Ma guarda fin dove arriva Hollywood. In pratica nelle stesse ore, l’attore Steven Segal, un tempo noto come ammazzasette a base di arti marziali, riceveva in pompa magna da Vladimir Putin, al Cremlino, l’Ordine dell’Amicizia. Mentre il suo più illustre collega George Clooney, insieme con la moglie Amal Ramzi Alamuddin, si prendeva del “demente” da Dmitrij Peskov, portavoce del presidente russo. E il bello è che l’una e l’altra cosa avvenivano in nome della “propaganda”: Segal al Cremlino, sfoggiando la fresca decorazione, ha tenuto un breve discorso in cui invitava a “istruirsi per imparare a distinguere la verità dalla propaganda”; mentre Clooney e signora (lei, peraltro, è una rispettabilissima specialista del diritto internazionale e umanitario), attraverso la George Clooney Foundation for Justice, proponevano di arrestare i giornalisti russi che operano fuori dalla Russia perché colpevoli di “propaganda di guerra”.
Ma andiamo con ordine. La proposta è stata diffusa da Anna Neistat, direttrice degli affari legali della Fondazione, in un’intervista a Voice of America (a proposito di propaganda…), che ha detto tra l’altro: “Il nostro obiettivo è assicurare alla giustizia i propagandisti russi più visibili, che non nomino deliberatamente perché chiederemo ai pubblici ministeri di emettere una restrizione… Allo stesso tempo, un modo più pratico è quello di sporgere denuncia per propaganda di guerra. Si tratta di un reato tuttora presente nei codici penali di diversi Paesi europei. La costruzione degli articoli è piuttosto interessante, ma il reato in sé è molto semplice, più semplice dell’incitamento al genocidio: è letteralmente propaganda di guerra”. La Neistat ha aggiunto che l’obiettivo del progetto è di portare i giornalisti russi (che a differenza dei militari, dei politici e in generale dei personaggi russi sanzionati, possono lavorare fuori dalla Russia) davanti ai tribunali ordinari o alla Corte penale internazionale dell’Aja.
Non è la prima volta che la Fondazione Clooney si occupa della Russia, sempre per iniziative di advocacy dei diritti umani e civili. Aveva chiesto la liberazione di Mikhail Benyash, un avvocato specializzato nella difesa dei manifestanti anti-guerra e dei soldati che non volevano partire per il fronte, condannato al carcere per (diceva l’accusa) aver aggredito due poliziotti. O la liberazione di sette tatari di Crimea, condannati a lunghe detenzioni con l’accusa di militare in Hizb ut-Tahrir, un movimento fondamentalista islamico di stampo Isis, nato in Uzbekistan e bandito in Russia. In entrambi i casi, sostenendo che i processi non erano in linea con le norme del diritto internazionale. Cosa che, nella Russia militarizzata di oggi, non sarebbe sorprendente.
Quest’ultima iniziativa, invece, corrisponde perfettamente al clima di ordinaria isteria in cui l’Europa e i Paesi occidentali in genere si stanno adagiando. La paura, l’idea che il nemico sia alle porte, sono da sempre un ottimo sistema di governo e di controllo delle masse. Verrebbe da chiedere alla Neistat, e ancor più a “what else” George e alla signora Amal, se si sono mai accorti che anche da noi esistono “propagandisti di guerra”, giornalisti e operatori dei media che agitano in ogni modo la causa della guerra. Se sanno che le autorità dell’Unione Europea hanno finora bloccato una dozzina di media russi (nell’ultima tornata Izvestia, Rossiyskaya Gazeta, RIA Novosti ) e che il 14° pacchetto di sanzioni prevede anche il divieto di qualunque forma di finanziamento russo a partiti e Ong, proprio mentre ministri e politici europei di varia estrazione corrono in Georgia a sostenere chi manifesta contro la “legge sulla trasparenza”, quella che vorrebbe registrare le Ong che ricevono il 20% dei loro fondi dall’estero.
Per carità, nessuna volontà di paragonare sic et simpliciter la Russia della censura e della stretta repressiva all’Europa dove, per fare un esempio, si può serenamente scrivere un articolo come questo. Ma alla fin fine ritorna sempre a bomba: noi vogliamo permetterci cose che agli altri vogliamo negare. Ed è un atteggiamento che una gran parte del mondo non accetta più. Se poi Amal e George vogliono davvero fare un bel lavoro, possono sempre occuparsi di certi giornali di Israele (ah già, non l’avevamo detto: il progetto cui fa cenno la Neistat è attivo in Ucraina, Iraq e Venezuela, per combinazione), di quei giornalisti che hanno raccontato la bufala dei 40 bambini israeliani decapitati. O della loro connazionale Nikki Haley, che va in Israele a firmare la bombe, scrivendoci sopra “Finiteli!”. Perché, raga, vi sveliamo un segreto: i diritti umani sono diritti umani ovunque, non solo dove gli Usa hanno interessi politici. E la signora Amal, consulente della Corte penale internazionale nella richiesta di arresto per gli sterminatori Netanyahu e Sinwar, lo sa bene.
