Ieri le forze armate ucraine hanno bombardato la città russa di Belgorod, come fanno da molti mesi. È un posto che ricordo bene: feci proprio lì, in una regione dove ci sono molti ricordi della tragedia dell’Armir e dei soldati italiani in Russia, il mio primo servizio impegnativo da corrispondente da Mosca. È terribile che una città venga bombardata ma non strano. Lo hanno fatto molte volte i russi (ricordate? La stazione ferroviaria di Kramatorsk, il palazzo di Dnipro e molti altri casi) e lo fanno con regolarità gli ucraini da quando la situazione al fronte è andata deteriorandosi: prima colpendo ripetutamente Donetsk poi, da quando la caduta di Avdeevka li ha costretti a retrocedere in quella zona, accanendosi su Belgorod. È il risultato inevitabile del prolungarsi della guerra: man mano che passa il tempo e cresce il numero delle vittime (l’Onu ha censito tra i civili ucraini più di 10 mila morti dal 24 febbraio del 2022, tra i quali 575 minori, e oltre 20 mila feriti; le autorità filtrasse del Donbass a loro volta ne denunciano circa 5 mila) aumentano anche i rancori e diminuiscono i freni inibitori. Una delle tante ragioni per cui la comunità internazionale sarebbe dovuta intervenire subito per soffocarla, questa guerra, e non per prolungarla, come invece pare sia successo e come ha raccontato bene in queste pagine Roberto Vivaldelli.
Era facile immaginare che sarebbe finita così, dunque non è lecito, oggi, stupirsene. Però non è nemmeno lecito far finta di non vedere e non sapere. Il bombardamento ucraino di ieri su Belgorod ha provocato 19 morti: 15 nel crollo di un palazzo colpito da un missile Tochka, altri 4 a causa degli ordigni che sono stati lanciati sulla città nelle ore successive al primo crollo. Il governatore della regione di Belgorod, Vjaceslav Gladkov, ha subito denunciato il bombardamento, mirato a quartieri completamente civili, lontani da qualunque installazione militare. Le immagini della distruzione, con il solito sistema dei telefonini e delle reti sociali, sono cominciate a circolare pochi minuti dopo il dramma e poi per il resto della giornata, man mano che arrivavano altre bombe.
Ebbene, ieri la stampa italiana e gran parte di quella straniera è uscita con titoli e articoli che parlavano di “crollo” di un palazzo a Belgorod. Un terremoto? Fondamenta mal costruite? Una bombola del gas? Un atteggiamento che fa il paio con le panzane sui 40 bambini israeliani sgozzati da Hamas o prima ancora sulle fosse comuni per i massacri di Gheddafi, per non parlare delle armi di distruzione di massa che avrebbero dovuto essere nella disponibilità di Saddam Hussein e che servirono da pretesto per l’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003. A ogni occasione cruciale la cosiddetta “stampa di qualità” rinuncia al diritto/dovere di verifica e invece di fare da cane da guardia del potere diventa il suo cane da pastore. Che i governi, nel perseguire i loro interessi politici, possano anche mentire o cercare di influenzare le opinioni pubbliche facendo circolare notizie ad hoc, è scontato, diremmo quasi naturale. Che il sistema dei media rinunci alle proprie funzioni fondamentali lo è molto meno.
Nel caso dell’Ucraina, poi, non è solo un questione di principio. Siamo un po’ stanchi di doverlo sempre ripetere ma pare che sia necessario e quindi lo facciamo: è la Russia l’aggressore, è il Cremlino che, scatenando l’invasione del 2022, ha violato il diritto internazionale oltre a una serie di trattati, da quello di Belovezha del 1991 (i confini delle ex Repubbliche sovietiche sarebbero stati quelli dei nuovi Stati indipendenti) al Memorandum di Budapest del 1994 (l’Ucraina consegnava le proprie armi nucleari in cambio delle garanzie russe sulla sua sicurezza e integrità territoriale). su questo non vi possono, e infatti non ci sono, dubbi. Poi, però, non è che questa considerazione renda lecita qualunque altra cosa. Dire, come fece la presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen già due anni fa, che i russi usavano i microchip delle lavatrici per far volare i missili e che la loro industria militare era a pezzi, non aiuta l’Ucraina, anzi. E tende a ingannare più di 447 milioni di cittadini Ue che già nel 2019 andarono a votare in una quota poco superiore al 50%. Scrivere, come è stato ripetutamente fatto, che i russi combattevano con le vanghe per mancanza di armi, che scavavano trincee con i fanti nel terreno contaminato di Cernobyl, che prendevano farmaci miracolosi per continuare a combattere anche se feriti, non aiuta l’Ucraina e truffa il lettore. Se oggi l’Ucraina è in crisi sotto ogni punto di vista lo deve anche alla superficiale analisi della situazione operata dai suoi alleati. Non tanto gli americani, che sono lontani e ai quali, come ci hanno ripetutamente spiegato i loro politici, va bene così, perché senza far morire soldati Usa e con un modesto investimento (3-5% del budget per la Difesa) logorano la Russia e le sue forze armate. Sono gli europei che dovrebbero smettere di raccontarsi (e raccontare per interposti media compiacenti) frottole autoconsolatorie e affrontare la realtà. Difficile che succeda ma noi, qui a InsideOver, continuiamo a sperare.
Fulvio Scaglione