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La reazione della stampa italiana agli attacchi israeliani contro le basi ONU in Libano, parte della missione UNIFIL, è l’ennesimo esempio di come il discorso pubblico nel nostro Paese sia dominato da una narrazione ben precisa, asservita agli interessi occidentali e incapace di riconoscere la gravità dei crimini commessi da Israele. I media si affrettano a minimizzare l’accaduto, come dimostra l’alzata di spalle del giornalista Fubini, il quale sul Corriere della Sera, riduce l’attacco a un “dettaglio”, un atto insignificante rispetto alla minaccia di Hezbollah e, per estensione, dell’Iran. Questo atteggiamento rivela non solo una pericolosa indifferenza verso la vita umana, ma anche una visione profondamente faziosa e selettiva della realtà.

42.000 morti a Gaza sono “dettagli” per la stampa liberale italiana, sempre pronta a difendere Israele a prescindere dalle sue azioni, perfino quando queste violano apertamente il diritto internazionale. I giornalisti che dovrebbero informare e contestualizzare i fatti si trasformano in pompieri, impegnati a spegnere ogni dibattito critico e a legittimare un’aggressione continua che Israele perpetra indisturbata grazie al silenzio complice dei media occidentali. Quello che vediamo è un apparato mediatico che, lungi dall’essere obiettivo o indipendente, è funzionale a un sistema di potere che legittima la violenza di uno Stato e demonizza i suoi oppositori.

Non è sorprendente che certi giornalisti mostrino indifferenza verso le sofferenze dei palestinesi e degli osservatori internazionali, perché la loro posizione nasce da un sistema di relazioni ben radicato, fatto di fondazioni, think tank, circoli di potere che influenzano pesantemente il modo in cui i fatti vengono raccontati. In un clima così polarizzato, chiunque osi esprimere una voce critica viene immediatamente etichettato come anti-occidentale, filoterrorista, o addirittura antisemita, in una distorsione semplificata e volutamente tendenziosa della realtà. Ma l’indifferenza verso le morti a Gaza e l’assenza di una condanna netta per l’attacco contro le basi ONU non solo riflettono il cinismo di una certa stampa, ma costituiscono anche un segnale preoccupante di come il discorso pubblico sia ormai completamente piegato agli interessi di pochi. I giornalisti non sono più cani da guardia della democrazia, ma parte integrante di un sistema che giustifica e perpetua le ingiustizie.

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