C’è una parola che a Bruxelles circola con sempre maggiore disinvoltura: urgenza. Urgenza geopolitica, urgenza commerciale, urgenza difensiva. L’instabilità del mondo impone decisioni rapide, dice la Commissione europea di Ursula von der Leyen. La soluzione sembra essere un piano per alleggerire i vincoli interni, e ridurre le regole con cui nell’Ue si scrivono le leggi. Un blocco continentale dalla comunicazione sempre più accentrata, sempre più impegnato a diventare fortezza vuole meno consultazioni pubbliche, meno analisi d’impatto, meno passaggi tecnici e più velocità.
Il bersaglio sono le linee guida sulla “Better Regulation”, aggiornate nel 2021, che obbligano l’esecutivo europeo a motivare le sue proposte sulla base delle migliori evidenze disponibili e, nei casi più rilevanti, a sottoporle a valutazioni economiche, sociali e ambientali approfondite. Era un sistema farraginoso, certo. Ma anche uno dei pochi argini procedurali in un’Unione che soffre già di deficit democratico. Contro questi vincoli dovrebbero intervenire dieci proposte “omnibus” per alleggerire norme su agricoltura, tecnologia, difesa, ambiente: “deregulation” è la parola d’ordine trasversale.
Tra guerre commerciali e nuovi barbari alle porte, le vecchie procedure sono ritenute un lusso che non possiamo più permetterci. Servono “percorsi accelerati”, dunque, per iniziative sensibili al fattore tempo, in cui si possa decidere prima e discutere dopo. Come con le contrattazioni per l’approvvigionamento dei vaccini, cinque anni fa. O la questione del riarmo, e pazienza se il rischio è quello di essere ancora più dipendenti dall’egemone statunitense, dal quale sulla carta ci si vorrebbe affrancare.
Inutile dire che le organizzazioni della società civile non sono convinte. Ong ambientali, sindacati, giuristi, accademici e perfino pezzi dell’industria temono che lo stato di eccezione sotto von der Leyen diventi la regola. ClientEarth parla di una macchina decisionale aggirata; il giurista Alberto Alemanno, un europeista convinto, accusa Bruxelles di «strumentalizzare le minacce geopolitiche per smantellare gli standard che ci proteggono». Parole pesanti, ma rivelatrici di un clima. La stessa Mediatrice europea, Teresa Anjinho, ha recentemente bacchettato la Commissione per non aver rispettato le proprie linee guida in alcuni dossier: “La velocità non può andare a scapito degli standard minimi”.
Con espressioni come “guerra ibrida” e “asset del Cremlino” diventati alibi per ogni torsione autoritaria, l’Ue sembra aver deciso di risolvere i suoi problemi strutturali scegliendo la semplificazione. Anche se il clima non invita all’ottimismo. Si legga il report di 42 pagine dell’European Network of Political Foundations, a firma della brillante giornalista Francesca De Benedetti, dal titolo indicativo di Shrinking Civic Space in the European Union: viaggiano di Paese in Paese descrive un panorama in cui il modo di vivere europeo, un tempo sbandierato come baluardo di libertà pluralista, viene ora rimodellato in senso escludente e securitario.
Lo abbiamo visto in Polonia nel 2021, con il confine bielorusso trasformato in un buco nero legale, e lo vediamo oggi in Ungheria, dove Viktor Orbán governa per decreto quasi ininterrottamente da anni, passando dalla crisi dei rifugiati alla pandemia fino alla guerra in Ucraina. L’aspetto più inquietante è che questo playbook illiberale non è più un’esclusiva delle democrazie dell’Est, ma è diventato parte integrante del mainstream politico continentale. La politica si sposta in direzione di chiusura, di conservazione, normalizzando discorsi che fino a ieri erano ai margini, e lo spazio civico viene fisicamente e legalmente aggredito. La solidarietà ai rifugiati viene criminalizzata in paesi come Italia, Grecia e Cipro, trasformando il salvataggio in mare in un reato di favoreggiamento. Gli attivisti per il clima vengono etichettati come estremisti in report ufficiali di Europol, giustificando sorveglianza e repressione. Anche il mondo del lavoro subisce colpi durissimi attraverso l’attacco al diritto di sciopero e alla rappresentanza sindacale.
L’Italia si pone tristemente all’avanguardia di questa tendenza, scrive De Benedetti nella sua inchiesta. Nel dicembre 2025 il rating del nostro spazio civico è stato declassato a “ostruito” a causa di attacchi sistematici alle libertà civili. Il cosiddetto decreto sicurezza, approvato nell’estate scorsa e ribattezzato dalle organizzazioni civili “legge anti Gandhi”, criminalizza la resistenza passiva e le proteste non violente. A questo si aggiunge l’uso di spyware contro giornalisti e attivisti, segno di un monitoraggio invasivo che mira a silenziare chiunque tenti di esercitare un controllo pubblico sul potere.
Il risultato è un’Europa a due velocità, dove le grandi aziende ottengono leggi su misura e deregolamentazione selvaggia – i tentativi di resistere ai colossi della Silicon Valley oscillano tra il velleitario e il patetico – mentre i cittadini e la società civile vengono sistematicamente esclusi dai processi decisionali. In nome della difesa della democrazia dalle minacce esterne, l’Europa resta un posto fantastico per documentare le proprie colazioncine su Instagram, ma sempre più cupo per fare politica.

