“Atto intimidatorio”: la polizia di frontiera Usa interroga il giornalista Max Blumenthal di rientro dall’Iran

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Il giornalismo, quello vero e autentico che si pone come cane da guardia del potere, è diventato un crimine negli Stati Uniti? Nelle scorse ore il giornalista Max Blumenthal, direttore di The Grayzone, è stato fermato e interrogato dagli agenti della Customs and Border Protection (CBP) all’aeroporto internazionale Dulles di Washington, al rientro da un viaggio di reportage in Iran. Blumenthal si era recato nella Repubblica Islamica per seguire i funerali dell’ayatollah Ali Khamenei, un evento che ha attirato giornalisti e media da tutto il mondo. Il direttore di The Grayzone è da tempo nel mirino delle autorità statunitensi e dell’amministrazione Trump. Le sue inchieste e le sue posizioni fortemente critiche sulla politica estera americana e sull’influenza di Israele nelle istituzioni e nel Congresso lo hanno trasformato in un obiettivo.

Blumenthal, infatti, non era l’unico giornalista statunitense presente in Iran per coprire quell’evento. Cronisti di Cnn, Nbc e altre testate mainstream erano lì con lui, con gli stessi visti stampa rilasciati dal ministero degli Esteri iraniano. Eppure, solo Blumenthal è stato preso di mira al rientro. La domanda sorge spontanea: perché?

Blumenthal nel mirino delle autorità Usa

La risposta è sotto gli occhi di tutti. Blumenthal è stato bersaglio di una campagna pubblica condotta da influencer e gruppi filo-israeliani, alcuni dei quali hanno storicamente esercitato influenza sull’amministrazione Trump. Pochi giorni prima del suo rientro, era stato preso di mira da un’organizzazione israeliana di doxxing e dalla attivista trumpiana Laura Loomer. Il suo reato? Aver raccontato ciò che il governo statunitense e i suoi alleati preferirebbero tenere nascosto: le reazioni popolari all’assassinio di Khamenei, i crimini di guerra statunitensi e israeliani documentati sul terreno, le interviste a funzionari e negoziatori iraniani.

La stessa Loomer ha dichiarato su X, a seguito di uno scambio di accuse con lo stesso giornalista, di non vedere l’ora che Blumenthal «finisca in prigione. Spero per te che ci sia un rapporto della polizia o una prova per quell’accusa falsa di aggressione sessuale, altrimenti ti farò causa per diffamazione e poi otterró la discovery e scopriró chi ti sta finanziando. Ma penso che l’FBI ci stia giá lavorando, da quello che ho sentito», facendo intendere di essere a conoscenza di un’indagine dell’Fbi sull’attività di Blumenthal.

Da non sottovalutare il fatto che Laura Loomer, influencer vicinissima al presidente Donald Trump, ferocemente pro-Israele e pro-Ucraina, è la stessa che, non piùà tardi di qualche settimana fa, aveva invocato la deportazione dello studioso iraniano-svedese naturalizzato statunitense Trita Parsi, co-fondatore ed Executive Vice President del Quincy Institute for Responsible Statecraft.

“Atto di intimidazione”

Come ha dichiarato lo stesso Blumenthal: «Il sequestro dei miei dispositivi è stato un chiaro atto di intimidazione volto a scoraggiare me e altri dal fare ulteriore reportage critico dall’Iran sulla guerra illegale che devasta il paese». Gli interrogatori della Cbp gli hanno chiesto esplicitamente se intendesse tornare a Teheran a riferire in tempi brevi– una domanda che tradisce l’intento dissuasivo dell’intera operazione.

Chip Gibbons, Policy Director di Defending Rights & Dissent, ha dichiarato in merito alla vicenda: «Condanniamo qualsiasi detenzione o interrogatorio di giornalisti per il loro lavoro al confine statunitense. Sequestrare e potenzialmente perquisire i dispositivi elettronici di un giornalista rappresenta un grave rischio per la libertà di stampa. I giornalisti non hanno solo il diritto, ma il dovere di riferire da paesi sotto attacco dal governo statunitense e di portare al popolo americano prospettive che il loro governo potrebbe non volere che ascoltino».

Gibbons ha inoltre sottolineato l’evidente discriminazione: «È notevole che, mentre Max Blumenthal non era l’unico giornalista statunitense in Iran a coprire il funerale di Khamenei, lui sia apparentemente l’unico ad aver subito molestie al ritorno. Ciò indica che Blumenthal è stato potenzialmente preso di mira a causa del contenuto del suo reportage, che è stato molto critico verso la politica estera statunitense, o a causa di una campagna estesa contro di lui guidata da maccartisti filo-israeliani. Questo è inaccettabile e deve essere condannato nei termini più forti».

La campagna mediatica, politica – e chissà, forse anche giudiziaria – contro Blumenthal non solo getta un’ombra inquietante sulla libertà di stampa e di espressione negli Stati Uniti, ma dimostra come il giornalismo critico e indipendente venga sempre più soffocato attraverso pratiche di intimidazione sempre più marcate.

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