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	<title>Golfo Persico Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Sat, 21 Mar 2026 13:44:13 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Golfo Persico Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>La guerra invisibile: perché il conflitto con l’Iran passa anche dall’acqua</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-guerra-invisibile-perche-il-conflitto-con-liran-passa-anche-dallacqua.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 13:44:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Terza guerra del Golfo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-600x338.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-334x188.jpg 334w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel contesto del conflitto con l’Iran, l’acqua sta emergendo come una risorsa strategica tanto quanto il petrolio, anche se meno visibile.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-guerra-invisibile-perche-il-conflitto-con-liran-passa-anche-dallacqua.html">La guerra invisibile: perché il conflitto con l’Iran passa anche dall’acqua</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-600x338.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/siccita-ai-wp-334x188.jpg 334w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel conflitto che coinvolge l’<strong>Iran</strong> e i <strong>Paesi del Golfo</strong>, accanto alle tradizionali dimensioni militari ed energetiche, sta emergendo con crescente evidenza un fronte meno visibile ma altamente strategico: quello dell’<strong>acqua</strong>. In Medio Oriente la scarsità idrica è da decenni un fattore di tensione, ma oggi, complice il <strong>cambiamento climatico</strong>, l’aumento della popolazione e la forte dipendenza da infrastrutture artificiali, l’accesso all’acqua è diventato un elemento centrale della sicurezza nazionale. In particolare, la diffusione degli <strong>impianti di desalinizzazione</strong> ha reso l’approvvigionamento idrico della regione tecnologicamente avanzato ma anche estremamente vulnerabile. </p>



<p>Gli Stati del Golfo, in particolare, sono desertici e privi di fiumi permanenti. Pur essendo sprovvisti di fiumi, possiedono corsi d&#8217;acqua stagionali chiamati <em><strong>wadi</strong></em>, che trasportano acqua durante le rare piogge. Queste nazioni si affidano principalmente alle acque sotterranee e alla desalinizzazione per rifornire d&#8217;acqua le loro città, zone industriali e aree agricole in rapida espansione.</p>



<p>Ad oggi, il diritto internazionale umanitario e quello idrico non hanno tutelato le infrastrutture idriche civili. Lo stesso Golfo Persico ha subito in passato attacchi contro impianti di desalinizzazione. Durante l&#8217;<strong>invasione del Kuwait</strong> nel 1990, ad esempio, l&#8217;Iraq prese di mira proprio queste strutture. Ci vollero anni perché il Kuwait ripristinasse le infrastrutture. Più recentemente, nel 2022 , anche gli <strong>Houthi</strong> in Yemen hanno attaccato impianti in Arabia Saudita. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" width="1024" height="581" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/infografica-1024x581.jpg" alt="" class="wp-image-509806" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/infografica-1024x581.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/infografica-300x170.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/infografica-768x436.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/infografica-600x341.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/infografica.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;Iran e la crisi idrica strutturale</h2>



<p>L’Iran è uno dei Paesi più colpiti dalla crisi idrica. Studi recenti indicano che il livello delle falde sotterranee è in forte calo, molti bacini artificiali sono sotto la soglia critica e diversi fiumi non raggiungono più il mare per gran parte dell’anno. La combinazione di siccità prolungata, agricoltura intensiva e gestione inefficiente <strong>ha trasformato la carenza d’acqua in un problema politico</strong>, con proteste locali scoppiate più volte negli ultimi anni proprio per la distribuzione delle risorse idriche. In questo contesto, la disponibilità di acqua non è solo una questione ambientale, ma un fattore che influisce direttamente sulla stabilità interna e sulla postura strategica del Paese.</p>



<p>Se l’Iran soffre per la scarsità naturale, i Paesi del Golfo dipendono invece in modo massiccio dalla <strong>desalinizzazione</strong>, il processo industriale che consente di trasformare l’acqua marina in acqua potabile. <strong>Arabia Saudita</strong>, <strong>Emirati Arabi Uniti</strong>,<strong> Qatar</strong>, <strong>Kuwait e Bahrain</strong> producono attraverso impianti di desalinizzazione la grande maggioranza dell’acqua destinata al consumo civile e industriale. In alcuni casi, oltre l’80-90% dell’acqua utilizzata nelle città proviene direttamente dal mare. La regione del Golfo ospita da sola una quota molto elevata della capacità mondiale di desalinizzazione, concentrata in grandi impianti costieri collegati alle reti elettriche e agli impianti petrolchimici.</p>



<p>Dal punto di vista tecnico, la maggior parte degli impianti moderni utilizza il sistema <strong>dell’osmosi inversa</strong>. L’acqua marina viene aspirata dalla costa e sottoposta a una prima filtrazione per eliminare sabbia e sedimenti. Successivamente viene spinta ad alta pressione attraverso membrane semipermeabili che trattengono i sali e lasciano passare l’acqua dolce. Il processo richiede grandi quantità di energia elettrica, motivo per cui molti impianti sono costruiti accanto a centrali termoelettriche o a complessi industriali. Esistono anche <strong>impianti a distillazione termica</strong>, nei quali l’acqua viene fatta evaporare e poi condensata, una tecnologia molto usata negli impianti più grandi del Golfo ma ancora più energivora.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://www.aljazeera.com/wp-content/uploads/2026/03/INTERACTIVE-How-seawater-is-turned-into-drinking-water-1773312051.png?quality=80" alt="" style="width:543px;height:auto"/></figure>
</div>


<p>Senza questa tecnologia, che rimuove il sale tramite osmosi inversa, circa<strong> 100 milioni di persone in Medio Oriente non avrebbero accesso regolare all&#8217;acqua potabile</strong>. In Medio Oriente si contano circa cinquemila impianti di desalinizzazione, di cui oltre quattrocento nel Golfo Persico. Un numero limitato di impianti è responsabile di gran parte della produzione. Oltre il 90% dell&#8217;acqua desalinizzata del Golfo, ad esempio, proviene da soli cinquantasei impianti .</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;acqua potabile come bersaglio strategico</h2>



<p>Questa dipendenza energetica e la concentrazione in pochi siti rendono la desalinizzazione un punto debole dal punto di vista militare. A differenza delle falde naturali o dei fiumi, che sono diffusi sul territorio, l’acqua potabile nel Golfo proviene spesso da un numero limitato di strutture di grandi dimensioni, <strong>collocate lungo la costa</strong> e difficili da difendere completamente. Un singolo impianto può fornire acqua a milioni di persone, e un’interruzione anche temporanea può provocare effetti immediati su ospedali, industrie, basi militari e sistemi urbani.</p>



<p>Negli ultimi anni, gli analisti avevano più volte segnalato che gli impianti di desalinizzazione sarebbero potuti diventare <strong>bersagli strategici</strong> in caso di escalation regionale. Episodi recenti di attacchi e sabotaggi contro infrastrutture energetiche e industriali nel Golfo hanno rafforzato questi timori, e strutture legate alla produzione di acqua sono state danneggiate o minacciate durante le tensioni più recenti. Colpire un impianto di desalinizzazione non significa solo interrompere la fornitura idrica, ma mettere sotto pressione un intero sistema economico e sociale senza dover ricorrere a operazioni militari su larga scala.</p>



<p>Il problema è aggravato dal fatto che la produzione di acqua e quella di energia sono spesso integrate. In molti Paesi del Golfo gli impianti di desalinizzazione sono collegati a <strong>centrali elettriche</strong> che utilizzano gas o petrolio. Un attacco contro una di queste strutture può quindi avere un doppio effetto: ridurre la disponibilità di elettricità e allo stesso tempo interrompere l’approvvigionamento idrico. Questo rende tali infrastrutture particolarmente sensibili in un contesto di conflitto, perché il loro danneggiamento può paralizzare intere aree urbane in tempi molto rapidi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli attacchi sulle infrastrutture</h2>



<p>La vulnerabilità della desalinizzazione spiega perché l’acqua stia assumendo un ruolo sempre più importante nella competizione strategica regionale. L’Iran, che dispone di meno capacità di desalinizzazione rispetto ai suoi rivali del Golfo, soffre maggiormente la scarsità naturale, ma allo stesso tempo può considerare queste infrastrutture come punti di pressione nei confronti dei Paesi vicini. Dall’altra parte, gli Stati arabi del Golfo vedono nella protezione degli impianti idrici una priorità di sicurezza nazionale, al pari della difesa dei terminal petroliferi.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://media.parstoday.ir/image/4bmy077430502arbqi_800C450.jpg" alt=""/></figure>
</div>


<p>Un segnale concreto della crescente centralità dell’acqua nel conflitto è arrivato dagli attacchi diretti contro impianti di desalinizzazione avvenuti nei primi giorni del conflitto. Il 7 marzo Teheran ha accusato gli Stati Uniti di aver colpito un impianto sull’<strong>isola di Qeshm</strong>, nello stretto di Hormuz, struttura considerata critica per l’approvvigionamento idrico locale: secondo il governo iraniano, il danneggiamento ha interrotto la fornitura di acqua potabile a circa trenta villaggi della zona. Il giorno successivo il <strong>Bahrain </strong>ha denunciato che un drone lanciato dall’Iran ha danneggiato un <strong>impianto di desalinizzazione vicino a Manama</strong>, confermando che l’attacco ha colpito infrastrutture civili destinate alla produzione di acqua. Episodi simili sono stati segnalati anche in altri Paesi del Golfo, con danni minori a installazioni idriche negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait, aumentando il timore che la guerra possa estendersi alle reti che garantiscono la sopravvivenza quotidiana della popolazione. </p>



<p><a href="https://www.atlanticcouncil.org/dispatches/attacks-on-desalination-plants-in-the-iran-war-forecast-a-dark-future/">Secondo analisi dell’Atlantic Council</a> e di altri centri di sicurezza, questi attacchi sono particolarmente pericolosi perché <strong>il Golfo produce circa il 40% dell’acqua desalinizzata mondiale</strong> e dipende da poche centinaia di grandi impianti costieri, spesso integrati con centrali elettriche: colpirne anche solo alcuni può ridurre rapidamente la disponibilità di acqua per milioni di persone e paralizzare interi sistemi urbani e industriali.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://www.blackridgeresearch.com/uploads/IMG_663022.webp" alt=""/></figure>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;allargamento del conflitto</h2>



<p>Dal 2006, i paesi del Golfo hanno investito almeno<strong> 53,4 miliardi di dollari</strong> nello sviluppo di infrastrutture per la desalinizzazione. Attualmente, le capacità di resilienza strategica dell&#8217;Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti sono significativamente superiori a quelle di Bahrein, Qatar e Kuwait. La vulnerabilità di queste infrastrutture è legata anche alla loro concentrazione geografica e alla scala industriale degli impianti. In Arabia Saudita, che è il più grande produttore mondiale di acqua desalinizzata, strutture come <strong>Ras Al-Khair</strong>, <strong>Jubail</strong> e <strong>Shuaiba</strong> forniscono milioni di metri cubi di acqua al giorno e alimentano vaste aree urbane e industriali della costa orientale. Negli Emirati Arabi Uniti impianti come <strong>Taweelah </strong>e <strong>Jebel Ali</strong> riforniscono Dubai e Abu Dhabi, mentre in Kuwait e Qatar la quasi totalità dell’acqua potabile proviene da pochi grandi complessi costieri collegati a centrali elettriche. Questa configurazione rende il sistema efficiente ma fragile: un singolo impianto può servire centinaia di migliaia di persone e la sua interruzione, anche temporanea, può costringere i governi a <strong>razionamenti immediati</strong> perché le riserve di acqua dolce sono limitate e il trasporto via terra o via nave non è sufficiente a compensare una perdita prolungata della produzione.</p>



<p>Con il protrarsi della guerra con l&#8217;Iran, cresce il pericolo che attacchi mirati agli impianti di desalinizzazione aggravino l’instabilità della regione, innescando nuove emergenze umanitarie o crisi migratorie nel Golfo, con il rischio di trasformare un conflitto già regionale in una disputa ancora più ampia per il controllo delle risorse idriche.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-guerra-invisibile-perche-il-conflitto-con-liran-passa-anche-dallacqua.html">La guerra invisibile: perché il conflitto con l’Iran passa anche dall’acqua</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La NATO promette di continuare gli aiuti ma la guerra con l’Iran sta già indebolendo l&#8217;Ucraina</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-nato-promette-di-continuare-gli-aiuti-ma-la-guerra-con-liran-sta-gia-indebolendo-lucraina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 05:56:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="nato" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Il punto vero non è la continuità nominale degli aiuti promessi dalla Nato. Il punto è la loro qualità e la loro intensità. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-nato-promette-di-continuare-gli-aiuti-ma-la-guerra-con-liran-sta-gia-indebolendo-lucraina.html">La NATO promette di continuare gli aiuti ma la guerra con l’Iran sta già indebolendo l&#8217;Ucraina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="nato" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Alexus-Grynkewich-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il sostegno a Kiev non vacilla nelle parole, ma si incrina nei fatti. Le rassicurazioni del generale <strong>Alexus Grynkewich</strong> servono prima di tutto a contenere un rischio politico: quello che a Kiev, a Bruxelles e nelle capitali dell’Europa orientale maturi la convinzione che <strong>la guerra con l’Iran stia già divorando attenzione, risorse e munizioni destinate all’Ucraina. </strong>Dire che il sostegno militare continua è necessario. Ma il punto vero non è la continuità nominale degli aiuti. Il punto è la loro qualità, la loro intensità e soprattutto la loro priorità strategica nel momento in cui Washington si trova coinvolta su un altro teatro ad alta intensità.</p>



<p>Il problema, infatti, non è se l’Ucraina continuerà a ricevere armi. <strong>Il problema è quali armi riceverà, in quali tempi, in quali quantità e con quale grado di affidabilità politica.</strong> Ed è qui che la guerra mediorientale comincia a pesare. Perché i sistemi di difesa aerea, e in particolare gli intercettori Patriot, non sono beni astratti: sono risorse limitate, costose, lente da produrre e oggi richieste contemporaneamente da due fronti strategici. Da una parte l’Ucraina, che ne ha bisogno per difendere città, reti elettriche e infrastrutture critiche dagli attacchi russi. Dall’altra il Medio Oriente, <strong>dove Stati Uniti e alleati stanno consumando enormi quantità di munizioni </strong>per intercettare missili balistici e droni iraniani.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La concorrenza tra Kiev e il Golfo</h2>



<p>La vera novità di questa fase è proprio questa: la guerra con l’Iran ha creato una <strong>concorrenza diretta tra il fronte ucraino e il fronte del Golfo </strong>per l’accesso allo stesso tipo di armamenti ad alta tecnologia. Finché il conflitto mediorientale restava contenuto, Washington poteva sostenere Kiev senza mettere in discussione il proprio equilibrio di scorte. Ma quando gli Emirati dichiarano di aver subito migliaia di attacchi e quando <em>Bloomberg Intelligence</em> stima l’impiego di centinaia, se non di mille intercettori <a href="https://it.insideover.com/difesa/iran-la-guerra-come-mercato-perfetto.html">PAC-3</a>, allora il problema non è più teorico. Diventa industriale, operativo e politico.</p>



<p>Sul piano militare il nodo è evidente. La difesa aerea non si improvvisa. E non basta promettere nuove produzioni se l’aumento della capacità richiederà anni. L’industria americana può triplicare gli obiettivi sulla carta, ma <strong>tra annuncio e disponibilità reale passa un tempo che la guerra non concede. </strong>Per questo i timori europei sono fondati: se Washington deve proteggere i propri assetti e quelli dei partner del Golfo, l’Ucraina rischia di essere servita per seconda, o comunque in misura inferiore al necessario.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Mosca osserva e incassa</h2>



<p>Dal punto di vista russo, la crisi è quasi ideale. L’aumento del prezzo del petrolio rafforza le entrate energetiche di Mosca proprio mentre l’attenzione occidentale rischia di disperdersi. <strong>È il doppio dividendo geopolitico della guerra con l’Iran.</strong> Da un lato, il Cremlino beneficia di mercati energetici più tesi e redditizi. Dall’altro, può sperare che la saturazione strategica americana rallenti il flusso di armi verso Kiev e apra nuove finestre operative sul terreno.</p>



<p>Non è un caso che <strong>Antonio Costa</strong> e <strong>Friedrich Merz </strong>insistano sul pericolo di una distrazione occidentale. Perché la Russia non ha bisogno che l’Occidente abbandoni formalmente l’Ucraina. Le basta che il sostegno diventi più lento, più costoso, più controverso. In guerra, spesso, non decide solo la quantità degli aiuti, ma la loro regolarità. E proprio su questo terreno la nuova crisi mediorientale può produrre i danni maggiori: interruzioni, ritardi, riallocazioni, esitazioni politiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La fragilità della garanzia americana</h2>



<p>Le parole del generale NATO servono anche a coprire un’altra verità scomoda: il sostegno occidentale all’Ucraina continua a dipendere in modo eccessivo dalla volontà politica americana e dalla centralità dell’industria bellica statunitense. Il programma PURL ha tamponato il problema, consentendo agli europei di acquistare materiale americano per poi trasferirlo a Kiev. <strong>Ma questa soluzione conferma, più che risolvere, la dipendenza strutturale dell’Europa.</strong></p>



<p>Il timore espresso da funzionari europei e atlantici è dunque fondato: se Trump decidesse di piegare ulteriormente gli accordi alle proprie priorità politiche, o se il Pentagono dovesse privilegiare in modo più netto il Medio Oriente, l’Ucraina si troverebbe esposta in una fase particolarmente delicata. Ecco perché la richiesta finlandese di un pilastro industriale europeo e ucraino non è una semplice formula burocratica. È il riconoscimento tardivo di una realtà: l<strong>’Europa non può sostenere una guerra lunga contro la Russia se resta dipendente</strong>, nei nodi decisivi, dalle scorte, dai tempi e dalle scelte di Washington.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una crisi industriale prima ancora che diplomatica</h2>



<p>La questione, in fondo, non è solo strategica. È anche geoeconomica. Le guerre contemporanee si combattono con i missili, ma si vincono o si perdono anche nelle catene di produzione, nella capacità di sostituzione delle perdite e nella tenuta della base industriale. <strong>Se i prezzi dei sistemi americani raddoppiano</strong>, se la produzione resta insufficiente e se ogni nuova crisi apre una gara globale per le stesse munizioni, allora il problema dell’Ucraina non è più solo ricevere aiuti, ma inserirsi in una competizione mondiale per risorse scarse.</p>



<p>Questo significa che il conflitto con l’Iran sta accelerando una verità che l’Europa ha troppo a lungo evitato: <strong>la difesa del continente non può poggiare soltanto sull’acquisto di sistemi americani</strong> in un mercato sotto stress. Serve una capacità produttiva autonoma, rapida, integrata e politicamente protetta. Altrimenti ogni escalation esterna, dal Golfo a Taiwan, finirà per sottrarre aria al fronte ucraino.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il secondo fronte che cambia il primo</h2>



<p>La NATO continua dunque a dire che il sostegno a Kiev non vacillerà. Ed è comprensibile: non può dire altro. Ma <strong>sul piano reale la guerra con l’Iran ha già modificato il contesto della guerra in Ucraina.</strong> Ha reso più costosa la difesa aerea, più incerta la pianificazione delle forniture, più esposta l’Europa alle oscillazioni delle priorità americane e più forte la posizione relativa della Russia sul piano energetico e temporale.</p>



<p>Il paradosso è che nessuno, formalmente, sta abbandonando Kiev. Eppure Kiev rischia di pagare ugualmente il prezzo di una guerra combattuta altrove. È il destino dei conflitti intrecciati del nostro tempo: <strong>un missile intercettato sopra il Golfo può tradursi, qualche settimana dopo, in una centrale elettrica colpita in Ucraina.</strong> Non perché la NATO abbia cambiato linea, ma perché la storia strategica non si scrive nei comunicati. Si scrive nelle scorte, nei ritmi industriali, nelle priorità nascoste e nella brutalità della scelta implicita tra un fronte e l’altro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-nato-promette-di-continuare-gli-aiuti-ma-la-guerra-con-liran-sta-gia-indebolendo-lucraina.html">La NATO promette di continuare gli aiuti ma la guerra con l’Iran sta già indebolendo l&#8217;Ucraina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La guerra nel Golfo e non solo: l’interdipendenza che può salvarci dal caos</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-guerra-nel-golfo-e-non-solo-linterdipendenza-che-puo-salvarci-dal-caos.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 14:11:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[interdipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[Terza guerra del Golfo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="612" height="275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/istockphoto-2202723428-612x612-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/istockphoto-2202723428-612x612-1.jpg 612w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/istockphoto-2202723428-612x612-1-300x135.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/istockphoto-2202723428-612x612-1-600x270.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 612px) 100vw, 612px" /></p>
<p>Dalla teoria dell’interdipendenza alla crisi del Golfo: perché la globalizzazione rende il collasso più pericoloso per tutti.</p>
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<p>L’Iran colpisce, ma si scusa.<br>Il Golfo protesta, ma non rompe.<br>Gli Stati Uniti minacciano, ma trattano.<br>Non è un tentativo di pace. È interdipendenza.</p>



<p>Anno del Signore 2026, nuova guerra del Golfo.</p>



<p>Da tempo una parte della teoria delle relazioni internazionali sostiene che la crescente interconnessione tra gli Stati non renda il mondo più pacifico, ma più vincolato. Già negli anni Settanta studiosi come <strong>Robert Keohane</strong> e <strong>Joseph Nye</strong> descrivevano un sistema internazionale sempre meno dominato dalla forza militare e sempre più strutturato da <strong>reti di dipendenza economica, tecnologica e istituzionale</strong>. In quello che definirono un contesto di <strong>interdipendenza complessa</strong>, il conflitto non scompare, ma diventa più rischioso, perché colpire l’avversario significa spesso colpire anche le infrastrutture da cui dipende il funzionamento dell’intero sistema.</p>



<p>Questa prospettiva si inseriva nella tradizione del <strong>liberalismo internazionale</strong>, secondo cui commercio, istituzioni e cooperazione economica possono ridurre l’incentivo alla guerra. Tuttavia, già gli stessi teorici dell’interdipendenza sottolineavano che essa <strong>non elimina il conflitto</strong>. Al contrario, può generare nuove forme di rivalità proprio perché gli Stati dipendono sempre più da <strong>risorse e infrastrutture condivise</strong>. L’interdipendenza non è quindi sinonimo di armonia, ma di <strong>vulnerabilità reciproca</strong>: ogni attore può esercitare pressioni sugli altri, ma allo stesso tempo rimane esposto alle conseguenze delle proprie azioni.</p>



<p>Alla luce delle crisi contemporanee, questa intuizione appare oggi particolarmente attuale. Il sistema internazionale sembra attraversare una fase di <strong>disordine crescente</strong>, ma proprio l’intreccio di dipendenze economiche e infrastrutturali che caratterizza la globalizzazione impone <strong>limiti concreti alla distruzione totale</strong>.</p>



<p>Guerre regionali, scontri indiretti tra potenze, crisi energetiche e tensioni commerciali alimentano la sensazione che il mondo stia entrando in una nuova epoca di <strong>instabilità permanente</strong>. Eppure, proprio mentre il conflitto si intensifica, emergono segnali che indicano l’esistenza di <strong>limiti difficili da oltrepassare</strong>. Non si tratta di limiti morali, né di un ritorno spontaneo alla cooperazione. Si tratta piuttosto di <strong>vincoli materiali</strong>, legati all’interdipendenza tra Stati, economie e infrastrutture, che rendono sempre più difficile trasformare la rivalità in distruzione totale.</p>



<p>Negli ultimi anni il <strong>Medio Oriente</strong> ha mostrato più volte come i conflitti contemporanei tendano a colpire <strong>infrastrutture strategiche senza però annientarle</strong>. Raffinerie, porti, oleodotti, reti elettriche e impianti industriali vengono danneggiati, ma raramente distrutti in modo irreversibile. È una forma di <strong>escalation controllata</strong>, in cui la capacità di infliggere danni deve essere bilanciata dalla necessità di non far collassare il sistema da cui dipendono anche gli stessi aggressori.</p>



<p>Questa dinamica riflette una trasformazione profonda della geopolitica. Nel mondo bipolare della <strong>Guerra fredda</strong> il limite era imposto dall’<strong>equilibrio nucleare</strong>: la distruzione reciproca assicurata impediva lo scontro diretto tra le superpotenze. Nel mondo attuale il limite è meno evidente, ma non meno reale. Non è la paura della bomba atomica a frenare il conflitto, bensì la <strong>rete </strong>fittissima che lega tra loro anche gli Stati rivali.</p>



<p>Il <strong>Golfo Persico</strong> è il luogo in cui questa interdipendenza appare con maggiore chiarezza. Le monarchie del Golfo non possono permettersi una guerra totale perché metterebbe a rischio le infrastrutture da cui dipende la loro stessa sopravvivenza economica. L’Iran, a sua volta, pur adottando una strategia aggressiva, deve evitare di compromettere definitivamente l’equilibrio regionale, perché anche la sua sicurezza e la sua economia sono legate agli stessi <strong>flussi energetici e commerciali</strong>.</p>



<p>Il primo livello di interdipendenza è quello <strong>energetico</strong>. Una quota decisiva della produzione mondiale di petrolio e gas proviene dai Paesi che si affacciano sul Golfo, e gran parte di queste risorse attraversa lo <strong>Stretto di Hormuz</strong>, uno dei punti più sensibili del commercio globale. Le economie industriali dell’Europa e dell’Asia orientale dipendono ancora in misura rilevante da questi flussi, mentre gli stessi Paesi produttori dipendono dai mercati internazionali per trasformare la rendita energetica in stabilità economica e politica. Ne deriva una situazione paradossale: gli Stati che si confrontano sul piano strategico condividono la necessità che il sistema energetico della regione continui a funzionare.</p>



<p>A questo si aggiunge un secondo livello, <strong>finanziario</strong>. Le monarchie del Golfo sono tra i principali detentori di capitali sovrani al mondo e investono massicciamente nei mercati occidentali, nelle infrastrutture globali e nelle grandi società tecnologiche. I <strong>fondi sovrani </strong>di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar sono presenti nei settori più diversi, dall’energia alla finanza, dall’immobiliare alle nuove tecnologie. Allo stesso tempo, questi Paesi dipendono dai sistemi finanziari occidentali per gestire i loro investimenti e per garantire la convertibilità e la sicurezza delle loro riserve. Il risultato è una rete di relazioni in cui la stabilità del Golfo è diventata parte integrante della stabilità dei mercati globali.</p>



<p>Un terzo livello è quello <strong>militare e strategico</strong>. Gli Stati Uniti mantengono da decenni una presenza militare nella regione, non solo per garantire la sicurezza dei loro alleati ma anche per proteggere la continuità dei flussi energetici e commerciali. <strong>Le basi americane in Bahrain, Qatar, Kuwait ed Emirati rappresentano uno dei pilastri dell’equilibrio regionale. </strong>Allo stesso tempo, anche potenze come la Cina e, in misura diversa, la Russia hanno interessi diretti nella stabilità del Golfo, perché da essa dipendono approvvigionamenti energetici, investimenti e corridoi commerciali. Il Golfo è quindi uno dei pochi luoghi in cui competizione tra grandi potenze e necessità di cooperazione convivono nello stesso spazio.</p>



<p>Un quarto livello di interdipendenza riguarda le <strong>infrastrutture vitali</strong>, tra cui rientrano non solo oleodotti e porti, ma anche reti elettriche, sistemi di telecomunicazione e soprattutto impianti di desalinizzazione. In gran parte della penisola arabica l’acqua potabile dipende quasi interamente dalla desalinizzazione, e il funzionamento delle città è legato alla continuità di questi impianti. Colpirli significa intervenire su una risorsa essenziale non solo per la popolazione, ma anche per l’economia e per la presenza militare internazionale nella regione. È per questo che <strong>l’attacco all’impianto di desalinizzazione in Bahrain </strong>ha assunto un valore che va oltre il danno materiale: ha mostrato quanto il conflitto possa avvicinarsi al punto di rottura senza oltrepassarlo.</p>



<p>Infine, il Golfo è anche uno spazio di <strong>interdipendenza politica</strong>, perché i Paesi della regione, pur divisi da rivalità profonde, condividono la consapevolezza che una destabilizzazione totale sarebbe difficile da controllare. Le monarchie del Golfo non possono permettersi il collasso del sistema regionale da cui dipende la loro prosperità, ma anche l’Iran, pur in posizione antagonista, ha interesse a evitare una crisi che comprometterebbe le rotte commerciali, i mercati energetici e le relazioni con i suoi principali partner economici.</p>



<p>Per questo il Golfo appare oggi come una sorta di <strong>laboratorio della geopolitica contemporanea</strong>. È il luogo in cui la conflittualità è reale e costante, ma dove allo stesso tempo emerge con maggiore evidenza il vincolo dell’interdipendenza. Gli attori possono colpirsi, ma non possono distruggere ciò che tiene in piedi l’intero sistema. Ed è proprio questa rete di dipendenze reciproche, più che la diplomazia o il diritto internazionale, a costituire oggi uno dei principali fattori di contenimento del caos globale.</p>



<p>Se il Golfo rappresenta il punto massimo dell’interdipendenza globale, la crisi attuale mostra con particolare chiarezza un fatto spesso trascurato: <strong>tutti gli attori coinvolti si muovono entro limiti che non sono dichiarati</strong>.</p>



<p>Il comportamento degli <strong>Stati Uniti</strong> è il primo esempio di questo vincolo. Washington mantiene una forte presenza militare nella regione e sa che l&#8217;escalation con l&#8217;Iran può creare malumore fra gli alleati nell&#8217;area, per la prima volta finiti sotto tiro, oltre a complicare il destino degli <strong>Accordi di Abramo</strong>.</p>



<p>Anche l’<strong>Iran</strong>, pur adottando una strategia di pressione militare, mostra segnali di contenimento, tanto da scusarsi con le petromonarchie. Gli attacchi contro infrastrutture nei Paesi del Golfo hanno colpito aeroporti, raffinerie e perfino un impianto di desalinizzazione in Bahrain, ma senza provocare distruzioni irreversibili. <strong>Questo tipo di azione consente a Teheran di dimostrare capacità di risposta senza arrivare a una destabilizzazione totale della regione,</strong> che danneggerebbe anche i suoi stessi interessi economici e politici. Le autorità iraniane hanno più volte lasciato intendere che le operazioni contro i paesi vicini sono legate meramente alla presenza militare americana sul loro territorio, e non alla volontà di aprire un conflitto diretto con le monarchie del Golfo, segno che anche l’Iran riconosce implicitamente l’esistenza di una soglia oltre la quale la crisi diventerebbe incontrollabile.</p>



<p>I <strong>Paesi del Golfo</strong>, a loro volta, sono probabilmente gli attori più vincolati dall’interdipendenza. Le loro economie dipendono quasi interamente dalla continuità delle esportazioni energetiche, dalla stabilità dei mercati finanziari e dal funzionamento di infrastrutture altamente vulnerabili, come porti, raffinerie e impianti di desalinizzazione. Nonostante siano tra i principali alleati degli Stati Uniti, molti di questi paesi hanno cercato di evitare di essere coinvolti direttamente nella guerra, temendo che un’escalation possa mettere a rischio la sicurezza interna e la stabilità economica.</p>



<p>Un ulteriore elemento di contenimento deriva dai <strong>mercati globali dell’energia e della finanza</strong>, che reagiscono immediatamente a ogni escalation. Anche attacchi limitati contro infrastrutture del Golfo hanno già provocato interruzioni nella produzione e nella raffinazione, con effetti sui prezzi e sulle forniture internazionali. Questo significa che ogni attore deve tenere conto non solo delle conseguenze militari delle proprie azioni, ma anche delle ripercussioni economiche globali, che possono colpire alleati e avversari allo stesso modo. In un sistema così integrato, la guerra non è più separabile dalla stabilità dei mercati, e questo riduce lo spazio per decisioni radicali.</p>



<p>Il risultato è una situazione paradossale. Il livello di tensione è alto, le infrastrutture vengono colpite, i mercati reagiscono, ma nessuno sembra disposto a spingere il confronto fino al punto di rottura. <strong>L’interdipendenza non impedisce il conflitto, ma ne impedisce la conclusione distruttiva.</strong></p>



<p>In questo contesto, l’interdipendenza non è un ideale politico, ma un <strong>dato strutturale</strong>. Il mondo contemporaneo è costruito su reti così dense di scambi, infrastrutture e dipendenze reciproche che la distruzione totale di un avversario rischia di distruggere anche le <strong>condizioni di funzionamento del sistema nel suo insieme</strong>. </p>



<p>Il paradosso della fase attuale è che la conflittualità aumenta proprio mentre cresce l’impossibilità di portarla fino alle estreme conseguenze. Il risultato è un <strong>equilibrio instabile</strong>, fatto di crisi continue ma contenute, di attacchi limitati e di negoziati intermittenti, in cui nessun attore può davvero permettersi di spingere il sistema oltre il <strong>punto di rottura</strong>. </p>
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		<title>Navi con armi ipersoniche: così gli Usa finiscono sotto tiro</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/fregate-con-armi-ipersoniche-cosi-gli-usa-finiscono-sotto-tiro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Chiacchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jul 2023 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[A2/AD]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Missili ipersonici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1453" height="909" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/fregata-iran.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/fregata-iran.jpg 1453w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/fregata-iran-600x375.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/fregata-iran-300x188.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/fregata-iran-1024x641.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/fregata-iran-768x480.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1453px) 100vw, 1453px" /></p>
<p>La formazione di un imponente sistema A2/AD rappresenta un obbiettivo di primaria importanza per l’Iran, in virtù della necessità di limitare le capacità di proiezione militari americane. La costruzione di imbarcazioni leggere e veloci dotate di sistemi missilistici ipersonici rappresenta un importante passo in tal senso</p>
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<p>Il <strong>Golfo</strong> <strong>Persico</strong> rappresenta attualmente una delle aree del globo maggiormente soggette a frizioni tra i principali attori ivi presenti. Di fronte all’impossibilità di pervenire ad una parità militare con gli Stati Uniti, l’<strong>Iran</strong> sta attualmente sviluppando sistemi d’arma in grado di precludere il libero accesso degli Usa a tale area geografica.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Anti access/Area denial</h2>



<p>Nell’ambito dottrinario degli studi di guerra il termine <strong>A2/AD</strong>, rappresenta il diminutivo di&nbsp;<em>anti access/area denial.&nbsp;</em>Una strategia A2/AD mira a <strong>precludere</strong>&nbsp;<strong>l’accesso</strong>&nbsp;di un attore ostile ad un determinato dominio, o in alternativa a&nbsp;limitare&nbsp;la sua libertà di movimento entro il dominio stesso. A partire dagli anni Novanta diverse nazioni ostili agli Stati Uniti hanno investito fortemente nell’ottenimento di tali capacità, viste come un efficace deterrente ad un eventuale attacco statunitense, o in alternativa come una efficace strategia militare in caso di fallimento della deterrenza. </p>



<p>Una strategia A2/AD può essere implementata attraverso sistemi antiaerei, artiglieria, sistemi missilistici a lungo raggio, o anche forze navali progettate per eseguire attacchi mordi e fuggi, piuttosto che per mantenere il controllo del dominio marittimo. Già negli anni Duemila gli Stati Uniti espressero forti <strong>preoccupazioni</strong> circa lo sviluppo di tale strategia da parte dei loro competitor. Tali preoccupazioni furono recepite nel 2003 dalla pubblicazione&nbsp;<em>Meeting the Anti Access and Area Denial Challenge,&nbsp;</em>la quale raccomandava l’adozione da parte delle forze armate statunitensi di alcuni accorgimenti volti a contrastare l’impiego di una strategia A2/AD.&nbsp;</p>



<p>Negli ultimi anni i principali concorrenti statali degli Stati Uniti, quali la Federazione russa e la Repubblica Popolare Cinese, hanno <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-strategia-a2-ad-di-taiwan-cosi-taipei-puo-bloccare-la-cina.html/amp" target="_blank" rel="noreferrer noopener">investito pesantemente</a> nello sviluppo e nel miglioramento di tali capacità. Pur non presentando capacità militari comparabili a quelle di Mosca e Pechino, Teheran negli ultimi anni ha costruito un efficace sistema A2/AD formato dall’<strong>integrazione di missile balistici</strong> a lungo raggio volti a colpire le grosse basi statunitensi nella regione, nonché missile antinave e soprattutto imbarcazioni posamine e navi da attacco leggere e veloci. Tale strategia è inoltre favorita dalla conformazione morfologica del territorio, caratterizzata dalla presenza dello <strong>Stretto di Hormuz</strong>, braccio di mare estremamente&nbsp;<strong>corto e frastagliato</strong>. La preclusione dell’accesso al Golfo Persico rappresenta un obbiettivo di importanza prioritaria per Teheran, in quanto il controllo del dominio aereo e marittimo risulta essere essenziale per consentire agli Stati Uniti di prevalere in un eventuale conflitto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La Damavand-2&nbsp;</h2>



<p>La <strong>Damavand-2</strong> rappresenta l’ultimo progetto relative alla classe&nbsp;<em>Mowj&nbsp;</em>(conosciuta ance come Modge),<em>&nbsp;</em>una lunga serie di imbarcazioni leggere e veloci alternativamente categorizzate come fregate leggere, o corvette. I progetti relativi alla classe Mowj sono portati avanti dall’<em>Iranian Navy Factories,&nbsp;</em>nonché dalla&nbsp;<em>Marine Industries Organization.&nbsp;</em>Attualmente la Damavand-2 sta svolgendo i primi test di navigazione e diventerà probabilmente operativa nei prossimi anni, le informazioni circa le capacità operative e l’armamento dell’imbarcazione sono attualmente scarse, tuttavia l’ammiraglio Shahram Irani ha dichiarato che la fregata sarà dotata di missile ipersonici. Tale annuncio fa seguito ad una dichiarazione risalente al mese di giugno nella quale le Guardie Rivoluzionarie&nbsp;<a href="https://www.thedefensepost.com/2023/06/06/iran-unveils-hypersonic-missile/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">avevano asserito</a>&nbsp;come il Teheran avesse sviluppato un missile ipersonico denominato “<a href="https://it.insideover.com/difesa/ultima-minaccia-iran-missile-balistico-ipersonico.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Fattah</a>”, avente velocità superiore di circa 15 volte alla velocità del suono.&nbsp;</p>



<p>Una fregata leggera e veloce dotata di missili ipersonici può rappresentare una significative minaccia per le forze americane nella regione, in quanto un simile sistema d’arma dispone sia della capacità di&nbsp;<strong>avvicinarsi rapidamente</strong>&nbsp;alle grosse imbarcazioni statunitensi, ponendo in essere attacchi mordi e fuggi favoriti dall’elevata velocità del missile. Tuttavia un tal tipo di imbarcazione potrebbe anche essere impiegato per&nbsp;<strong>colpire</strong>&nbsp;le basi militari americane nella regione, grazie all’elevata velocità del missile e dell’imbarcazione stessa che renderebbe difficile porre in essere una risposta. Ciò limiterebbe significativamente le capacità di proiezione di Washington, assestando anche un colpo significativo al suo sistema logistico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le sfide iraniane</h2>



<p>Al netto delle dichiarazioni dei vertici militari iraniani, le sfide relative alla costruzione di un simile sistema d’arma si presentano quantomai complesse. Anzitutto la mera installazione di un sistema missilistico ipersonico su una nave da Guerra rappresenta un’operazione <a href="https://www.naval-technology.com/features/iran-claims-naval-hypersonic-capability-but-is-it-viable/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">estremamente ardua</a>, la quale è stata sinora portata a termine solo da poche nazioni. Contemporaneamente le capacità industriali e tecniche iraniane sono piuttosto limitate, il costante fallimento nello sviluppo da parte di Teheran di un caccia avente bassa tracciabilità radar (il cosiddetto Qaher-313), testimonia la <strong>scarsità</strong> di mezzi e <em>know how</em> atti ad eseguire un’operazione di tale complessità. Al contempo i missile ipersonici hanno sinora presentato un’efficacia <strong>piuttosto limitata</strong> in una reale operazione bellica, come dimostrato&nbsp;<a href="https://it.insideover.com/difesa/patriot-contro-kinzhal-la-sfida-usa-russia-sui-cieli-ucraini.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dall’intercettazione</a>&nbsp;del sistema missilistico russo Kinzhal.</p>



<p>La composizione dell’asimmetria tra le capacità effettive di una nazione e gli obbiettivi da essa&nbsp;perseguiti rappresenta uno degli elementi più importanti nella redazione di una&nbsp;<em>grand strategy.</em>&nbsp;Tale concetto venne rimarcato nel capolavoro di John Lewis Gaddis&nbsp;<em>On Grand Strategy</em>. Attualmente l’Iran sta perseguendo una strategia volta a mutare in proprio favore la <strong>bilancia di potere</strong> nella regione tramite l’utilizzo di&nbsp;<em>proxy,&nbsp;</em>che colmino le lacune del paese sul settore convenzionale. Tale strategia ha determinato l’ottenimento di diversi successi da parte di Teheran, quali la presa da parte degli Houthi dello Yemen settentrionale, tuttavia essa non ha determinato una risoluzione delle problematiche relative alle capacità industriali e tecniche del paese, poco funzionali a costruite un efficace dispositivo convenzionale, il quale rimane fortemente inferiore dal punto di vista tecnologico a quello dei vicini. Il superamento di tale sfida rappresenta un elemento assolutamente necessario per il conseguimento delle ambizioni iraniane.</p>
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		<title>L&#8217;alleanza che sfida la supremazia marittima Usa nel Golfo</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/alleanza-sfida-supremazia-marittima-usa-golfo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Marcassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jun 2023 10:04:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc)]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Miliare]]></category>
		<category><![CDATA[Usa-Iran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1075" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-scaled-600x336.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-1024x573.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-768x430.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-1536x860.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-2048x1146.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il grande ricatto di Teheran: dopo aver messo a repentaglio la sicurezza del Golfo per anni, tenta di convincere gli alleati americani che la cooperazione con l'Iran è l'unica via possibile per tutelarsi. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/alleanza-sfida-supremazia-marittima-usa-golfo.html">L&#8217;alleanza che sfida la supremazia marittima Usa nel Golfo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1075" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-scaled-600x336.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-1024x573.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-768x430.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-1536x860.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-2048x1146.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230606124442282_2e11bb9eb1b5eded439a379a52cbb317-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il capo della <strong>Marina iraniana</strong> ha annunciato la nuova iniziativa di <strong>cooperazione navale</strong> con le monarchie arabe che si affacciano sul Golfo Persico per “liberare la regione dalle <strong>forze illegittime</strong>&#8220;. Se fosse proprio un processo di collaborazione con l&#8217;Iran a garantire la sicurezza dei traffici marittimi, questo segnerebbe la fine dell&#8217;influenza americana sui Paesi del Gulf Cooperation Council. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La dichiarazione unilaterale</h2>



<p>Sabato 3 giugno il comandante della Marina iraniana ha dichiarato in un messaggio trasmesso dalla tv nazionale che Iran e Arabia Saudita, insieme ad altri tre Stati del Golfo Persico – Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein – pianificano di formare una coalizione navale che si estenderà anche a India e Pakistan. “I Paesi della regione&#8221; ha affermato il contrammiraglio Shahram Irani, &#8220;hanno oggi realizzato che solo la <strong>cooperazione</strong> tra noi può garantire <strong>sicurezza</strong> alla regione”.</p>



<p>&#8220;Grazie a questa coalizione nelle zone settentrionali dell&#8217;Oceano Indiano&#8221; ha continuato il comandante, &#8220;presto assisteremo alla liberazione della regione dalle forze non autorizzate&#8221;. Il riferimento implicito è agli Stati Uniti, che con la loro <strong>Quinta Flotta</strong> rappresentano un&#8217;importante presenza navale nell&#8217;area, fortemente osteggiata dall&#8217;Iran.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.insideover.com/raccontare-la-guerra-oggi?utm_source=strip&amp;utm_medium=ilgiornale&amp;utm_campaign=evento_140623&amp;_gl=1*3mpgh0*_ga*OTMyOTI0MDA0LjE2NDg0NjIxNzA.*_ga_N875FNGMRC*MTY4NjIxMTMyMy45OTEuMS4xNjg2MjExMzYwLjAuMC4w&amp;_ga=2.235155141.512922450.1685967008-932924004.1648462170"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="810" height="185" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/strip_io_evento_14_giugno_relatori-1.png" alt="" class="wp-image-398540" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/strip_io_evento_14_giugno_relatori-1.png 810w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/strip_io_evento_14_giugno_relatori-1-600x137.png 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/strip_io_evento_14_giugno_relatori-1-300x69.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/strip_io_evento_14_giugno_relatori-1-768x175.png 768w" sizes="auto, (max-width: 810px) 100vw, 810px" /></a></figure>



<p>I media governativi che hanno riportato la notizia non hanno fornito altri dettagli sulle tempistiche e le caratteristiche di questa alleanza, ma, elemento ancor più rilevante, la notizia non ha destato <strong>nessuna eco</strong> nei media dei Paesi teoricamente coinvolti. Né i giornali nazionali né le comunicazioni dei vari ministeri hanno dato alcuna notizia che confermi tali sviluppi. </p>



<p>Non è raro in realtà che gli ufficiali iraniani facciano dichiarazioni gonfiate per dare un&#8217;immagine di autorità e risolutezza e migliorare il proprio <em>standing</em> internazionale; pertanto, le dichiarazioni del comandante Irani devono avere qualche <strong>riscontro</strong> da parte dei Paesi arabi del Golfo per essere credibili. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La presenza americana</h2>



<p>La notizia tuttavia è corroborata dal recente annuncio del ritiro degli Emirati Arabi Uniti dalla coalizione navale a guida americana <em><strong>Combined Maritime Forces</strong></em> (Cmf). La task force statunitense, acquartierata nella base navale americana in Bahrain, comprende un totale di 38 nazioni e lavora su sicurezza, antiterrorismo e lotta alla pirateria nel Mar Rosso e nel Golfo Persico. Pattuglia le acque regionali e ispeziona regolarmente le navi in acque internazionali per contrastare eventuali traffici illeciti. </p>



<p>Nei fatti, l&#8217;iniziativa rappresenta un tentativo di forgiare una coalizione regionale per <strong>contenere l’Iran,</strong> e include anche una rete di difesa aerea per tutelare quelle importanti vie del commercio marittimo che dal 2019 sono messe a repentaglio dalle aggressioni e dai sequestri operati dalla Marina iraniana e dalle forze marittime delle Guardie della Rivoluzione Islamica. </p>



<p>La notizia del ritiro emiratino dalle Cmf è stata oggetto di <strong>controversie</strong>: in seguito alla comunicazione del ministro degli Affari Esteri di Abu Dhabi, i giornali americani hanno riportato la notizia affermando che il recesso era dovuto allo scontento degli Emirati, che avrebbero voluto un&#8217;azione preventiva più decisa da parte degli Stati Uniti contro le <a href="https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/lesercito-iraniano-sequestra-petroliera-diretta-america-2143161.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">aggressioni marittime</a> iraniane. Il ministro emiratino ha poi smentito questa interpretazione, segnalando che rappresentava valutazione distorta dei rapporti tra <strong>Abu Dhabi e Teheran</strong>.  L&#8217;1 giugno la Quinta Flotta degli Stati Uniti ha comunicato che il Paese è in realtà ancora un “partner” della coalizione multinazionale, e il <a href="https://combinedmaritimeforces.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sito della Cmf</a> riporta ancora gli Emirati tra i partecipanti alla task force. </p>



<p>Il ritiro di Abu Dhabi dall&#8217;iniziativa americana e la possibilità di questa nuova alleanza nel Golfo a trazione iraniana segnalano un <a href="https://it.insideover.com/politica/avvertimento-del-comandante-usa-medio-oriente.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ulteriore </a><strong><a href="https://it.insideover.com/politica/avvertimento-del-comandante-usa-medio-oriente.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">indebolimento</a> </strong>del ruolo di Washington in Medioriente, e quella che era stata disegnata policy di disimpegno potrebbe presto tramutare in marginalizzazione degli interessi americani nella regione. </p>



<p>Gli Emirati Arabi Uniti, che sono stati il primo Stato arabo del Golfo a firmare un accordo di <a href="https://it.insideover.com/politica/cosa-prevedono-gli-accordi-di-abramo-firmati-alla-casa-bianca.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">normalizzazione con Israele</a> nel 2020, hanno ripristinato relazioni diplomatiche formali con la Repubblica Islamica lo scorso anno.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Carte rimescolate nel Golfo </h2>



<p>Da tempo l’Iran sta provando a ricucire i rapporti con le monarchie arabe del Golfo. Il riavvicinamento che ha archiviato sette anni di ostilità tra <a href="https://it.insideover.com/politica/arabia-saudita-e-iran-riprendono-relazioni-diplomatiche-decisivo-il-ruolo-della-cina.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Arabia Saudita e Iran</a> ha vanificato gli sforzi congiunti di Stati Uniti e Israele per <strong>isolare l’Iran</strong> diplomaticamente e militarmente, e ha evidenziato una nuova traiettoria per la stabilità regionale e la cooperazione economica. L’accordo mediato da Pechino è stato valutato come uno slittamento nella policy estera e di sicurezza saudita, che per decadi ha fatto affidamento sugli Stati Uniti per la sicurezza dei propri scambi commerciali in cambio di uno flusso di petrolio stabile e a prezzi ragionevoli. Teheran ha più volte definito la distensione come una grande vittoria diplomatica contro Washington e un importante passo verso l&#8217;obiettivo dichiarato di “<strong>espellere l’America</strong>” dalla regione – obiettivo che si configurerebbe come molto prossimo con l&#8217;alleanza navale proclamata dal comandante Irani. </p>



<p>L&#8217;<strong>arena marittima</strong> sta guadagnando sempre più importanza nella regione, e lo dimostrano le diverse iniziative in corso tra le quali si innesta la presunta alleanza navale iraniana. <strong>Israele</strong> ha da poco testato con successo <em>C-Dome</em>, un sistema di difesa missilistico che rappresenta la versione navale di Iron Dome e sta conducendo proprio in questi giorni l&#8217;esercitazione &#8220;<a href="https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/us-centcom-chief-in-israel-to-witness-extensive-idf-firm-hand-drill/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Mano Ferma</a>&#8221; che combina le forze di terra, mare e aria delle Idf. Il comando centrale delle <strong>forze navali americane</strong> (Navcent) ha designato una task force nella base in Bahrain per creare una flotta di un centinaio di <a href="https://www.centcom.mil/MEDIA/NEWS-ARTICLES/News-Article-View/Article/3307629/us-bahrain-establish-working-group-to-operationalize-unmanned-fleet/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">navi di superficie senza equipaggio</a> per garantire la sicurezza della regione.</p>



<p>Cavalcando l&#8217;onda del recesso emiratino dalla coalizione di forze marittime di Washington, Teheran spera di poter trascinare nella propria sfera di influenza quei Paesi che, come Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, sono stati tradizionali alleati americani, in un impianto di cooperazione che assume le sembianze di un <strong>grande ricatto</strong>. Da anni le incursioni iraniane ai danni di petroliere e navi commerciali di proprietà di Stati del Golfo o carichi dei loro prodotti non vengono &#8220;vendicate&#8221; dalle forze americane – le amministrazioni Obama, Trump e Biden hanno preferito evitare rappresaglie contro le provocazioni iraniane e non hanno sviluppato una risposta militare deterrente convincente. Teheran può così presentare la cooperazione come unica soluzione possibile per garantire la sicurezza delle acque regionali: questa postura risuona esplicitamente nelle parole del comandante della Marina iraniana riportate sopra. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/alleanza-sfida-supremazia-marittima-usa-golfo.html">L&#8217;alleanza che sfida la supremazia marittima Usa nel Golfo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Un binario fino alla Siria: il piano iraniano per collegare Teheran al Mediterraneo</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/un-binario-fino-alla-siria-il-piano-iraniano-per-collegare-teheran-al-mediterraneo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Marcassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jun 2023 19:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[belt and road initiative]]></category>
		<category><![CDATA[ferrovie]]></category>
		<category><![CDATA[Golfo persico]]></category>
		<category><![CDATA[Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc)]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Sanzioni all'Iran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Torna sul tavolo delle trattative il progetto iraniano per una ferrovia che colleghi il Golfo Persico a Latakia, sul Mar Mediterraneo</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/un-binario-fino-alla-siria-il-piano-iraniano-per-collegare-teheran-al-mediterraneo.html">Un binario fino alla Siria: il piano iraniano per collegare Teheran al Mediterraneo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_2023053013325032_12edaede289f45cc92a32a3e98566a37-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per lungo tempo il governo dell&#8217;Iran ha sognato di realizzare una <strong>ferrovia </strong>che colleghi il porto Imam Khomeini sul Golfo Persico con il porto siriano di Latakia attraverso l&#8217;Iraq per aumentare la propria influenza politica, militare ed economica nella regione. Finora questo grande disegno – che Teheran presenta come fattibile, ma che in realtà implica sfide sostanziali – non si è concretizzato. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Dall&#8217;Iran</h2>



<p>Già nel luglio 2018 Saeed Rasouli, capo delle ferrovie iraniane (Rai), ha annunciato l&#8217;intenzione di costruire una linea ferroviaria per connettere il <strong>Golfo Persico </strong>al<strong> Mar Mediterraneo: </strong>la linea Iran-Iraq-Siria. L&#8217;idea di un collegamento tra Iran e Iraq non è nuova e risale anzi a più di dieci anni fa, ma a lungo è rimasta in potenza a causa della mancanza di fondi da parte dell&#8217;Iraq per partecipare al progetto (oltre che per la potenziale concorrenza con il progetto iracheno del grande porto di al-Faw, sempre sul Golfo). </p>



<p>In base ai recenti sviluppi che hanno rimesso l&#8217;ambizioso progetto sul tavolo, la linea dovrebbe partire dal porto dell&#8217;Imam Khomeini, nella zona a sud-ovest del Khuzestan, per attraversare il confine a Shalamcheh, nei pressi di Bassora, nel sud dell&#8217;Iraq. Dovrebbe poi percorrere il Paese in verticale e oltrepassare la frontiera siriana ad Abu Kamal per proseguire fino allo snodo di Deir ez-Zor sull&#8217;Eufrate e finire al porto sul Mediterraneo di Latakia nel nord-est della Siria.</p>



<p>Un simile progetto ha le potenzialità per sconvolgere gli <strong>equilibri commerciali</strong> e di conseguenza geopolitici della regione, incrementando i collegamenti tra i Paesi coinvolti e l&#8217;Asia occidentale, aumentando in definitiva l’appeal strategico dell’area.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Attraverso l&#8217;Iraq</h2>



<p>Lo scorso 7 maggio la Compagnia ferroviaria della Repubblica dell&#8217;Iraq e la controparte iraniana hanno firmato un memorandum d&#8217;intesa per completare il collegamento ferroviario tra la città di frontiera di Shalamcheh e Bassora, nel sud-est dell&#8217;Iraq. </p>



<p>Dopo lunghi anni di stallo, all&#8217;inizio del mese il governo di Baghdad ha destinato un budget di 120 milioni di dollari per la costruzione dei 32 chilometri di binari che separano le due città. Il collegamento ferroviario rispetterà i tempi e il percorso stabiliti dal memorandum, che prevede inoltre operazioni di sminamento e la costruzione di <strong>infrastrutture</strong> <strong>ferroviarie</strong> tra la frontiera iraniana e lo Shatt al-Arab, la via navigabile in cui confluiscono Tigri ed Eufrate 150 chilometri prima di sfociare nelle acque del Golfo. In base al documento, i due Paesi si coordineranno negli studi per costruire un ponte sopra lo Shatt al-Arab (Arvand per i persiani) su cui la ferrovia passerà. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="676" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531134008977_763a11826450a49e679bd4e73c305b31-1024x676.jpg" alt="" class="wp-image-398040" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531134008977_763a11826450a49e679bd4e73c305b31-1024x676.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531134008977_763a11826450a49e679bd4e73c305b31-scaled-600x396.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531134008977_763a11826450a49e679bd4e73c305b31-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531134008977_763a11826450a49e679bd4e73c305b31-768x507.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531134008977_763a11826450a49e679bd4e73c305b31-1536x1014.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531134008977_763a11826450a49e679bd4e73c305b31-2048x1352.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531134008977_763a11826450a49e679bd4e73c305b31-scaled.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Bassora, Iraq, 15 luglio 2020. Visuale dall&#8217;alto di una zona portuale nell&#8217;area di Bassora, nel sud dell&#8217;Iraq. Foto: EPA/AHMAD AL-RUBAYE / POOL.</figcaption></figure>



<p>Lo sblocco del progetto potrebbe rispondere alla necessità dell&#8217;Iraq di ripagare i <strong>miliardi di dollari di debito</strong> che ha con l&#8217;Iran per le forniture energetiche. Nonostante in questi anni, a causa della pressione esercitata da Washington, Baghdad abbia cercato di limitare la dipendenza dalle importazioni iraniane cooperando con compagnie occidentali, l&#8217;Iraq importa ancora gran parte del suo gas naturale e dell&#8217;elettricità dall&#8217;Iran.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Fino alla Siria </h2>



<p>Il 3 maggio il presidente iraniano <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-ebrahim-raisi-il-nuovo-presidente-dell-iran.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ebrahim Raisi</a> e il corrispettivo siriano <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-bashar-al-assad.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bashar al-Assad </a>hanno siglato diversi accordi bilaterali di <strong>cooperazione strategica</strong> di lungo periodo su temi come petrolio, aviazione, agricoltura e reti ferroviarie, inclusa la linea Iran-Iraq-Siria. </p>



<p>Commentando gli accordi, le fonti ufficiali iraniane hanno affermato che la linea ferroviaria contribuirebbe significativamente alle iniziative di <strong>ricostruzione</strong> per la Siria, rafforzando il settore dei trasporti e facilitando il turismo religioso tra i tre Paesi. L&#8217;Iran si è proposto di sostenere i costi del progetto in Siria oltre che nel proprio territorio, mentre l&#8217;Iraq contribuirebbe autonomamente fino al confine siriano. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531133136533_8ce41ac11701146b6cb268ef670001a2-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-398042" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531133136533_8ce41ac11701146b6cb268ef670001a2-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531133136533_8ce41ac11701146b6cb268ef670001a2-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531133136533_8ce41ac11701146b6cb268ef670001a2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531133136533_8ce41ac11701146b6cb268ef670001a2-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531133136533_8ce41ac11701146b6cb268ef670001a2-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531133136533_8ce41ac11701146b6cb268ef670001a2-2048x1365.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/05/ilgiornale2_20230531133136533_8ce41ac11701146b6cb268ef670001a2-scaled.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">29 aprile 2018, Damasco, Siria. Una stazione ferroviaria danneggiata negli scontri con i miliziani dello Stato Islamico nel quartiere al-Qadam. Foto: EPA/YOUSSEF BADAWI.</figcaption></figure>



<p>Secondo il ministro siriano dei trasporti Zouhair Khazim, il progetto proposto da Teheran rappresenta uno dei più importanti strumenti per rafforzare la sinergia tra Iran e Siria. &#8220;Connettere le ferrovie siriane con quelle iraniane ed irachene espanderebbe la cooperazione nel campo del commercio e dei trasporti&#8221; ha affermato, aggiungendo che la Siria è pronta a stabilire una <strong>compagnia di trasporti congiunta</strong> con l’Iran.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Implicazioni economiche</h2>



<p>Collegando direttamente i principali fulcri della Mezzaluna Sciita, la linea Iran-Iraq-Siria contribuirebbe alla promozione del <strong>turismo religioso</strong> tra i tre Paesi che ospitano importanti templi sciiti. Basti pensare che a settembre 2022, più di <a href="https://www.france24.com/en/live-news/20220917-21-million-shiites-mark-arbaeen-in-iraq-s-karbala" target="_blank" rel="noreferrer noopener">21 milioni </a>di persone da tutto il mondo – inclusi 3 milioni di iraniani – hanno visitato l&#8217;Iraq per l&#8217;annuale pellegrinaggio di Arbaeen nella città santa di Karbala. Numeri del genere sono destinati a salire significativamente con un collegamento ferroviario.</p>



<p>Il progetto ferroviario iraniano rappresenta poi un&#8217;importante opportunità per i progetti intercontinentali cinesi, e infatti la linea proposta da Teheran costituirebbe un fondamentale perno geo-economico nella rete di collegamento terrestre della <strong><a href="https://it.insideover.com/politica/dalla-bri-alla-gdi-ecco-la-mappa-dellagenda-politica-economica-e-militare-della-cina.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Belt and Road Initiative</a> </strong>di Pechino. Gli iraniani potrebbero quindi diventare facilitatori dei piani cinesi in Medioriente, e un valido sostegno per espandere la propria rete fino al Mediterraneo.  </p>



<p>La Cina vede la possibilità di usare le comunicazioni verso occidente dell&#8217;Iran come un&#8217;opportunità di incrementare la connettività dei rami della Bri; al tempo stesso, la regione riveste interesse strategico per gli sconfinati bisogni energetici cinesi, dal momento che l&#8217;Iraq ospita preziosi giacimenti petroliferi (dei quali Pechino già si avvale) e l&#8217;Iran dispone di grandi riserve di gas naturale. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Aggirare le sanzioni </h2>



<p>Collateralmente al rafforzamento della connettività regionale, il progetto della linea ferroviaria servirebbe come strumento per bypassare le sanzioni occidentali e con esse le pressioni esterne sui tre Paesi, in particolare per Iran e Siria. La linea ferroviaria potrebbe infatti facilitare il processo di fornitura di <strong>armi</strong> ai movimenti affiliati alle <a href="https://www.insideover.com/schede/war/who-are-the-pasdaran.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Guardie della rivoluzione islamica</a> iraniane in Iraq e Siria ma anche in Libano (in particolare ad <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/il-partito-di-dio-storia-e-futuro-di-hezbollah.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Hezbollah</a>). </p>



<p>Inoltre, fornirebbe all&#8217;Iran uno sbocco sul Mar Mediterraneo e uno strumento attraverso cui muovere i propri prodotti sui mercati regionali – che rischierebbero uno <strong>shock</strong>, essendo inondati di beni la cui diffusione è stata artificialmente limitata. Per aggirare le sanzioni, tuttavia, i certificati di origine dei prodotti iraniani dovrebbero essere alterati, e questo potrebbe a sua volta aprire la strada ad <strong>ulteriori sanzioni</strong> per istituzioni irachene e siriane, esacerbando in ultima analisi le difficoltà economiche che già pregiudicano la vita della popolazione civile dei due Paesi. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/un-binario-fino-alla-siria-il-piano-iraniano-per-collegare-teheran-al-mediterraneo.html">Un binario fino alla Siria: il piano iraniano per collegare Teheran al Mediterraneo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>I leader del Golfo minacciano al Sisi, ma non abbandoneranno l’Egitto</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/i-leader-del-golfo-minacciano-al-sisi-ma-non-abbandoneranno-legitto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Marcassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 19:03:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Canale di suez]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[Fratelli musulmani]]></category>
		<category><![CDATA[Primavere arabe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230130135537993_b10a2fce31baf65825373936c47e8fee-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La relazione tra Egitto e gli Stati del Golfo rappresenta un&#8217;unione fondata su interessi reciproci piuttosto che un&#8217;autentica fratellanza ideologica. Tuttavia, ora che la crisi economica egiziana ha scatenato un malcontento che il Presidente potrebbe faticare ad arginare, si concretizza il rischio che l&#8217;assetto istituzionale del Paese venga messo in questione. Per questo, i leader &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/i-leader-del-golfo-minacciano-al-sisi-ma-non-abbandoneranno-legitto.html">[...]</a></p>
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<p>La relazione tra <strong>Egitto</strong> e gli Stati del Golfo rappresenta un&#8217;unione fondata su <strong>interessi reciproci</strong> piuttosto che un&#8217;autentica fratellanza ideologica. Tuttavia, ora che la crisi economica egiziana ha scatenato un malcontento che il Presidente potrebbe faticare ad arginare, si concretizza il rischio che l&#8217;assetto istituzionale del Paese venga messo in questione. Per questo, i leader del Golfo hanno sospeso il loro sostegno a <strong>Abdel Fattah al-Sisi</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una relazione sbilanciata </h2>



<p>Dalla fine dei loro contrasti negli Anni Sessanta, il matrimonio di convenienza tra gli asset finanziari del Golfo e l’influenza politica e culturale dell’Egitto ha giocato a favore degli <strong>interessi strategici</strong> di entrambi, ma in maniera sbilanciata. Questo <strong>sbilanciamento</strong> si è dispiegato in maniera plateale nei dieci anni di presidenza al-Sisi. Fin dai giorni successivi alla Rivoluzione del 30 Giugno, quando il Generale è salito al potere in Egitto spodestando un presidente legittimamente eletto, il sostegno dei monarchi ed emiri della Penisola Araba si è manifestato in maniera considerevole. Mentre il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e la Banca di Sviluppo Africana stanziavano miliardi in aiuti per favorire la stabilità economica del Paese, ridurne l’inflazione e il debito pubblico, i fondi provenienti dal Golfo arrivavano sotto forma di <strong>finanziamenti diretti e senza alcun vincolo</strong>. La rovinosa gestione economica di al-Sisi ha rispecchiato quella dei 60 anni di governo militare prima di lui, e dei miliardi che gli sono piovuti nelle mani, poco o nulla è finito nelle tasche degli egiziani in termini di welfare, sicurezza o stabilità finanziaria, creando una <a href="https://it.insideover.com/politica/a-12-anni-dalla-primavera-araba-legitto-e-sullorlo-della-rivolta.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">situazione precaria ed esplosiva</a>.</p>



<p>Invece di investire quei fondi in progetti in grado di stimolare l&#8217;economia interna e il settore privato, la policy economica impostata dal Generale ha dato priorità a <strong>faraonici progetti infrastrutturali</strong> che hanno arricchito esclusivamente l&#8217;esercito egiziano, che opera in tutti i settori dell&#8217;economia. Come spiega il <a href="https://pomed.org/wp-content/uploads/2022/01/2022_01_Final_SpringborgSnapshot.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">professor Robert Springborg</a>, consigliere scientifico presso l&#8217;Istituto Affari Internazionali (IAI), i prestiti mal adoperati dall’esecutivo egiziano hanno avuto un effetto deleterio sul bilancio statale, innescando una crisi del debito che ha portato ad un controllo ancora più estensivo dell&#8217;esercito sull&#8217;economia nazionale. Springborg sottolinea che il risultato di prestiti eccessivi è che ora una porzione significativa della spesa pubblica è impegnata esclusivamente nella restituzione del debito e la vita economica del Paese è strettamente dipendente dalla <strong>continuazione dei prestiti</strong>. Questo circolo vizioso in cui al-Sisi ha fatto precipitare il Paese è stato definito <a href="https://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/aid-security-gulf-egypt-dynamic-supporting-egypts-economy" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“cultura della dipendenza”</a> e lega indissolubilmente la capacità del Cairo di far fronte alle sue sfide socio-economiche all’erogazione di fondi provenienti dal Golfo. &nbsp;&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli interessi del Golfo </h2>



<p>I leader del Consiglio di Cooperazione del Golfo &#8211; e in particolare Arabia Saudita ed Emirati, supporter principali di al-Sisi &#8211; hanno nutrito a lungo e oculatamente la cultura della dipendenza egiziana tramite finanziamenti e garanzie per i prestiti del Fondo Monetario Internazionale per molteplici motivi. In primis, la repressione applicata da al-Sisi ha concretamente sventato il <strong>rischio di una svolta democratica</strong> nel più popoloso Paese del mondo arabo. Le Primavere del 2011 sono state percepite come un rischio esistenziale dagli Stati del Golfo, preoccupati dalla repentina crescita di potere dell’Islam politico impersonato dai <strong>Fratelli Musulmani</strong>. Considerato il peso demografico e culturale dell’Egitto nella regione, l’ipotesi che potesse diventare un modello di statualità islamica alternativa a quella del Golfo rappresentava un rischio troppo grande. Il supporto dato a al-Sisi contro il <strong>nemico comune</strong>, i Fratelli Musulmani, si è concretizzato nel <a href="https://www.chathamhouse.org/sites/default/files/CHHJ8102-Egypt-and-Gulf-RP-WEB_0.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">finanziamento del movimento <em>Tamarrod</em></a> (termine arabo per &#8220;ribellione&#8221;) che nel giugno 2013, raccogliendo <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lesercito-egiziano-si-prende-gli-onori-ma-non-lonere-di-governare-8358">22 milioni di firme</a>, ha portato alla destituzione del presidente Morsi, stroncando la minaccia del nuovo Islam politico sul nascere. </p>



<p>Un secondo motivo che assegna al Cairo una rilevanza particolare per i leader GCC è che il <strong>Canale di Suez e l’oleodotto SUMED</strong> (Suez-Mediterranean) costituiscono vie strategiche per il greggio e il gas naturale provenienti dal Golfo e diretti verso Europa e Nord America. Entrambi costituiscono snodi fondamentali per il commercio delle risorse energetiche saudite, emiratine, kuwaitiane e qatariote. Mantenere un rapporto privilegiato con l’esecutivo che controlla quelle vie è quindi una priorità nel panorama geopolitico del Consiglio di Cooperazione del Golfo.</p>



<p>Infine, va considerata anche la <strong>competizione regionale</strong> che oppone le due sponde del Golfo Persico. La Repubblica islamica dell’Iran rappresenta una sfida per dimensione, popolazione, quantità di risorse e potenza militare, anche se la sua forte identità nazionale sta attraversando un’inedita stagione di rivolgimenti. Per le monarchie della sponda Araba del Golfo, mantenere una presa salda su un Paese influente come l’Egitto assicura loro una lunghezza di vantaggio nei giochi persiani.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La fine dei finanziamenti</h2>



<p>La <strong>leadership di al-Sisi</strong> ha determinato una crisi economica e delle tensioni sociali che rendono l’Egitto un Paese instabile e quindi pericoloso per gli interessi del Golfo. Insoddisfatti dagli scarsi risultati dei loro investimenti egiziani, i leader delle petro-monarchie hanno bloccato le linee di credito al Cairo: un <strong>Egitto utile</strong> è per loro un <strong>Egitto stabile</strong>, e al-Sisi ha perso la fiducia dei suoi maggiori azionisti. Finora il Generale aveva svelato lo sbilanciamento di questa relazione ringraziando in maniera quasi reverenziale i “fratelli nel Golfo” in diverse occasioni pubbliche.</p>



<p>Assistendo inerme al prosciugamento degli aiuti degli alleati ad est, recentemente si è lasciato andare a dichiarazioni dai toni disperati, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=zz8LxZQ0ZDU&amp;ab_channel=TeNTV" target="_blank" rel="noreferrer noopener">arrivando a dire</a> che l’Egitto “non avrebbe potuto continuare ad esistere” senza il loro aiuto. Il realismo dei leader del Golfo non li ha fatti impietosire, ma i loro interessi nella patria delle piramidi restano cruciali. Per tutelarli, possono <a href="https://www.middleeasteye.net/opinion/egypt-gulf-leaders-abandoning-are" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fare pressione</a> sull&#8217;esercito egiziano per stabilizzare la situazione ed esprimere un&#8217;alternativa al Generale. La relazione strutturata in tanti anni era funzionale per le petro-monarchie arabe, ma per rimanere tale c&#8217;è bisogno di una figura più affidabile di al-Sisi, che risulta l&#8217;unico elemento sacrificabile in questa equazione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/i-leader-del-golfo-minacciano-al-sisi-ma-non-abbandoneranno-legitto.html">I leader del Golfo minacciano al Sisi, ma non abbandoneranno l’Egitto</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il Covid-19 ha messo a dura prova i Paesi del Golfo Persico</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/il-covid-19-ha-messo-a-dura-prova-i-paesi-del-golfo-persico.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Walton]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2020 14:13:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Kuwait]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo islamico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="817" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Iran-Teheran-sanificazione-strade-covid-La-Presse-e1586169928937.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iran Teheran (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Iran-Teheran-sanificazione-strade-covid-La-Presse-e1586169928937.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Iran-Teheran-sanificazione-strade-covid-La-Presse-e1586169928937-300x163.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Iran-Teheran-sanificazione-strade-covid-La-Presse-e1586169928937-768x418.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Iran-Teheran-sanificazione-strade-covid-La-Presse-e1586169928937-1024x558.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>I petro-Stati del Golfo Persico vivono una crisi esistenziale profonda. La pandemia e la transizione globale verso le energie rinnovabili hanno causato un abbassamento significativo dei prezzi del petrolio ed i tentativi fatti dall&#8217;OPEC per stimolarne un rialzo non hanno avuto particolare successo. Le nazioni coinvolte hanno reagito in maniera diversa: l&#8217;Arabia Saudita ha tagliato &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/il-covid-19-ha-messo-a-dura-prova-i-paesi-del-golfo-persico.html">[...]</a></p>
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<h2>Problematiche complesse</h2>
<p><a href="https://gulfif.org/the-crisis-of-the-era-economic-decline-in-kuwait/">Gestire l&#8217;impatto</a> della pandemia nei prossimi anni potrebbe rivelarsi uno dei test più difficili per il <strong>Consiglio di Cooperazione del Golfo</strong>, un&#8217;organizzazione internazionale a carattere regionale che riunisce sei Stati del Golfo Persico: Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. La caduta dei prezzi del petrolio e le perdite nel settore privato destano preoccupazione. Per il Kuwait si tratta di uno dei periodi più difficili dai tempi dell&#8217;occupazione irachena del 1991: Il Paese ha uno dei più alti tassi di mortalità al mondo provocati dal Covid-19 con 60 morti per milione di abitanti e le misure di contenimento, in vigore dal 12 marzo, hanno portato alla chiusura di tutte le attività commerciali. La difficoltà nel contenere le infezioni ha provocato uno <strong>slittamento</strong> nell&#8217;avvio del piano di riapertura. <a href="https://www.thenational.ae/business/crisis-hits-kuwait-s-gulf-bank-1.493558">Il sistema bancario</a> del Kuwait <strong>inizia a scricchiolare:</strong> la Banca Centrale è stata costretta ad intervenire per rafforzare la Kuwait Gulf Bank, che ha subito perdite stimabili in circa 200 milioni di dollari kuwaitiani.</p>
<h2>Minacce insostenibili</h2>
<p><a href="https://www.iiss.org/blogs/analysis/2020/06/mide-gulf-covid-19">Le nazioni del Golfo</a> sono <strong>esposte ai rischi del Covid-19.</strong> Questi Stati hanno investito massicciamente nel trasporto aereo, nel turismo e nella<strong> logistica</strong>, tutti legati al libero spostamento, ora impossibile, di persone e beni ed importano buona parte del proprio fabbisogno alimentare e medico. <strong>I</strong> rallentamenti delle catene di rifornimento hanno avuto  ripercussioni sulla vita quotidiana degli abitanti della regione. C&#8217;è il rischio che, ad approfittare della situazione, possano essere anche i radicali islamici, al momento non particolarmente attivi, ma determinati a rovesciare le case regnanti e ad impadronirsi del potere. <a href="https://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/gulf-support-to-the-counter-isis-campaign">Gli Stati del Golfo </a>hanno giocato un ruolo importante nelle campagne militari contro lo Stato Islamico che costituisce, per loro, non solo una minaccia regionale ma anche interna. L&#8217;Arabia Saudita è stata colpita, sin dal 2014, da una serie di attentati contro la popolazione civile, le forze di sicurezza e gli stranieri. In Kuwait, invece, lo Stato Islamico è stato responsabile, nel 2015, del più grave attentato nella storia del Paese (27 morti e 227 feriti in seguito ad un attentato suicida contro una moschea sciita). Le nazioni del<strong> Golfo</strong> potrebbero ritrovarsi, nel giro di pochi anni, ai margini delle dinamiche geopolitiche globali e non più in grado di esercitare un&#8217;influenza significativa sul resto del mondo. <strong>L&#8217;Iran,</strong> con l&#8217;aiuto della Cina e della Federazione Russa, è determinato a scalzarne le posizioni e ad imporre la sua ideologia dominata dall&#8217;antiamericanismo.</p>
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		<title>Si apre il mercato delle armi israeliane per gli Emirati Arabi Uniti</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/si-apre-il-mercato-delle-armi-israeliane-per-gli-emirati-arabi-uniti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mauri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2020 13:30:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="979" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Accordo Israele Emirati (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309-300x153.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309-1024x522.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309-768x392.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309-1536x783.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309-2048x1044.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Lo storico accordo di normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti mediato dalla Casa Bianca dello scorso 13 agosto, porterà con se non solamente una svolta epocale a livello politico ed economico, ma aprirà a Tel Aviv un mercato che sino ad oggi era rimasto chiuso, un mercato ad alta tecnologia e per &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/si-apre-il-mercato-delle-armi-israeliane-per-gli-emirati-arabi-uniti.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="979" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Accordo Israele Emirati (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309-300x153.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309-1024x522.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309-768x392.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309-1536x783.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Accordo-Israele-Emirati-La-Presse-e1597757421309-2048x1044.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Lo storico accordo di normalizzazione dei rapporti tra <strong>Israele</strong> ed <strong>Emirati Arabi Uniti</strong> mediato dalla Casa Bianca dello scorso <strong>13 agosto</strong>, porterà con se non solamente una svolta epocale a livello politico ed economico, ma aprirà a Tel Aviv un mercato che sino ad oggi era rimasto chiuso, un mercato ad alta tecnologia e per questo molto redditizio: quello della <strong>Difesa</strong>.</p>
<p>Abbiamo già avuto modo di chiarire <a href="https://it.insideover.com/politica/israele-ed-il-mondo-arabo-si-alleano-per-emarginare-liran.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">l&#8217;importanza politica e le conseguenze di questo avvenimento epocale</a>: si va formando un fronte unico anti-iraniano nell&#8217;area del Medio Oriente che emarginerà Teheran ed i suoi alleati regionali spingendoli, possibilmente, ancora di più tra le braccia dei giganti d&#8217;oriente (Cina e Russia), con tutte le nefaste conseguenze che potrebbero crearsi sul medio e lungo termine.</p>
<p>Dal punto di vista commerciale, ed in particolare in quel settore delle industrie della Difesa, l&#8217;accordo permetterà ad Israele di avere accesso ad un mercato che, per i soli Eau, vale circa <strong>23 miliardi di dollari l&#8217;anno</strong>. Un mercato in crescita per ora dominato largamente dagli Stati Uniti, che forniscono armi per circa 20 miliardi di dollari ad Abu Dhabi.</p>
<p><a href="https://www.haaretz.com/israel-news/business/.premium-the-real-deal-for-israel-and-the-uae-is-weapons-1.9077725" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Come riporta <em>Haartez</em></a>, già poche ore dopo la normalizzazione, fonti dell&#8217;industria della difesa israeliana stavano parlando di come gli Emirati Arabi Uniti abbiano il potenziale per compensare la perdita di vendite a livello locale a causa dei termini dell&#8217;attuale accordo di aiuto degli Stati Uniti viziato anche dalla <a href="https://breakingdefense.com/2020/04/israeli-seeks-early-release-of-us-defense-funding/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">crisi pandemica</a>. Israele, infatti, ha sempre ricevuto cospicui aiuti da parte di Washington che nel 2019 si sono concretizzati in <strong>38 miliardi di dollari spalmati su 10 anni</strong> di cui<a href="https://fas.org/sgp/crs/mideast/RL33222.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> 33 per il Fmf</a> (Foreign Military Financing) e <strong>5</strong> per assistenza nel <strong>settore della difesa missilistica</strong>. Esperti del settore industriale militare israeliano hanno sottolineato che gli Eau sono un partner ideale con grandi disponibilità finanziarie e un regime autoritario che può prendere decisioni rapide sull&#8217;acquisto di armi.</p>
<p>La collaborazione tra Tel Aviv e Abu Dhabi potrebbe quindi abbracciare un settore industriale vitale, che comprende anche quello della <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-cyber-warfare-il-campo-di-battaglia-piu-caldo.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">cybersicurezza</a> e dell&#8217;<a href="https://it.insideover.com/guerra/il-dilemma-terminator-ecco-i-rischi-dellutilizzo-dellintelligenza-artificiale-in-campo-militare.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">intelligenza artificiale (Ia)</a>, facendo compiere quindi un gigantesco balzo in avanti alla Difesa del piccolo emirato del Golfo.</p>
<p>Il mese scorso, la società degli Emirati Arabi Uniti <a href="https://g42.ai/#Vision" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Group 42</a>, che si occupa di Ia e di sviluppo e implementazione di nuove tecnologie, ha accettato di collaborare con Israel Aerospace Industries (Iai) e Rafael Advanced Defense Systems per sviluppare sistemi in grado di combattere il nuovo coronavirus. Molto di più, però, sta succedendo dietro le quinte: sembra che siano coinvolte non solo società della difesa come Iai, Rafael ed Elbit Systems, ma anche altri attori puramente tecnologici come Aeronautics Defense Systems (droni), AnyVision (riconoscimento facciale) e Nso Group Technologies (sorveglianza informatica).</p>
<p>Tra i due Paesi, infatti, ci sono stati dei rapporti di <strong>collaborazione “sotto traccia”</strong> anche in assenza di contatti diplomatici ufficiali che sono stati stimati valere parecchie decine di milioni di dollari tanto che alcune persone nel settore considerano la normalizzazione un possibile problema perché ora tutto, compresi gli accordi che sarebbe meglio restassero nascosti, uscirà allo scoperto. Tuttavia, la maggior parte delle fonti del settore ha affermato che la normalizzazione probabilmente porterà a un aumento della vendita di armi, dei sistemi di sicurezza informatica e di quelli <strong>C4ISR</strong> alle potenze del Golfo. Israele infatti è il Paese leader della regione per quanto riguarda i sistemi di ricognizione, ad esempio, e l&#8217;attività di partenariato con gli Emirati Arabi Uniti potrebbe portare alla condivisione (parziale) dell&#8217;attività di raccolta dati della Difesa israeliana che farebbe da apripista per un eventuale allargamento anche agli altri Paesi del Golfo che intendono seguire la strada aperta da Abu Dhabi.</p>
<p>Ancora una volta, però, a fare gola è proprio il mercato degli <strong>armamenti</strong>. Gli Eau hanno in dotazione sistemi di fabbricazione americana, come i <strong>caccia F-16</strong> presenti in 77 esemplari, che potrebbero essere aggiornati dalle industrie israeliane, e lo stesso discorso vale per l&#8217;<strong>Oman</strong> e il <strong>Bahrein</strong>, che hanno forze aeree più modeste ma che parlano “americano”, quindi con assetti ben conosciuti dagli specialisti con la stella di Davide.</p>
<p>Ancora più interessante da questo punto di vista è la possibilità che Tel Aviv decida di vendere il <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/funziona-iron-dome-sistema-antimissile-israele.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>sistema Iron Dome</strong></a> alle monarchie del Golfo ed in particolare agli Eau: lo spauracchio dato dall&#8217;<a href="https://it.insideover.com/schede/guerra/quello-ce-sapere-sul-programma-missilistico-delliran.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">attività missilistica iraniana</a> unito, nel caso di Abu Dhabi, all&#8217;esigenza di difendere infrastrutture strategiche molto importanti come la <a href="https://it.insideover.com/guerra/scatta-lallarme-a-washington-cina-e-arabia-saudita-unite-per-il-nucleare.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">nuova centrale nucleare</a>, potrebbe spingere verso un accordo in questo senso. Del resto già cinque anni fa alcuni Paesi del Golfo avevano già espresso interesse un po&#8217; velatamente verso il sistema di difesa antimissile israeliano, ma i tempi non erano ancora maturi. Com&#8217;è ovvio la situazione è ancora <em>in fieri</em>, e non c&#8217;è modo di sapere con esattezza l&#8217;esatta tipologia di trattative tra i due Stati nel campo della Difesa, ma la strada è ormai segnata, ed è una strada ricoperta di petrodollari sonanti.</p>
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		<title>La corsa al nucleare delle monarchie del Golfo</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-corsa-al-nucleare-delle-monarchie-del-golfo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Futura D'Aprile]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2020 07:31:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Energia nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Rettore nucleare Abu Dhabi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?p=284166</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1096" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Re-Salman-dellArabia-Saudita-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Arabia Saudita Salman (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Re-Salman-dellArabia-Saudita-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Re-Salman-dellArabia-Saudita-La-Presse-300x219.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Re-Salman-dellArabia-Saudita-La-Presse-768x561.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Re-Salman-dellArabia-Saudita-La-Presse-1024x748.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>A marzo gli Emirati Arabi Uniti hanno attivato uno dei quattro reattori della stazione nucleare Barakah (letteralmente, “Benedizione divina”), la prima di tutta la Penisola arabica. Il progetto fa parte del più grande piano di Abu Dhabi per diversificare la propria economia, puntando sulle rinnovabili. La scelta di passare dall’energia solare – negli Emirati è &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-corsa-al-nucleare-delle-monarchie-del-golfo.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1096" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Re-Salman-dellArabia-Saudita-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Arabia Saudita Salman (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Re-Salman-dellArabia-Saudita-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Re-Salman-dellArabia-Saudita-La-Presse-300x219.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Re-Salman-dellArabia-Saudita-La-Presse-768x561.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Re-Salman-dellArabia-Saudita-La-Presse-1024x748.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>A marzo gli Emirati Arabi Uniti hanno attivato uno dei quattro reattori della stazione nucleare Barakah (letteralmente, “Benedizione divina”), la prima di tutta la Penisola arabica. Il progetto fa parte del più grande piano di Abu Dhabi per diversificare la propria economia, puntando sulle rinnovabili. La scelta di passare dall’energia solare – negli Emirati è stato costruito il più grande campo di pannelli solari del mondo – a quella nucleare ha però destato non poche preoccupazioni e l’intenzione dell’Arabia Saudita di intraprendere lo stesso percorso non fa che aumentare i timori sulla stabilità della regione.</p>
<h2>La centrale Bakarah</h2>
<p>Nel 2012, dopo aver ottenuto la Licenza di costruzione dell’Autorità federale per il regolamento nucleare (Fanr) e il Certificato di non obiezione da parte del regolatore (Ead), gli Emirati hanno avviato la costruzione della <strong>centrale nucleare Bakara</strong>h. Lo stabilimento sorge a sud ovest della città di Ruwais e una volta terminato sarà in grado di produrre il 25% dell’energia elettrica necessaria per soddisfare il fabbisogno energetico del Paese, abbattendo anche le emissioni annue di carbonio. L’azienda che si è occupata della realizzazione dell’impianto è la sudcoreana Korea Electric Power Corporation (Kepco), che ha vinto con un’offerta del 30% inferiore rispetto alla proposta arrivata seconda. Si tratta del primo impianto nucleare che la compagnia esporta al di fuori della Corea del Sud e diversi analisti hanno evidenziato seri problemi nella sua realizzazione. Uno degli ultimi report stilati dal <a href="https://www.nuclearconsult.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Nuclear Consulting Group</em></a> ha sottolineato la <a href="https://www.aljazeera.com/ajimpact/nuclear-gulf-experts-sound-alarm-uae-nuclear-reactors-200628194524692.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">mancanza</a> <em>in</em> <em>primis</em> del <em>core catcher</em> che entra in funzione in caso di fusione del nocciolo ed evita che quest’ultimo violi l’edificio di contenimento. La centrale realizzata da Kepco manca anche delle difese necessarie in caso di incidente o di attacco, una prospettiva nemmeno troppo improbabile se si considera la regione in cui sorge. Come se non bastasse, il Gruppo ha anche scoperto alcune crepe negli edifici di contenimento del reattore: Abu Dhabi ha ammesso l’esistenza di quest’ultimo problema sono di recente, assicurando che era stato risolto. Ma senza dimostrarlo. Ovviamente in caso di attacco o incidente a pagarne le conseguenze non sarebbero solo gli Emirati Arabi, come sanno bene in Qatar. Doha ha più volte espresso le sue preoccupazioni anche attraverso una lettera inviata Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), ma le sue parole sono cadute nel vuoto anche a causa della mancanza di rapporti diplomatici con Abu Dhabi e gli altri Paesi del Golfo.</p>
<p>Gli esperti si sono anche interrogati sulle motivazioni che hanno spinto gli Emirati a puntare sul nucleare, anziché proseguire unicamente sulla strada dell’eolico e del solare. Abu Dhabi ha più volte affermato di voler usare le centrali solo per scopi civili e oltre ad aver aderito all’Accordo di non proliferazione ha anche firmato il Protocollo addizionale, che amplia i poteri di ispezione dell’Agenzia per il nucleare. Tuttavia i dubbi sulle reali intenzioni di Abu Dhabi continuano ad essere molti.</p>
<h2>I progetti dell&#8217;Arabia Saudita</h2>
<p>Gli Emirati sono stati i primi ad aver costruito una centrale nucleare nel Golfo, ma il loro esempio è stato presto seguito dall’Arabia Saudita. A pochi chilometri dalla capitale Riad, all’interno della città Re Abdulaziz per la Scienza e la tecnologia, sorge infatti il primo reattore mai costruito nel Paese. Secondo quanto riferito da Robert Kelley, esperto in energia nucleare ed ex direttore delle ispezioni nucleari presso l’AIEA, l’impianto presenta dimensioni ridotte e pertanto si pensa che sia utilizzabile solo per scopi di ricerca. In ogni caso, prima della sua attivazione il Regno dovrà richiedere un’ispezione dell’AIEA dato che il progetto supera i limiti previsti dal “Protocollo sulle piccole quantità”, che consente ai Paesi con programmi di piccola portata di essere esentati dalle ispezioni regolari o dal monitoraggio nucleare. Riad, tra l’altro, ha intenzione di costruire due reattori nucleari e ha già preso contatti con alcune aziende statunitensi per la vendita della tecnologia necessaria in attesa della firma di un accordo con gli Usa.</p>
<p>La segretezza dell’Arabia Saudita desta molte preoccupazioni tra gli esperti, soprattutto se si considera che Riad ha sì firmato il Trattato di non proliferazione, ma non il Protocollo aggiuntivo. Un dettaglio di non poco conto dato che il principe ereditario <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/mohammad-bin-salman.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Mohamed bin Salman</a> non ha mai escluso la possibilità di usare l’energia atomica non solo per diversificare la propria economia, ma anche per <strong>scopi</strong> <strong>bellici</strong>: MbS ha più volte dichiarato che se l’Iran svilupperà l’atomica, il Regno sarà pronto a fare lo stesso. Ma i timori degli esperti si concentrano anche sul fronte sicurezza, sempre a causa dell’instabilità della regione. A settembre del 2019 gli impianti dell’Aramco – la compagnia petrolifera saudita – sono stati raggiunti da alcuni missili lanciati presumibilmente dai combattenti <a href="https://it.insideover.com/schede/guerra/chi-sono-gli-houthi.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">houthi</a> dello Yemen nonostante il dispiegamento di importanti sistemi di difesa. Un simile attacco contro una centrale nucleare avrebbe ovviamente effetti ben più devastanti e non vi è modo di garantire al 100% la sicurezza degli impianti.</p>
<h2>I pericoli per la regione</h2>
<p>Lo sviluppo dell&#8217;energia nucleare da parte di Emirati e Arabia Saudita preoccupa non solo per il rischio di danni ambientali, ma anche per l&#8217;<strong>effetto destabilizzante</strong> che avrà su una Penisola già di per sé problematica. Come detto, il Qatar ha già espresso le sue preoccupazioni, ma ad aver alzato la voce è stato soprattutto l&#8217;Iran, che ha tra l&#8217;altro accusato gli Stati Uniti di ipocrisia visto il diverso approccio riservato al nucleare saudita. La promessa di MbS di arricchire l&#8217;uranio per scopi bellici in risposta alla minaccia iraniana non fa poi che aumentare la tensione tra Riad e Teheran e rischia di scatenare una nuova e pericolosa corsa agli armamenti nella regione mediorientale. Una prospettiva ben poco rassicurante, considerando anche la segretezza di molte nazioni dell&#8217;area sulla portata del proprio arsenale nucleare e lo stato dei rapporti tra Usa, Paesi del Golfo e Iran.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/la-corsa-al-nucleare-delle-monarchie-del-golfo.html">La corsa al nucleare delle monarchie del Golfo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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