Fuga da X. In questo fuggi fuggi generale di vip, cantanti più o meno famosi e personaggi vari che hanno deciso di abbandonare la piattaforma social un tempo chiamata Twitter in polemica con il suo proprietario, Elon Musk, mancava solo la Federazione europea dei giornalisti (EFJ). A partire dal 20 gennaio 2025, infatti, la Federazione – la più grande presente in Europa, che rappresenta circa 320.000 giornalisti di 71 diverse organizzazioni di 43 Paesi membri – ha infatti annunciato che intende smettere di pubblicare contenuti sulla piattaforma social X. La data coincide con l’insediamento ufficiale di Donald J. Trump come 47° Presidente degli Stati Uniti, un evento che, secondo l’organizzazione, segna una “svolta preoccupante” per la “democrazia e la libertà di stampa a livello globale”.
Propaganda e disinformazione
Come già fatto da altri media europei – tra cui The Guardian, Dagens Nyheter, La Vanguardia, Ouest-France e Sud-Ouest – e da associazioni di giornalisti come la Deutscher Journalisten-Verband (DJV), la EFJ considera X un social network ormai incompatibile con i principi del giornalismo responsabile. “Non possiamo più partecipare a una piattaforma che il suo proprietario ha trasformato in una macchina di propaganda e disinformazione“, ha dichiarato il presidente della EFJ, Maja Sever. La EFJ ha espresso particolare preoccupazione per la collaborazione tra il presidente eletto e l’uomo più ricco del pianeta, definendola una “minaccia diretta alla democrazia e alla libertà di espressione”. Soprattutto perché dopo l’elezione di Trump, Musk – noto sostenitore e finanziatore della sua campagna – è stato nominato capo del nuovo “Dipartimento per l’Efficienza del Governo” (DOGE).
Ricardo Gutiérrez, segretario generale della federazione, ha rincarato la dose: “L’evoluzione editoriale di X, dalla sua acquisizione da parte di Elon Musk, è in totale contrasto con i nostri valori umanistici, il nostro impegno per la libertà di stampa e il pluralismo mediatico, nonché la nostra lotta contro ogni forma di odio e discriminazione. La decisione di sospendere il nostro account @EFJEUROPE è stata inevitabile”.
Perché è una mossa ipocrita
Tutto legittimo, per carità. Ma che un’associazione che dovrebbe rappresentare i giornalisti europei parli di pericoli per la “democrazia e la libertà di stampa” nel solo X, per via dei legami tra Musk e Trump, suona un tantino ipocrita. Soprattutto per i silenzi della stessa organizzazione con sede a Bruxelles in altri momenti. Dov’era la Federazione quando, ad esempio, non più tardi di qualche mese fa, Mark Zuckerberg, CEO di Meta (e dunque patron di Facebook), ammetteva candidamente in una lettera inviata al Comitato Giudiziario della Camera degli Stati Uniti che la sua piattaforma aveva ceduto a pressioni dell’amministrazione Biden per censurare alcuni contenuti, definendo tali interferenze “sbagliate”? Zuckerberg espresse giustamente rammarico per non aver resistito con maggiore fermezza a tali richieste, promettendo di opporsi a qualsiasi futura ingerenza governativa.
Questa stessa lettera acclarava il fatto che alti funzionari dell’amministrazione Biden spinsero Meta a oscurare post riguardanti il Covid-19, compresi contenuti umoristici e satirici, e persino la copertura del New York Post sul caso Hunter Biden prima delle elezioni del 2020, segnalato dall’FBI come potenziale disinformazione russa. Zuckerberg manifestò frustrazione per l’impatto di queste pressioni sui principi della libertà di espressione e sul rispetto degli standard editoriali della piattaforma: un’ammissione gravissima, ma nessuno si è mai sognato di abbandonare Facebook.
Nel 2022, lo stesso Mark Zuckerberg ammise che Facebook limitò la diffusione di un articolo del New York Post su Hunter Biden durante la campagna elettorale del 2020 in seguito a un avvertimento generico dell’FBI su possibili “dump” di propaganda russa simili a quelli del 2016. “Il background qui è che l’FBI ci ha avvisato di essere vigili”, ha spiegato Zuckerberg nel podcast di Joe Rogan, aggiungendo che la storia su Biden “sembrava rientrare in quel modello”. Tuttavia, l’FBI non aveva segnalato specificamente l’articolo, basato su presunti contenuti di un laptop abbandonato da Hunter Biden. Peccato che poi si scoprì che il laptop esisteva davvero e che Facebook aveva censurato una notizia vera a ridosso delle elezioni presidenziali del 2020.
Il doppio standard della Federazione
L’ex presidente Rai Marcello Foa ha criticato il doppiopesismo dell’EFJ sui social. “Dunque, i media sono stati zitti di fronte alle censure reiterate operate da Google e Facebook su indicazione dell’amministrazione Biden” scrive Foa, sottolineando come questa passività abbia portato persino a oscurare “l’ammissione di Zuckerberg in una lettera inviata al Congresso americano”. Foa osserva con sarcasmo che, mentre i media accettano tutto supinamente, l’EFJ boicotta X non per difesa della libertà d’espressione, ma “più verosimilmente, perché questo social è troppo libero“. Conclude amaramente: “Poi i miei colleghi si stupiscono perché sempre più persone non credono ai media”.
Dopotutto la Federazione Europea dei Giornalisti (EFJ) è la stessa che accolto positivamente il controverso Digital Services Act (DSA), la cui approvazione, nell’agosto 2023, ha provocato la reazione delle associazioni che tutelano il free speech. Come ha sottolineato la rivista Foreign Policy, infatti, nel 2023, la libertà di espressione a livello globale ha affrontato sfide significative, con anche le democrazie più aperte che hanno imposto misure restrittive per combattere minacce come l’odio, la disinformazione, l’estremismo e i disordini pubblici. “L’atto europeo Digital Services Act (DSA) è un esempio di questa tendenza”, ha notato la rivista americana. Sempre colpa di Musk e Trump, cara Federazione? Nulla da dire a Joe Biden, che ha fatto pressione sulle piattaforme social per censurare notizie scomode? E sulle ammissioni di Zuckerberg? Un doppiopesismo francamente imbarazzante.

