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Migrazioni

Il corridoio dell’inferno

Secondo le autorità messicane sono circa quattrocentomila i clandestini che ogni anno attraversano la frontiera fra la città guatemalteca di Tecun Uman e la gemella messicana di Tapachula. Secondo Amnesty International invece i migranti in transito in questo limbo di terra sono più di 700mila. Sono soprattutto persone che fuggono dalla zona conosciuta come “il Triangolo del Nord” (Honduras, El Salvador e Guatemala), area considerata fra le più violente del mondo al di fuori delle zone di guerra. Secondo le statistiche infatti, sui 30 milioni di abitanti, solo nel 2015 sono morte assassinate 17.500 persone, più che in Afghanistan, Siria e Iraq. La corruzione diffusa, il governo incapace di controllare il territorio e la forte presenza di gruppi criminali internazionali conosciuti come “maras”, hanno dato origine ad una escalation di violenza che ha spinto il 10% della popolazione a fuggire via dalla propria terra. A questi desperados, che stanno alimentando un esodo di massa senza precedenti, si sono affiancati nel corso degli anni anche migranti provenienti dai paesi caraibici, africani ed asiatici. Tutti sono mossi dalle più molteplici e disparate motivazioni ma hanno un’ambizione che li accomuna: inseguire il sogno americano.

Società

El Basurero, dove i miserabili si sentono liberi

Circa 20 anni fa, nel 1996, alcuni migranti guatemaltechi in fuga dal loro Paese iniziarono a lavorare come “pepenadores” o cacciatori di rifiuti nel Basurero, la discarica comunale di Tapachula, posta a soli 20 chilometri dalla frontiera fra Messico e Guatemala. L’obiettivo era quello di racimolare un po’ di danaro per proseguire il proprio viaggio in cerca di fortuna, ma spesso i soldi guadagnati riciclando e vendendo i rifiuti non bastavano neanche a comprare il biglietto per tornare in città. Molti lavoratori del Basurero dunque, per risparmiare il tempo ed il danaro che andavano perduti negli spostamenti, iniziarono a costruire delle catapecchie con materiali di scarto recuperati fra i rifiuti, per fermarsi a dormire accanto al luogo di lavoro. Fu così che nacque il piccolo villaggio di Linda Vista. Ed è strano che il nome scelto sia questo poiché in italiano “Linda Vista” vuol dire “Bel Panorama”. Ma qui di bello non c’è proprio nulla. Video di Roberto Di Matteo

Società

Il regno dei contrabbandieri

Lo Stato messicano, geograficamente situato in nord America ma culturalmente annoverato fra i paesi dell’America Latina, vive la sua doppia natura fra mille incongruenze e contraddizioni. Se da un lato è un paese esportatore di migranti, dall’altro ne è ricettore. Se da una parte subisce annualmente il razzismo e le deportazioni dei vicini americani del nord, dall’altro si comporta allo stesso modo con i vicini americani del sud. In questo marasmatico clima fatto di violenze, caos e vittimismo, i poli opposti dello Stato messicano sono magnificamente rappresentati proprio dalle sue frontiere. Se a nord il confine è ben delineato dalla presenza di un triplice muro in acciaio e cemento lungo più di mille chilometri, protetto da sensori di movimento, luci ad alta densità, scanner a infrarossi, termo rivelatori e droni, il confine sud con il Guatemala (e per un breve tratto con il Belize) è praticamente un colabrodo. Non c’è alcun tipo di controllo, le autorità di entrambi i Paesi non hanno la capacità di gestire l’ingente flusso di merci e persone in transito e questo con il tempo ha trasformato l’intera area nel regno del contrabbando. Da una parte ci sono le organizzazioni internazionali specializzate nel trasporto di veicoli rubati che seguono la direttrice che dal Messico porta sud, dall’altra parte ci sono i narcos che in assenza di dogane importano indisturbatamente la cocaina colombiana che verrà poi immessa nel mercato statunitense. In mezzo a questi grandi interessi miliardari, gli abitanti del posto si sono adoperati a loro volta, dando vita ad una prolifera industria del contrabbando che offre lavoro a migliaia di persone e che, soprattutto per lo stato del Guatemala, risulta essere un vero flagello per l’economia nazionale. Reportage di Roberto Di Matteo

Società

Il regno dei contrabbandier

Lo Stato messicano, geograficamente situato in nord America ma culturalmente annoverato fra i paesi dell’America Latina, vive la sua doppia natura fra mille incongruenze e contraddizioni. Se da un lato è un paese esportatore di migranti, dall’altro ne è ricettore. Se da una parte subisce annualmente il razzismo e le deportazioni dei vicini americani del nord, dall’altro si comporta allo stesso modo con i vicini americani del sud. In questo marasmatico clima fatto di violenze, caos e vittimismo, i poli opposti dello Stato messicano sono magnificamente rappresentati proprio dalle sue frontiere. Se a nord il confine è ben delineato dalla presenza di un triplice muro in acciaio e cemento lungo più di mille chilometri, protetto da sensori di movimento, luci ad alta densità, scanner a infrarossi, termo rivelatori e droni, il confine sud con il Guatemala (e per un breve tratto con il Belize) è praticamente un colabrodo. Non c’è alcun tipo di controllo, le autorità di entrambi i Paesi non hanno la capacità di gestire l’ingente flusso di merci e persone in transito e questo con il tempo ha trasformato l’intera area nel regno del contrabbando. Da una parte ci sono le organizzazioni internazionali specializzate nel trasporto di veicoli rubati che seguono la direttrice che dal Messico porta sud, dall’altra parte ci sono i narcos che in assenza di dogane importano indisturbatamente la cocaina colombiana che verrà poi immessa nel mercato statunitense. In mezzo a questi grandi interessi miliardari, gli abitanti del posto si sono adoperati a loro volta, dando vita ad una prolifera industria del contrabbando che offre lavoro a migliaia di persone e che, soprattutto per lo stato del Guatemala, risulta essere un vero flagello per l’economia nazionale. Reportage di Roberto Di Matteo

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Il corridoio dell’inferno

Secondo le autorità messicane sono circa quattrocentomila i clandestini che ogni anno attraversano la frontiera fra la città guatemalteca di Tecun Uman e la gemella messicana di Tapachula. Secondo Amnesty International invece i migranti in transito in questo limbo di terra sono più di 700mila.Sono soprattutto persone che fuggono dalla zona conosciuta come “il Triangolo del Nord” (Honduras, El Salvador e Guatemala), area considerata fra le più violente del mondo al di fuori delle zone di guerra. Secondo le statistiche infatti, sui 30 milioni di abitanti, solo nel 2015 sono morte assassinate 17.500 persone, più che in Afghanistan, Siria e Iraq. La corruzione diffusa, il governo incapace di controllare il territorio e la forte presenza di gruppi criminali internazionali conosciuti come “maras”, hanno dato origine ad una escalation di violenza che ha spinto il 10% della popolazione a fuggire via dalla propria terra. A questi desperados, che stanno alimentando un esodo di massa senza precedenti, si sono affiancati nel corso degli anni anche migranti provenienti dai paesi caraibici, africani ed asiatici. Tutti sono mossi dalle più molteplici e disparate motivazioni ma hanno un’ambizione che li accomuna: inseguire il sogno americano. Reportage di Roberto Di Matteo

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