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Terrorismo

2016: inferno Nigeria

a luce del sole nigeriano è abbacinante, trafigge lo sguardo e rende i colori di Maiduguri vacui e indistinti. Il cielo è bianco, la polvere delle strade pure. E in questo luogo di bagliori inclementi che tutto travolgono, che costringono gli occhi a socchiudersi in due piccole fessure, ecco che le uniche ombre che si scorgono sono quelle delle donne che camminano per strada, reggendo in braccio, o tenendo legati sulla schiena, piccoli corpi. Capannelli di madri, avvolte in hijab o in variopinti abiti kanuri, che si dirigono tutte nella stessa direzione, nel quartiere di Gwange. Marciano senza neanche lasciare orme nella sabbia, come sospese nella loro condizione spettrale di paria della misericordia umana. Avanzano, a gruppi, e hanno tutte le stesse espressioni: i volti scavati, gli occhi satirici, i denti eburnei e le bocche aperte che inspirano per lo sforzo e il dolore. Percorrendo la via principale, queste figure, incolonnate come in una processione di penitenti senza colpa, si lasciano guardare, mentre si trascinano portando con sè i propri figli. Bambini stravolti da una fame spietata, consumati nello sguardo, svuotati di ogni forma di resistenza al dolore, incapaci di opporsi al male, anche solo con un lenitivo e assoluto pianto. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

Terrorismo

Le ragazze di Chibok

Sono sedute nella biblioteca dell'American University a Yola, nord est della Nigeria. Quattro ragazze che parlano, si confidano, che hanno capelli raccolti, anelli, orecchini e sorrisi difficili da decifrare. Sono volti che a un primo sguardo appaiono rilassati e che sembrano rincorrere la speranza: forse sembra addirittura che l'abbiano raggiunta. Ma non è così; perchè hanno in sé un qualcosa di recondito, un dolore profondo soppesato in silenzi improvvisi, in occhi che spesso si stagliano contro il vuoto e scavano nel passato senza tregua. Hanno un fardello incastrato tra la coscienza e la memoria, ed è quello che accompagna ogni sopravvissuto che deve fare i conti con la sua condizione di vincitore quando pensa alla vita che non gli è stata strappata ed il senso di solitudine da cui viene travolto quando invece pensa agli altri che non ce l'hanno fatta e all' ingiustizia per ciò che è stato. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

Terrorismo

In fuga da Boko Haram

Le immagini del racconto prendono vita nitidamente, come se l'incubo si stesse materializzandodavanti a noi. I particolari della tragedia ci fanno sprofondare in un vortice di orrore, in cui veniamo trascinati, sempre più a fondo, in preda a un'angoscia dettata dalla violenza della narrazione. È l'agosto del 2014 e nella città di Gwoza, al confine col Ciad, si sentono degli spari in lontananza. È mattina e i colpi provengono da lontano; può essere l'esercito, oppure i guerriglieri di Boko Haram. I colpi a poco a poco si fanno più nitidi e gli spari secchi degli Ak 47 ormai sono vicini e iniziano a cadere verso le abitazioni della città nigeriana. È chiaro: è un'incursione degli jihadisti di Abubakar Shekau; ora non ci sono dubbi. Non si odono solo i crepitii secchi dei kalashnikov; i miliziani islamisti attaccano anche con armi pesanti: i proiettili dell'artiglieria e dei fucili d'assalto viaggiano in tutte le direzioni e dalla boscaglia e dai campi intorno alla città si incominciano a scorgere i soldati del Califfato d'Africa. Sagome che avanzano nei cespugli, sulle piste di terra battuta, sbucano da dietro alberi e arbusti e queste figure, dagli occhi satirici e dalle barbe spettrali, diventano sempre più definite. Alcuni hanno delle divise militari, altri solo delle giacche mimetiche, molti indossano abiti civili e kefiah al collo. Urlano ''Allah u Akbar'', salmodiano i versi del Corano e intanto sparano; non conoscono tregua: avanzano e sparano. La gente di Gwoza inizia a scappare, corre sui monti e anche i militari dell'esercito nigeriano, dopo una debole resistenza, si danno alla fuga sull'altipiano. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

Terrorismo

Maiduguri, la Raqqa dell’Africa

C'è una città, in Africa, dove l'ordine normale della storia è stato sovvertito, dove la vita trascorre in margine alla morte, dove si uccide in nome di Dio e dove si supplica anche la pietà in nome di Dio. È in questa città che è nato e sbocciato, come un germoglio dell'orrore, un esercito nuovo, con a capo una guida che rivendica nuovi confini con vanità di Califfo e tedofora di una violenza plasmata dall'afflato di un male assoluto. E sempre qua la miseria, che vessa un intero continente, non è una tragedia che invoca aiuto, ma la causa con cui il terrorismo allarga le proprie fila, legittimando con il desiderio di vendetta ogni atrocità. Maiduguri. Ecco il nome della città nigeriana dove una rivoluzione d'odio ha cancellato il passato e infettato la contemporaneità con il seme del dolore. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

Politica

In Nigeria Buhari viene rieletto presidente

La Nigeria sembra ridare fiducia al suo presidente uscente, Muhammadu Buhari: già dai primi risultati trapelati dalla commissione elettorale presieduta da Mahmood Yakubu, l’attuale capo dello Stato porta a casa il primo posto in dieci dei quattordici Stati già scrutinati....

Politica

Le mani della Cina su Senegal e Nigeria

Questo fine settimana prevede una fittissima agenda elettorale per il continente africano, con appuntamenti decisivi per il futuro di Nigeria e Senegal. La concomitanza elettorale fa sì che nel giro di pochi giorni potrebbe verificarsi un decisivo spostamento degli equilibri,...

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