A 100 metri dall’Isis
L'esercito iracheno assalta in forze l'ultimo manipolo di jihadisti annidato tra gli stretti vicoli della città vecchia.
L'esercito iracheno assalta in forze l'ultimo manipolo di jihadisti annidato tra gli stretti vicoli della città vecchia.
MOSUL OVEST - Al mattino verso le 7 ci accorgiamo del fumo scuro che si alza fuori dalla finestra. Tutti dormono sul pavimento, dopo una notte di scontri. Il tenente Hassan Kazhim Faraj è attaccato alla radio, ma non si accorge di niente. “Cos’è questo fumo?”, chiediamo all’ufficiale, che interpella le vedette sui tetti. “Daesh (Stato islamico nda) ha dato fuoco alla casa davanti. Forse per non farsi vedere dai droni” rispondono. Un attimo dopo inizia l’inferno a colpi di bombe a mano, raffiche incessanti e razzi Rpg. I seguaci del Califfo attaccano il nostro piccolo forte Apache, un avamposto di prima linea della polizia federale ad un passo dalla città vecchia. Tutti scattano in piedi per imbracciare le armi, infilarsi gli anfibi, il giubbotto antiproiettile e l’elmetto. Il maggiore Abd Sajid Raed, comandante del pugno di uomini del 5° battaglione ordina di distribuire le bombe a mano e di piazzare i mortai. Dai quattro edifici che controlla con il suo reparto arrivano notizie allarmanti: “Sono davanti a noi, ci lanciano le granate. Li abbiamo visti dietro l’angolo”. Assieme ai giovani poliziotti delle truppe d’assalto cerchiamo di raggiungere il tetto spazzato dalle raffiche. Impossibile uscire per rispondere al fuoco. Da una finestrella alle nostre spalle un cecchino infila un proiettile che si conficca nel muro poco sopra le nostre teste.
Arriva davanti all’ingresso del campo profughi in auto, scortata da due soldati curdi che la portano all’interno. La sua identità non deve essere rivelata, e anche se è fuggita da Qayyara ormai diversi mesi fa, la sua sicurezza potrebbe essere ancora a rischio. Perché per Marjam (nome di fantasia) come per tante altre persone, la guerra allo Stato Islamico è cominciata molto prima dell’offensiva su Mosul, quando nel Kurdistan iracheno erano schierati solo i peshmerga a presidiare i propri confini e a bloccare i daesh, e bisognava raccogliere più informazioni possibile per cercare di prevenirne gli attacchi. Video di Mauro Consilvio e Ilaria Romano
Il campo di Khazir, a metà strada fra Mosul ed Erbil, capitale della Regione Autonoma del Kurdistan, ha cominciato a riempirsi sin dai primi giorni dell’offensiva sulla seconda città più grande d’Iraq, partita proprio da est. Con l’ingresso delle forze irachene, un quartiere dopo l’altro, le famiglie hanno cominciato a spostarsi, portandosi dietro poche cose; solo in alcuni casi si sono mossi in auto, sventolando la bandiera bianca per passare ai check point dell’esercito. Tanti altri sono stati evacuati con i camion, o si sono mossi a piedi, percorrendo chilometri nella speranza di raggiungere una zona sicura.
MOSUL - “Benvenuti all’inferno. Questo è il pronto soccorso avanzato della 9° divisione dell’esercito iracheno. Oltre ai soldati feriti arrivano i civili ed io sono la componente pediatrica. Visito anche 100 bambini al giorno”. Si presenta così, Marino Andolina, triestino, non più un giovincello, con il camice verde ed un pizzetto grigio in stile Mefistofele. Uno dei pochi, se non l’unico volontario italiano così a ridosso della battaglia di Mosul, che volge al termine. Il pronto soccorso avanzato serve per stabilizzare i feriti ed evacuarli verso ospedali da campo più attrezzati. Andolina è noto alle cronache per il metodo Stamina, il controverso utilizzo di cellule staminali su pazienti senza speranze. A Mosul da giugno è volontario dell’organizzazione umanitaria Road to peace dell’eroina inglese Sally Becker. Reportage di Fausto Biloslavo
I proiettili sibilano sopra le nostre teste o rimbalzano impazziti sulle macerie nell’ultima, feroce battaglia che ha liberato Mosul, la “capitale” del Califfato in Iraq. Il generale Shaker Jawdat, capo della polizia federale irachena, ha annunciato ieri la conquista della città vecchia nella zona ovest. L’ultimo bastione jihadista, dove, in realtà, rimangono ancora cellule e sacche di irriducibili, ma le bandiere nere sono oramai sconfitte. Nonostante lo Stato islamico abbia risposto che i suoi uomini continueranno a combattere fino alla morte. E così è stato durante la battaglia finale di venerdì nella parte antica di Mosul. Il paesaggio nella città vecchia, ultimo ridotta dello Stato islamico, è lunare: le case, una attaccata all’altra sono sventrate, annerite delle fiamme o fatte a pezzi dagli attacchi aerei, dopo 9 mesi di furiosi scontri. Le raffiche di mitragliatrice degli ultimi jihadisti di Mosul sono rabbiose, ma è al fruscio della morte che non ti abitui. L’artiglieria tuona da chilometri di distanza. Quando il colpo arriva sopra le nostre teste fendendo l’aria, come una sciabola sguainata, sembra sempre che ti piombi addosso. Pochi secondi dopo la granata esplode sulle postazioni delle bandiere nere con un pauroso boato. Un manipolo di 200 miliziani votati alla morte era asserragliato, con le unghie e con i denti, in un fazzoletto dell’antica Mosul. I seguaci del Califfo, completamente circondati e con alle spalle il fiume Tigri hanno continuato a combattere senza speranza. Reportage di Fausto Biloslavo
La scorsa settimana, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato l’intenzione di includere il Corpo iraniano delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) nella lista nera dei terroristi. Non si è fatta attendere la risposta di Teheran, il cui...
Lo Stato islamico è caduto. Sconfitto militarmente in Siria e in Iraq, i suoi combattenti sono stati costretti a ripiegare, nascondendosi nel deserto e riorganizzandosi in cellule dormienti. Nonostante il crollo del califfato territoriale, l’ideologia dell’Isis continua a essere forte...
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