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Nella notte italiana è rimbalzata dall’America la notizia che molti aspettavano da tempo: Julian Assange è libero. Il giornalista e attivista, fondatore e volto pubblico di WikiLeaks, dopo cinque anni di inferno tra detenzione e rischi di estradizione, ha raggiunto un accordo col Dipartimento della Giustizia americana e, dunque, non sarà estradato dal Regno Unito agli States per affrontare un processo ai sensi dell’Espionage Act che avrebbe potuto comportare per lui una condanna fino a 175 anni di carcere.

Il tweet di Gustavo Petro, presidente della Colombia, per la liberazione di Assange

Il patto tra Biden e il fondatore di WikiLeaks

L’amministrazione di Joe Biden ha deciso di concedere a Assange la possibilità di dichiararsi colpevole su un singolo capo di imputazione, ovvero quello di cospirazione per sottrarre documenti riservati alle forze armate e d’intelligence Usa al fine di pubblicare gli scoop con cui WikiLeaks rivelò presunti crimini di guerra delle forze armate occidentali nelle guerre in Afghanistan e Iraq dei primi Anni Duemila e altri torbidi del potere nostrano.

Presso il tribunale di Saipan, capoluogo delle Isole Marianne sotto sovranità statunitense, mercoledì Assange, che è partito oggi dal Regno Unito dopo esser stato rilasciato dal carcere di massima sicurezza di Belmarsh, comparirà per dichiararsi colpevole e ricevere una condanna a una pena detentiva di cinque anni che gli verrà immediatamente condonata in quanto equivalente al periodo trascorso in carcere finora in attesa di decisioni sulla sua estradizione negli Usa. Su cui l’Alta Corte di Londra è stata titubante fino all’ultimo.

Cadrà, dunque, l’accusa ad Assange riaperta nel 2017 da Donald Trump su pressione di Mike Pompeo, allora direttore della Cia, dopo esser stata archiviata da Barack Obama negli ultimi giorni di mandato. Un’accusa che Biden ha portato avanti per tre anni e mezzo salvo poi trovare un abboccamento che, col senno di poi, è un risultato win-win.



Perché Assange libero non scontenta nessuno

La giustizia americana ottiene di avere, formalmente, la dichiarazione di colpevolezza di Assange per un reato minore e l’amministrazione Usa evita che un processo al fondatore di WikiLeaks si trasformi in un vero e proprio banco d’accusa dell’imputato alla gestione americana dell’informazione. Ma soprattutto Assange e i comitati, guidati dalla moglie Stella, che lottavano per la sua liberazione ottengono una grande vittoria in termini di tutela del diritto dei media e degli spazi di libertà d’informazione.

“Dobbiamo riconoscere che non possiamo più concedere ad Assange e ai suoi colleghi la libertà di usare i valori della libertà di parola contro di noi”, diceva Pompeo nel 2017 in un discorso definito da Glenn Greenwald di The Intercept “squilibrato”.

L’amministrazione Obama, perdonando Chelsea Manning, la soldatessa che aveva aiutato Assange a ottenere i documenti, aveva spostato sul piano prettamente giornalistico l’operato di WikiLeaks. L’accusa del 2017, durata fino a oggi, la riportava sul piano criminale. Nel frattempo partiva l’assalto concentrico ad Assange: si intensificava la pressione dalla Svezia per le accuse di molestia sessuale cadute definitivamente nel 2019; iniziava la pressione del governo britannico di Theresa May e Boris Johnson per imprigionare l’attivista rifugiatosi nel 2010 nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra; infine, col presidente Lenin Moreno nel 2019 cadeva la protezione di Quito a Assange e iniziava un inferno legale durato fino a oggi.

Una vittoria per gli amanti della libertà

La fine dell’odissea di Assange è una bella notizia per gli amanti più sinceri della libertà d’informazione e del principio di tutela dei giornalisti. Che mai e poi mai dovrebbero andare alla sbarra in nome di ciò che hanno potuto, voluto e saputo raccontare. Del resto, sarebbe stato troppo per gli Usa portare un giornalista critico del sistema come Assange alla sbarra pochi mesi dopo che il mondo si era legittimamente indignato per la morte in carcere di Alexey Navalny in Russia, la cui responsabilità morale cade totalmente sul Cremlino.

Sarà difficile cancellare il ricordo di un giornalista rinchiuso per cinque anni in una stanza di due metri per tre in attesa di giudizio e della possibile estradizione. Ma ormai che il caso Assange fosse diventato più di principio che sostanziale si era apertamente capito. Biden e la sua amministrazione hanno constatato una realtà: colpire come nemico della sicurezza nazionale chi ha portato notizie torbide alla attenzione del grande pubblico avrebbe generato contraccolpi profondi sull’opinione pubblica verso il sistema di potere e informazione occidentale. La vittoria di Assange premia chi, negli anni, ha difeso il principio di inviolabilità della libertà di informazione. E si è identificato nella resistenza, spesso silenziosa nella sua testimonianza, di un uomo che ha saputo inceppare, con il suo lavoro, un grande sistema.

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