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Media e Potere

Antisemitismo: l’Ordine dei Giornalisti abbandona l’Ihra e adotta la “Jerusalem Declaration”. Vince la libertà di espressione

Mentre il Senato ha da poco blindato il ddl n. 1004 sul contrasto all’antisemitismo – testo che adotta formalmente la definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra) come pilastro – l’Ordine dei giornalisti ha deciso di prendere una strada opposta...

Mentre il Senato ha da poco blindato il ddl n. 1004 sul contrasto all’antisemitismo – testo che adotta formalmente la definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra) come pilastro – l’Ordine dei giornalisti ha deciso di prendere una strada opposta e coraggiosa. Con una mozione presentata dal giornalista Matteo Pucciarelli insieme ad Angela Caponnetto, Fulvia Caprara e Danilo De Biasio, il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (Cnog) ha abbandonato la controversa definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra) e ha scelto di avvalersi prioritariamente della Jerusalem Declaration on Antisemitism, documento sottoscritto da circa duecento studiosi internazionali specializzati in storia dell’antisemitismo, Shoah e Medio Oriente.

La mozione, approvata a maggioranza, non è un gesto simbolico. È una presa di posizione netta a tutela della categoria e della libertà di espressione. Il documento ufficiale del Cnog è chiarissimo: «Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha a cuore la lotta all’antisemitismo come quella contro ogni altra forma di razzismo e di discriminazione». Ma aggiunge subito dopo che il codice deontologico, in vigore dal 1° giugno 2025, all’articolo 9 obbliga il giornalista a rispettare il diritto della persona a non discriminare nessuno per razza, religione, opinioni politiche, sesso e condizioni personali, al contempo tutelando la libertà di espressione e di critica, «diritto insopprimibile dei giornalisti» sancito dalla Costituzione, nel rispetto della «verità sostanziale dei fatti e della buona fede».

L’approvazione della mozione

Il punto centrale è la scelta della definizione: l’Ihra, con i suoi undici esempi illustrativi, ne contiene sette che non riguardano solo gli ebrei in quanto tali ma anche lo Stato di Israele. Una commistione che «rischia di criminalizzare posizioni e sensibilità altrimenti legittime» e rappresenta «una commissione pericolosa per gli ebrei stessi». Molti critici – tra cui accademici, organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch, e lo stesso Ken Stern, principale redattore della definizione originale – Sostengono che gli esempi legati a Israele siano vaghi e possano essere strumentalizzati per etichettare come antisemita qualsiasi critica legittima alle politiche israeliane, all’occupazione, ai coloni o al sionismo. Insomma, un escamotage per delegittimare ogni possibile osservazione nei confronti della politica israeliana.

Jerusalem Declaration, invece, pone una correlazione esplicita tra lotta all’antisemitismo, contrasto a ogni forma di odio, difesa della libertà di parola e protezione dei diritti umani di tutti, senza eccezioni. Non confonde il pregiudizio antisemita con la critica legittima alle politiche di un governo. Matteo Pucciarelli, uno dei firmatari, ha sintetizzato su X il senso politico della mozione: «Garantire la libertà di espressione dei colleghi contro ogni criminalizzazione del dissenso è un dovere fondamentale della categoria. Così come anche combattere ogni forma di antisemitismo e razzismo, ma senza che questo diventi uno strumento per comprimere il dibattito pubblico».

Il timing non è casuale. Il ddl approvato dal Senato a inizio marzo (con 105 sì, 24 no e 21 astenuti) recepisce l’Ihra per definire e contrastare l’antisemitismo, creando un quadro normativo che molti giuristi e costituzionalisti considerano rischioso proprio per la vaghezza degli esempi. Critiche sono arrivate da Amnesty International, da studiosi come Stefano Levi della Torre e Simon Levis Sullam, e da una parte dell’opposizione: il timore è che si apra la strada a un «reato d’opinione» mascherato, dove denunciare i coloni, contestare l’occupazione o paragonare certe politiche israeliane a forme storiche di discriminazione possa essere etichettato come antisemitismo. Con conseguenze amministrative, ma anche penali e professionali per chi scrive o informa. In questo scenario, la decisione del CNOG diventa uno scudo professionale concreto.

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