Nel 2020, quando le strade d’America svuotate dalle norme anti-Covid si riempirono della gente sbagliata, i manifestanti di Black Lives Matter con la mascherina e il pugno chiuso, un senatore Repubblicano, Tom Cotton, chiese la massima repressione. Le città sono in preda all’anarchia e bisogna chiamare la Guardia nazionale, anche se dovesse costare qualche morto, scrisse Cotton in un opinion piece sul New York Times che avrebbe fatto intimidire il Generale Vannacci. I giornalisti del quotidiano liberal insorsero, e dopo due giorni di dibattiti interni il caporedattore della sezione opinioni decise di pubblicare una nota in qui si scusava di aver pubblicato quel pezzo. Fu a quel punto, denunciando un clima redazionale ostile alla diversità di pensiero e accusando il giornale di farsi dettare la linea dai “woke di Twitter”, che una delle firme più celebrate e prestigiose del Times, Bari Weiss, si dimise clamorosamente.
Quel gesto, accolto con entusiasmo dai difensori della libertà d’espressione e con scetticismo da molti colleghi, è stato l’inizio di una metamorfosi ideologica e imprenditoriale che oggi vede Weiss a un passo dalla vetta dell’informazione mainstream statunitense.
Oggi Weiss è la fondatrice di The Free Press, una florida media company che si presenta come bastione della libertà di parola contro le derive illiberali della sinistra, la cultura dell’inclusione forzata e ogni critica allo Stato d’Israele. Con oltre 750.000 abbonati, The Free Press ha attratto finanziamenti milionari, elogi da parte di figure come Elon Musk e Donald Trump, ed ora è al centro di una trattativa con l’emittente Cbs per una fusione del valore stimato fra i 200 e i 250 milioni di dollari. L’acquirente è David Ellison, nuovo proprietario del network e convinto sostenitore delle posizioni pro-Netanyahu di Weiss.
Dietro l’ascesa di Weiss c’è un universo di intellettuali ansiosi di conquistarsi gli spazi negati dall’élite precedente, quella progressista liberale prosperata non solo con Clinton-Obama ma persino nel primo Trump. Durante il quale, secondo questo liberalismo che vuole tornare alle origini conservatrici, l’informazione sarebbe stata piegata a narrazioni ideologiche da parte di un giornalismo “fuori dal mondo“, colpevole di criticare le colonie illegali in Cisgiordania senza però mettere bollini di censura sulle interviste agli ayatollah antisemiti, o di promuovere strambe teorie gender mentre la stragrande maggioranza delle persone non vuole normalizzare la cultura trans, e così via. Ma, in questa liberazione dal politicamente corretto, il sostegno a Israele rappresenta una linea rossa invalicabile, che garantisce punizioni per chi esagera con le critiche e impunità per i contenuti scadenti.
Si dà il caso infatti che, quando si tratta di Israele, su The Free Press il padigma vittimario del wokismo venga adottato interamente dalla destra: i safe space, ridicolizzati quando riguardano le femministe e le minoranze etniche nei campus, sono riabilitati dai pro-Israele per denunciare l’effetto triggerante di una kefiah in classe. La cultura della cancellazione, biasimata quando investe un senatore fascistoide e autoritario, è ripresa per rovinare vite e carriere a chi propone di boicottare Israele.
Si potrebbe continuare sull’argomento della coerenza, ma è anche dal punto di vista qualitativo che l’operazione orchestrata dal colosso Cbs lascia perplessi: The Free Press ha pubblicato innumerevoli articoli pieni di inesattezze o palesi falsità: dalla negazione della carestia in corso a Gaza, alla minimizzazione delle vittime civili palestinesi, fino alla diffusione di teorie screditate sulle responsabilità degli attacchi agli ospedali. Anche quando l’Onu ha smentito direttamente alcune affermazioni contenute negli articoli, il sito non ha mai pubblicato correzioni. Anzi, ha rincarato la dose, accusando gli oppositori del conflitto – tra cui giornalisti, accademici e associazioni pacifiste – di antisemitismo.
È evidente il doppio standard: posizioni estreme e fregnacce che avrebbero escluso chiunque di noi da una carriera di prestigio nei media sono invece premiate nel caso di Weiss, grazie alla sua militanza pro-Israele e al suo ruolo chiave nella costruzione di un network intellettuale che criminalizza il dissenso verso l’operato del governo Netanyahu.
Se si guarda al passato, a Weiss va dato il merito di incarnare alla perfezione un certo liberalismo illiberale: si era fatta conoscere alla Columbia University per le sue campagne feroci contro docenti arabo-americani, accusati senza prove di antisemitismo. È stata tra le prime a dare legittimità a figure come Ayaan Hirsi Ali, nota per le sue posizioni islamofobe (poi riprese in Italia con particolare forza dalla galassia de Il Foglio) e ha fatto capire chiaro e tondo, fallacianamente, che per lei è l’immigrazione musulmana la minaccia numero uno per l’Occidente. Quello che impressiona è che, se le stesse teorie di Weiss fossero state proposte per la religione ebraica, Posizioni che, se espresse verso altre religioni o gruppi etnici, avrebbero probabilmente comportato l’esclusione definitiva dai circuiti del giornalismo rispettabile.
Weiss, una lesbica dichiarata, rappresenta un modello per una generazione di intellettuali e opinionisti, anche in Europa, che si sentono marginalizzati dalle vecchie élite liberal e trovano spazio in nuovi media nati in opposizione al progressismo dominante. È la stessa traiettoria che ha portato alcuni ex giornalisti del New York Times, della BBC o di Le Monde a fondare piattaforme alternative in nome della “verità” e della libertà d’espressione, spesso con il supporto di miliardari ostili alla regolamentazione, alla giustizia sociale e ai movimenti antirazzisti.
Culmine della traiettoria della giornalista: la festona che ha organizzato per celebrare l’insediamento di Trump, sponsorizzata dai suoi mega-donatori tra i quali Uber e la presenza di influencer reazionari, politici di estrema destra e celebrità come Conor McGregor. Un nuovo potere culturale: elitario ma anti-élite, reazionario ma glamour, identitario ma con retorica libertaria. E il posizionamento pro-Israele fornisce alla sua voce, perlomeno negli Stati Uniti, flussi di finanziamento che nessun’altra causa geopolitica può garantire.