ambasciate viene inoltre richiesto di diventare veri e propri centri di distribuzione per i media in lingua straniera nei paesi in cui, come si legge nel cablogramma, «la propaganda antiamericana è pervasiva o dove l’informazione è limitata».

America Latina, laboratorio della contro-propaganda americana

Operazioni di questo tipo da parte di Washington hanno una lunga storia in America Latina, dove furono ampiamente utilizzate durante l’Operazione Condor e dove sono state in grado di plasmare le narrazioni e i media grazie alle ingenti risorse stanziate dall’USAID, l’agenzia governativa statunitense per lo sviluppo internazionale. Donald Trump ha tuttavia smantellato quest’ultima – che era lo strumento designato per affermare il soft power di Washington nel mondo – e trasferito tale funzione direttamente al Dipartimento di Stato. Secondo quanto riporta il media indipendente colombiano Revista Raya, in Colombia, un team di supporto informativo militare (MIST) opera dall’ambasciata di Bogotà fin dal 1992. Operazioni simili sono state documentate anche in Brasile, Ecuador, El Salvador, Perù e Venezuela. Lo stesso magazine, citando le analisi di sociologi e politologi, sottolinea come i finanziamenti elargiti generosamente da Washington a testate locali latinoamericane abbiano prodotto un pregiudizio sistematico a favore delle priorità di politica estera statunitensi.

Il cablogramma firmato dal Segretario di Stato Marco Rubio sembrerebbe rappresentare un’evoluzione di tale approccio, non limitandosi a elargire finanziamenti milionari per condizionare l’agenda informativa locale, ma trasferendo la logica basata sul reclutamento di una serie di influencer propria dell’universo MAGA  – basti pensare a Charlie Kirk e Laura Loomer, repubblicana di estrema destra in grado di plasmare le scelte del tycoon –  su scala globale: non più solo influencer nazionali per un pubblico interno, ma ambasciate che arruolano direttamente creator e accademici locali per veicolare messaggi pro‑USA “organici” nello spazio informativo di altri Paesi, con un unico scopo: promuovere la propria narrativa e consolidare la propria influenza geopolitica nel mondo