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	<title>Eritrea Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Wed, 04 Jun 2025 15:21:45 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Eritrea Archives - InsideOver</title>
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		<title>L’Eritrea e le sue nuove alleanze nel Mar Rosso con Russia, Cina e Iran</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/eritrea-e-nuove-alleanze-nel-mar-rosso-con-russia-cina-e-iran.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Umbrello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jun 2025 15:21:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Corno d'Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Rosso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="968" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-600x387.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-1024x661.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-768x496.jpg 768w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>C&#8217;è un paese in Africa che da trent&#8217;anni sfida ogni previsione, sopravvivendo a guerre, sanzioni e isolamento internazionale. L&#8217;Eritrea, striscia di terra arroccata sul Mar Rosso, è oggi al centro di una silenziosa rivoluzione geopolitica che sta ridisegnando gli equilibri di una delle regioni più delicate del mondo. Questo stato africano è nuovamente sotto l&#8217;occhio &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/eritrea-e-nuove-alleanze-nel-mar-rosso-con-russia-cina-e-iran.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/eritrea-e-nuove-alleanze-nel-mar-rosso-con-russia-cina-e-iran.html">L’Eritrea e le sue nuove alleanze nel Mar Rosso con Russia, Cina e Iran</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="968" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-600x387.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-1024x661.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-768x496.jpg 768w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>C&#8217;è un paese in Africa che da trent&#8217;anni sfida ogni previsione, sopravvivendo a guerre, sanzioni e isolamento internazionale. <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-possibile-coinvolgimento-dell-eritrea-nel-tigray.html">L&#8217;Eritrea</a>, striscia di terra arroccata sul Mar Rosso,<strong> è oggi al centro di una silenziosa rivoluzione geopolitica</strong> che sta ridisegnando gli equilibri di una delle regioni più delicate del mondo. Questo stato africano è nuovamente sotto l&#8217;occhio attento dell&#8217;Occidente. A gennaio, per esempio, Michael Rubin dell&#8217;American Enterprise Institute (AEI), un influente think tank conservatore statunitense focalizzato sulla politica pubblica, ha chiesto un cambio di regime in quella che ha definito &#8220;la Corea del Nord d&#8217;Africa&#8221;.</p>



<p>La storia recente dell&#8217;Eritrea assomiglia a una partita a scacchi giocata su più tavoli contemporaneamente. <strong>Negli anni &#8217;90, subito dopo l&#8217;indipendenza ottenuta nel 1993, Asmara, la capitale dell&#8217;Eritrea, strinse un&#8217;alleanza tattica con Israele e Stati Uniti</strong>. La cooperazione iniziale con Washington era significativa, specialmente in relazione all&#8217;iniziativa &#8220;Front Line States&#8221; guidata dagli Stati Uniti per contenere il Sudan, allora considerato un paese sponsor del terrorismo. L&#8217;Eritrea, accusando il Sudan di aver armato la Jihad Islamica eritrea, divenne un partner chiave negli sforzi antiterrorismo regionali americani, beneficiando di aiuti militari e supporto logistico. La collaborazione rifletteva un allineamento di interessi nella stabilizzazione del Corno d&#8217;Africa, con l&#8217;Eritrea che forniva base strategica e sostegno nella lotta contro i movimenti estremisti. I centri di sorveglianza israeliane sul territorio eritreo e la collaborazione con Washington nella lotta al terrorismo facevano dell&#8217;Eritrea un avamposto occidentale nel Corno d&#8217;Africa. Ma quel matrimonio di convenienza era destinato a naufragare.</p>



<p><strong>La rottura arrivò in tre atti.</strong> Il primo fu la guerra con l&#8217;Etiopia (1998-2000) e il successivo tradimento occidentale. Durante e dopo il conflitto, gli Stati Uniti scelsero di sostenere Addis Abeba come avamposto nella nascente &#8220;Guerra al Terrore&#8221;, la campagna internazionale lanciata da Washington dopo l&#8217;11 settembre 2001 per combattere gruppi jihadisti come al-Qaeda e dissuadere gli Stati dall&#8217;ospitare terroristi. <strong>Nonostante un embargo internazionale sulle armi fosse stato imposto a entrambi i paesi, fu poi revocato per l&#8217;Etiopia nel 2006</strong>, per consentire le sue operazioni militari su larga scala in Somalia, considerate parte degli sforzi antiterrorismo a guida statunitense. Il momento decisivo fu il mancato rispetto dell&#8217;Accordo di Pace di Algeri del 2000, che aveva formalmente posto fine alla guerra. Nonostante la Commissione per la Demarcazione del Confine Eritrea-Etiopia (EEBC) avesse assegnato la contesa città di Badme all&#8217;Eritrea nel 2002, l&#8217;Etiopia si rifiutò sistematicamente di implementare la demarcazione sul terreno, mantenendo l&#8217;occupazione dei territori. Asmara accusò l&#8217;ONU e la comunità internazionale di non aver esercitato sufficiente pressione su Addis Abeba.</p>



<p>Il secondo atto della rottura fu<strong> l&#8217;espulsione dell&#8217;USAID</strong>, l&#8217;Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, nel 2005. La decisione fu motivata ufficialmente dal desiderio dell&#8217;Eritrea di promuovere una politica di &#8220;autosufficienza&#8221; e dal disagio per le attività dell&#8217;agenzia, ma fu ampiamente interpretata come una risposta al crescente sostegno di Washington all&#8217;Etiopia, percepito come un favoritismo internazionale. Nonostante questo isolamento diplomatico e le tensioni, l&#8217;Eritrea tentò comunque un riavvicinamento con gli USA, offrendo di ospitare una base statunitense e persino inviando truppe in Iraq, mostrando una strategia di politica estera tanto pragmatica quanto contraddittoria.</p>



<p>Il terzo atto furono<strong> le sanzioni ONU del 2009</strong>, imposte per il mancato ritiro delle truppe eritree da Gibuti e per il presunto sostegno ad al-Shabaab, il gruppo jihadista somalo affiliato ad al-Qaeda, protagonista di attentati e destabilizzazione nel Corno d’Africa. Le sanzioni persistettero anche dopo che l’Eritrea cessò tale sostegno e si ritirò, spingendo definitivamente Asmara verso nuovi alleati.</p>



<p>Oggi quel processo di riallineamento è quasi completo. Mentre Washington fatica a mantenere il controllo della sua base a Gibuti, dove la Cina ha costruito la sua prima installazione militare oltremare operativa dal 2017, con regolari esercitazioni congiunte tra le forze cinesi e gibutiane, <strong>l&#8217;Eritrea è diventata un hub centrale per le potenze eurasiatiche</strong>. Il suo riposizionamento va inserito in una prospettiva regionale più ampia, nella quale, per esempio, il Sudan starebbe consentendo l&#8217;accesso militare russo e iraniano a Port Sudan. Per la Russia, si sono consolidati accordi per l&#8217;istituzione di una base navale logistica che permetterebbe lo stazionamento di navi, comprese quelle a propulsione nucleare. L&#8217;Iran, dal canto suo, ha fornito armi, in particolare droni, alle Forze Armate Sudanesi tramite Port Sudan e ha espresso un forte interesse a stabilire una presenza navale stabile nel Mar Rosso, sebbene un accordo per una base permanente non sia ancora ufficialmente confermato.</p>



<p><strong>I numeri tra Eritrea e le nuove potenze parlano chiaro.</strong> Pechino rappresenta ormai un terzo delle importazioni e due terzi delle esportazioni eritree, con investimenti miliardari nel settore minerario. Un accordo del 2021 ha portato l&#8217;Eritrea a far parte della Belt and Road Initiative (BRI). La Russia, dopo aver stretto accordi navali con il Sudan, ha iniziato a utilizzare il porto di Massaua. L&#8217;Eritrea ha inoltre raddoppiato il suo impegno, diventando uno dei soli cinque paesi ad opporsi alla risoluzione ONU del 2022 che condanna l&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina, e nel gennaio 2023 il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha visitato Asmara. Il cambiamento più rilevante, tuttavia, risiede nei rinnovati legami di Asmara con Teheran. L&#8217;Eritrea, che un tempo aveva schierato truppe contro Ansarallah (Yemen), ora si rifiuta di condannare il blocco del Mar Rosso. Nel 2024, il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh ha partecipato all&#8217;insediamento del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, e quando Tel Aviv ha assassinato il leader di Hamas Ismail Haniyeh durante la cerimonia, l&#8217;Eritrea ha condannato l&#8217;attacco.</p>



<p>È la posizione geografica a fare dell&#8217;Eritrea un premio ambito. Il porto di Assab, che negli anni della guerra yemenita servì come base logistica per gli Emirati Arabi Uniti, potrebbe presto trasformarsi in un avamposto iraniano.<strong> Isolata dalle sanzioni, Asmara si era già rivolta a Teheran in passato, sostenendo il programma nucleare</strong> civile iraniano e concedendo al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) l&#8217;accesso a Port Assab. Ciò aveva consentito all&#8217;Iran di monitorare i movimenti navali occidentali e, a quanto pare, aveva fornito all&#8217;Eritrea sostegno finanziario. Curiosamente, nel recente passato, l&#8217;Eritrea ha continuato a corteggiare Israele in silenzio. Nel 2012, il think tank Stratfor ha confermato che Tel Aviv gestiva strutture di sorveglianza in Eritrea, a cui si è aggiunta una seconda base nel 2016 per monitorare il movimento di Ansarallah in Yemen. Ma la guerra del 2015 contro lo Yemen, guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ha visto l&#8217;Eritrea interrompere i legami con l&#8217;Iran, schierandosi invece con gli Emirati Arabi Uniti contro il governo di resistenza di Sana&#8217;a. Assab è diventata un hub logistico e l&#8217;Eritrea ha persino schierato 400 soldati, contribuendo ai progressi degli Emirati sul campo di battaglia, prima che questi ultimi abbandonassero l&#8217;Eritrea nel 2021. Se Teheran riuscisse a ristabilire una presenza stabile ad Assab, l&#8217;Iran avrebbe in mano le chiavi dello stretto di Bab el-Mandeb, arteria vitale per il commercio globale, e sarebbe in grado di supportare Ansarallah da entrambe le sponde del Mar Rosso e accelerare i trasferimenti di armi ai gruppi di resistenza palestinese. L&#8217;Eritrea potrebbe tornare a essere un trampolino di lancio regionale, questa volta non per Abu Dhabi, ma per le ambizioni strategiche di Teheran.</p>



<p>Non sorprende che questa prospettiva abbia scatenato reazioni in Occidente. <strong>Gli attacchi mediatici si sono moltiplicati</strong>, da quello di Michael Rubin dell&#8217;American Enterprise Institute, che invoca i diritti umani prima di accusare l&#8217;Eritrea di minacciare gli ex alleati degli Stati Uniti, alle <a href="https://www.haaretz.com/world-news/2025-01-16/ty-article/.premium/eritrea-has-become-irans-proxy-and-a-strategic-threat-to-israel-and-the-u-s/00000194-6bae-ddc5-abd7-fbff30e60000">accuse </a>del giornale israeliano Haaretz, il cui articolo &#8220;L&#8217;Eritrea è diventata un&#8217;agenzia dell&#8217;Iran e una minaccia strategica per Israele e gli Stati Uniti&#8221; ha provocato la reazione del governo eritreo, che ha definito le sue affermazioni radicali, provocatorie e anche profondamente fuorvianti. La retorica ricorda da vicino quella usata contro l&#8217;Iraq prima dell&#8217;invasione del 2003, con la stessa miscela esplosiva di moralismo e interessi strategici. Questa narrazione, che arriva a paragonare Afwerki, il leader eritreo al potere dal 1993, accusato da anni di autoritarismo e repressione interna, a Saddam Hussein, prepara il terreno per l&#8217;intervento.</p>



<p>La differenza è che questa volta l&#8217;obiettivo è più difficile da colpire. A differenza di altri attori regionali con istituzioni fragili, l&#8217;Eritrea mantiene un apparato statale centralizzato e con forze armate ben consolidate. Dopo trent&#8217;anni di isolamento, ha sviluppato una resilienza unica nel continente africano, che passa da un’economia autarchica, un esercito disciplinato, e una popolazione abituata alla resistenza. Un cambio di regime forzato rischierebbe di scatenare un caos paragonabile a quello libico, con l&#8217;aggravante di coinvolgere direttamente le potenze nucleari che oggi sostengono Asmara.</p>



<p>Eppure la pressione continua ad aumentare da più fronti. <strong>Gli Stati Uniti hanno reintrodotto le sanzioni </strong>nel 2021, ufficialmente per il ruolo dell&#8217;Eritrea nella guerra del Tigray. Contemporaneamente,<strong> Israele ha inasprito la sua posizione</strong>, chiudendo nel 2022 l&#8217;ambasciata ad Asmara e approvando una legge che prevede l&#8217;espulsione dei migranti eritrei accusati di sostenere il governo. A completare questo scenario, si sono aggiunte le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti ed Etiopia, seguite ai colloqui per rafforzare i legami tra Israele e Addis Abeba. Tutti elementi che dimostrano come la partita si stia surriscaldando. Nel frattempo, l&#8217;Eritrea replica con una strategia multilivello che prevede sostegno alla Russia sul conflitto ucraino, neutralità di fatto sul blocco houthi del Mar Rosso, e intese economiche con la Cina nel settore minerario.</p>



<p>Quello che sta accadendo nel Corno d&#8217;Africa va oltre la semplice competizione per basi militari e rotte commerciali. Rappresenta piuttosto uno scontro tra due diverse concezioni geopolitiche come l&#8217;ordine unipolare a guida americana, che mostra sempre più crepe nella sua egemonia, e l&#8217;alternativa multipolare avanzata con crescente determinazione da Pechino e Mosca. Nello stesso momento in cui l&#8217;Asse della Resistenza in Asia occidentale, sostenuto dall&#8217;Iran, inizia a riprendersi da una serie di battute d&#8217;arresto, la presa di Washington si allenta. Gibuti, facendo perdere&nbsp;libertà operativa, ha bloccato i raid aerei statunitensi su Ansarallah e spinto gli americano a lanciare l&#8217;idea di <a href="https://it.insideover.com/politica/il-somaliland-e-lassedio-delle-grandi-potenze.html">riconoscere la regione separatista del Somaliland</a> e di stabilirvi una base, dimostrando progressiva erosione mentre le sue opzioni sul Mar Rosso si riducono.</p>



<p>Il nuovo assetto di potere genera interrogativi cruciali. Fino a che punto spingerà l&#8217;Occidente per riconquistare terreno? E, soprattutto, possiede realmente i mezzi per aprire un nuovo fronte in un&#8217;area già allo stremo? I think tank americani continuano a teorizzare cambi di regime, mentre le potenze eurasiatiche stanno già redigendo il prossimo capitolo. La loro visione coinvolge l&#8217;Eritrea, che nel frattempo è passata da semplice pedina a attore decisivo, capace di influenzare gli equilibri regionali.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il Sahel, fronte critico per i cristiani perseguitati</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/il-sahel-fronte-critico-per-i-cristiani-perseguitati.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Dec 2022 16:08:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaeda nel Maghreb]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani discriminati]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani perseguitati]]></category>
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		<category><![CDATA[ISIS in Mali]]></category>
		<category><![CDATA[persecuzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/mali-Agenzia_Fotogramma_IPA14546290-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/mali-Agenzia_Fotogramma_IPA14546290-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/mali-Agenzia_Fotogramma_IPA14546290-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/mali-Agenzia_Fotogramma_IPA14546290-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/mali-Agenzia_Fotogramma_IPA14546290-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/mali-Agenzia_Fotogramma_IPA14546290-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/mali-Agenzia_Fotogramma_IPA14546290-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Negli ultimi anni l&#8217;instabile regione del Sahel e dell&#8217;Africa sub-sahariana ha avuto di che soffrire per diverse cause: rivalità geopolitiche, instabilità interna dei Paesi, insorgenza jihadista, cambiamenti climatici. Povertà, tribalismo e disgregazione delle entità statuali hanno prodotto, tra gli effetti collaterali, anche un aumento dell&#8217;intolleranza religiosa verso i cristiani della regione. Dal Sudan al Mali &#8230; <a href="https://it.insideover.com/religioni/il-sahel-fronte-critico-per-i-cristiani-perseguitati.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/religioni/il-sahel-fronte-critico-per-i-cristiani-perseguitati.html">Il Sahel, fronte critico per i cristiani perseguitati</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Negli ultimi anni l&#8217;instabile regione del <strong>Sahel</strong> e dell&#8217;Africa sub-sahariana ha avuto di che soffrire per diverse cause: rivalità geopolitiche, instabilità interna dei Paesi, insorgenza jihadista, cambiamenti climatici. Povertà, tribalismo e disgregazione delle entità statuali hanno prodotto, tra gli effetti collaterali, anche un aumento dell&#8217;<strong>intolleranza religiosa</strong> verso i <strong>cristiani della regione</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="933" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/regione-sahel-africa-933x1024.jpg" alt="" class="wp-image-370269" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/regione-sahel-africa-933x1024.jpg 933w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/regione-sahel-africa-273x300.jpg 273w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/regione-sahel-africa-768x843.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/regione-sahel-africa-1399x1536.jpg 1399w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/10/regione-sahel-africa-scaled.jpg 1748w" sizes="auto, (max-width: 933px) 100vw, 933px" /></figure>



<p>Dal Sudan al Mali i cristiani rappresentano circa il 4% della popolazione, anche se fare stime precise è difficile. A questo si aggiunge la presenza forte e radicata di Ong, <a href="https://www.rinnovabili.it/ambiente/cambiamenti-climatici/crisi-climatica-impatto-africa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">da Christian Aid</a> a <a href="https://it.insideover.com/politica/limportanza-del-ruolo-dell-italia-in-africa.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cuamm &#8211; Medici per l&#8217;Africa</a>, di ispirazione cristiana che contribuisce a <strong>cementare popolazioni divise</strong> su faglie etniche in una regione a grande maggioranza musulmana, decisiva per gli equilibri geopolitici del continente e per molti dossier che investono direttamente anche l&#8217;Europa, come la partita dell&#8217;immigrazione.</p>



<p>L&#8217;Ong <a href="https://releaseinternational.org/christians-targeted-by-terrorists-in-sahel/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Release International</a> ha indicato nel rilancio dell&#8217;attività di <strong>Al Qaeda e Isis nella regione</strong> dopo la fine della guerra in Afghanistan e della statualità del Califfato tra Siria e Iraq la causa dell&#8217;aumento dell&#8217;intolleranza negli ultimi anni ricordando che &#8221;&nbsp;i jihadisti stanno cercando di creare uno Stato islamico del Grande Sahara. È davvero ovvio che si tratta di un conflitto religioso&#8221;.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="951" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/01/terrorismo-sahel-mappa-1024x951.png" alt="" class="wp-image-341627" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/01/terrorismo-sahel-mappa-1024x951.png 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/01/terrorismo-sahel-mappa-300x279.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/01/terrorismo-sahel-mappa-768x713.png 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/01/terrorismo-sahel-mappa-1536x1426.png 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/01/terrorismo-sahel-mappa-2048x1901.png 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/01/terrorismo-sahel-mappa.png 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La presenza di sempre più jihadisti e la contestuale crescita dell&#8217;attività anticristiana in un Paese critico della regione, il <strong>Burkina Faso</strong>, è stata segnalata già dall&#8217;inizio dell&#8217;escalation contro i cristiani nel 2015 da<strong>&nbsp;Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs)</strong>.</p>



<p>Acs segnala da tempo criticità nel Paese che fu di <a href="https://it.insideover.com/religioni/cristiani-perseguitati-nel-sahel-uccisi-14-fedeli-in-burkina-faso.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Thomas Sankara, in cui nel dicembre 2019 i jihadisti hanno ucciso 14 cristiani</a> a <strong>Hantoukoura</strong>, nella parte orientale del Paese. Le tossine jihadiste hanno avvelenato i pozzi nella società locale, ove la tolleranza inter-religiosa era tradizionalmente rispettata anche nelle fasi di tensione etnica. L&#8217;infiltrazione dei guerriglieri radicalizzatisi in Siria e Iraq è stata fatale. Alessandro Monteduro, direttore di Acs Italia <a href="https://www.iltimone.org/news-timone/i-cristiani-sono-piu-perseguitati-che-mai-loccidente-e-chiuso-nel-silenzio-piu-totale/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">parlando con <em>Il Timone</em> ha dichiarato</a> che nella regione ci sono &#8220;Paesi che fino al 2015 non sapevano neppure cosa fosse la persecuzione in odio alla fede, e che invece oggi sono l’epicentro del fenomeno&#8221;. </p>



<p><strong>Laurent Dabiré</strong>, vescovo cattolico della diocesi burkinabé di Dori dal 2013 e dal 2019 Presidente della Conferenza Episcopale di Burkina Faso e Niger, è sul tema la voce più attenta nella denuncia delle persecuzioni anticristiane a fianco <a href="http://www.vaticannews.cn/it/chiesa/news/2019-09/vescovo-burkina-faso-asse-isis-spostato-sahel.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">del vescovo di Fada &#8216;Ngourma, monsignor <strong>Pierre Claver Malgo</strong></a>. Dabiré ha scritto su <em><a href="http://www.settimananews.it/informazione-internazionale/non-pace-per-il-sahel/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Settimana News</a></em> che &#8220;i terrroristi che aggrediscono il Burkina Faso non sono i musulmani con cui noi viviamo da sempre: questi non hanno problemi con i cristiani. Il problema è costituito da coloro che sono arrivati da lontano e da quelli che sono stati radicalizzati a contatto coi primi&#8221;. Il Burkina Faso è un caso estremo, ma purtroppo non isolato. <a href="https://acs-italia.org/ppcm-22" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il report 2022 di Acs sulla persecuzione religiosa parla chiaro.</a></p>



<p>Un fronte sempre caldo resta il <strong>Mali</strong>, specie nella &#8220;terra di nessuno&#8221; in cui scorrazzano jihadisti e trafficanti di esseri umani al confine col Niger. Proprio a un posto di blocco tra Gao, Mali, e la capitale nigerina Niamey cinque cristiani sono stati sequestrati e assassinati da forze dell&#8217;Isis nel giugno 2021. In Mali la Costituzione, ricorda Acs nel suo report sulla persecuzione dei cristiani nel mondo, vieta ogni forma di discriminazione religiosa. Ma già dieci anni fa le comunità cristiane risiedenti nel Nord del Paese furono cacciate dall&#8217;avanzata jihadista, mentre in seguito nel dicembre 2021 nelle aree abitate dai cristiani in centro al Paese 34 persone sono state assassinate in vari attentati. Ove i gruppi radicali legati a Al Qaeda nel Maghreb Islamico imperversano <strong>viene vietata ai cristiani la possibilità di praticare i loro riti</strong>.</p>



<p>In <strong>Sudan</strong>, invece, Acs denuncia un ritorno alla persecuzione dell&#8217;era di Omar al-Bashir dopo il golpe militare del 2021. E di converso aumenta la pressione sul confinante Sud Sudan Tra gli episodi citati si rammenta &#8220;un attacco al villaggio di Dungob Alei, nel nord del Sudan meridionale, avvenuto nel maggio 2021&#8221;, portato da gruppi islamisti radicali e che &#8220;ha causato la morte di 13 persone e otto feriti&#8221;.</p>



<p>La libertà di culto ai cristiani è duramente limitata anche in <strong>Eritrea</strong>, propaggine orientale del Sahel: nell&#8217;ex colonia italiana il regime dittatoriale di Isaias Aferweki tra il 2021 e il 2022 ha sequestrato beni e terreni alla Chiesa cattolica locale e nelle celle del carcere di massima sicurezza di Mai Serwa di Asmara un quinto degli arrestati ivi detenuti (500 su 2.500) sono <strong>cristiani</strong> perseguitati e messi in galera perché sorpresi a svolgere funzioni in luoghi non autorizzati o perché rifiutatisi per ragioni religiose di prestare servizio nell&#8217;esercito per i 18 mesi di leva obbligatoria. A 94 anni, nel febbraio scorso, nella sua abitazione a Asmara ove era detenuto agli arresti domiciliari da quindici anni, è morto il Patriarca Abune Antonios della Chiesa Ortodossa Eritrea Tawahedo. Acs riporta che &#8220;gli è stata negata l’assistenza medica nonostante soffrisse di diabete e pressione alta&#8221;.</p>



<p>La situazione resta critica, anche se l&#8217;incremento della pressione europea e occidentale<a href="https://www.ilgiornale.it/news/europa/lue-ha-inviato-libert-religiosa-litalia-detta-linea-2093980.html#:~:text=Frans%20von%20Daele%2C%20ex%20diplomatico,libert%C3%A0%20religiosa%20e%20di%20credo." target="_blank" rel="noreferrer noopener"> sul <strong>tema della libertà religiosa </strong>(Roma e Bruxelles hanno nominato inviati speciali sul tema</a>) renderà più alto lo scrutinio già esercitato con attenzione dal Vaticano e dei suoi apparati ecclesiastici (e informativi) presenti in Africa. <em><a href="https://www.aggiornamentisociali.it/articoli/notre-dame-du-sahel-una-radio-contro-l-integralismo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Aggiornamenti Social</a>i</em> ha mostrato il ruolo dei movimenti cristiani nel difendere le comunità dall&#8217;intolleranza indipendentemente dal loro credo e mostrato l&#8217;esempio iconico in Burkina Faso delle attività di <strong>Radio Notre Dame du Sahel</strong>, emittente gestita dai gesuiti nella diocesi di Ouahigouya, nel Nord dell&#8217;ex Alto Volta, in cui cristiani, musulmani e animisti lavorano assieme per fare informazione, divulgazione e offrire una <strong>contronarrazione alle sirene jihadiste</strong> che lanciano il loro richiamo dalle madrase integraliste. Un messaggio di speranza degno del ruolo della Chiesa aperta <em>ad gentes</em> e all&#8217;ecumenismo, testimone delle sofferenze di una regione intera, che in Sahel deve affrontare prove dure e sfide complesse. Destinate ad affliggere ulteriormente una regione tanto <a href="https://it.insideover.com/dossier/lombra-del-sahel-che-inquieta-leuropa" target="_blank" rel="noreferrer noopener">strategica quanto dannata.</a></p>



<p> </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/religioni/il-sahel-fronte-critico-per-i-cristiani-perseguitati.html">Il Sahel, fronte critico per i cristiani perseguitati</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Cosa c&#8217;entra la guerra in Ucraina con il Corno d&#8217;Africa</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/cosa-centra-la-guerra-in-ucraina-con-il-corno-dafrica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 May 2022 07:17:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-2048x1362.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La regione del Corno d’Africa sta attraversando il più grave periodo di siccità degli ultimi quarant’anni, secondo l’International Rescue Committee (Irc). L’Etiopia e la Somalia in particolare sono quelle più soggette e figurano entrambe nella Emergency Watchlist 2022 dell’Irc come paesi a rischio umanitario. La guerra in Ucraina ha dato un ulteriore botta ai due &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/cosa-centra-la-guerra-in-ucraina-con-il-corno-dafrica.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/cosa-centra-la-guerra-in-ucraina-con-il-corno-dafrica.html">Cosa c&#8217;entra la guerra in Ucraina con il Corno d&#8217;Africa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220511003729731_10da412fb4b74ede508b7d514ab2f26e-2048x1362.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La regione del Corno d’Africa sta attraversando il più grave periodo di siccità degli ultimi quarant’anni, secondo l’International Rescue Committee (Irc). L’Etiopia e la Somalia in particolare sono quelle più soggette e figurano entrambe nella Emergency Watchlist 2022 dell’Irc come paesi a rischio umanitario. La guerra in Ucraina ha dato un ulteriore <i>botta</i> ai due paesi a causa dell’aumento dei prezzi che ha causato.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<h2>Siccità, carestia, fame</h2>
<p>Il cambiamento climatico si sa, ha cambiato territori ed aspettative dell’intero globo e il Corno d’Africa è una delle zone che è stata più colpita. Qua la siccità ha prosciugato la maggior parte delle fonti d’acqua e di conseguenza i raccolti, già scarsi, e l’allevamento di bestiame sono diventati quasi impossibili. La terra è arida, e non solo nelle zone desertiche o storicamente aride, ma anche in zone prettamente pluviali e quindi più fertili dell’Etiopia e della Somalia. Secondo le nazioni unite la siccità ha obbligato più di 13 milioni di persone alla fame. In Somalia quasi un terzo della popolazione, che già vive sotto la soglia di povertà a causa della crisi economica, non riesce più a nutrirsi. L’Etiopia a causa della guerra con l’Eritrea nella regione del Tigray, a nord del paese, ha milioni di persone da dover sfamare attraverso aiuti umanitari, nonostante la mancanza di mezzi. Qua l’insicurezza alimentare è più diffusa che mai negli ultimi sei anni. Si teme che la continua siccità possa portare a una perdita di vite enorme come accadde nel 2011 quando uscire 260.000 persone solo in Somalia. Il surriscaldamento globale sta peggiorando enormemente il fenomeno della siccità poiché la regione è soggetta<span class="Apple-converted-space">  </span>a variazioni di temperature troppo frequentemente alternando periodi di siccità a periodi piovosi da un decennio a un altro. Le temperature diventano estreme e i periodi di pioggia portano a catastrofi naturali con inondazioni inusuali e catastrofiche per il territorio.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Ricordiamo anche l’evento devastante dell’infestazione di locuste a inizio 2020 provenienti dalla penisola araba che distrusse 300.000 tonnellate di cereali e centinaia di migliaia di ettari di terra coltivata. Anche la mano umana ha contribuito a ridurre le attività agricole della popolazione: la guerra civile in Etiopia e l&#8217;intensificarsi del conflitto etnico in Sudan hanno tutti contribuito alla distruzione di fattorie, all&#8217;esaurimento dei raccolti e a un peggioramento della crisi alimentare. Gli stati interessati non hanno i mezzi finanziari e tecnici per salvaguardare il territorio e per far fronte alla perdita degli agricoltori e dei pastori. I budget dipendono dagli aiuti internazionali. La regione ha quindi un disperato bisogno di aiuti internazionali ma l’ONU ha annunciato che solo il 3% dei 6 miliardi di dollari saranno stanziati a Etiopia, Somalia e Sud Sudan mentre il World Food Program ha annunciato di aver bisogno di 470 milioni di dollari entro settembre per sopperire alla carestia, soprattutto in Somalia.</p>
<h2>Gli effetti della guerra in Ucraina</h2>
<p>Le catene di approvvigionamento alimentare e ali aiuti internazionali erano già stati ridotti all’osso con la pandemia da Covid-19 e ora con lo scoppio della guerra in Ucraina e con il conseguente aumento dei prezzi del cibo, la situazione è diventata catastrofica. I programmi di aiuti si sono ridotti e il World Food Program ha dovuto drasticamente ridurre i pacchetti di aiuti ai rifugiati in Medio Oriente e in Africa Orientale. Quest’ultima dipende quasi completamente da grano, soia e orzo ucraino e russo: importa 84% del suo grano, dei quali 725 DALLA Russia e 18% dall’Ucraina. L’Eritrea ne dipende interamente.</p>
<p><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-356453" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-10-alle-13.35.04-1024x615.png" alt="" width="1024" height="615" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-10-alle-13.35.04-1024x615.png 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-10-alle-13.35.04-300x180.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-10-alle-13.35.04-768x461.png 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-10-alle-13.35.04-1536x922.png 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Schermata-2022-05-10-alle-13.35.04.png 1982w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Altra onerosa conseguenza è quella dell’aumento dei prezzi che obbliga una grande fetta della popolazione alla fame e gli agricoltori a non poter più sostenere i costi di produzione. In Somalia il carburante è aumentato del 30%, 20 litri di olio sono passati da 32 a 55 dollari e il costo dei fagioli è raddoppiato. Il prezzo del pane, uno dei mezzi di sostentamento della popolazione, è raddoppiato dall’inizio dell’invasione russa e le importazioni di grano sono diminuiti del 60% secondo l’Islamic Relief. I paesi si ritrovano così a elemosinare aiuti umanitari che scarseggiavano già dall’inizio della guerra e il World Food Program ha annunciato che a causa dell’inflazione il prezzo dei pacchetti è aumentato del 23% (36% in Somalia e 66% in Etiopia) portando così l’organizzazione a decidere a chi destinare i pacchetti, facendo compromessi.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Il problema che affligge questi paesi più di quelli in Medio Oriente e Nord Africa è quello dell&#8217;incapacità dei governi di far fronte all&#8217;emergenza. In un<a href="https://www.voanews.com/a/ukraine-war-to-compound-hunger-poverty-in-africa-experts-say/6492430.html"> intervista</a> realizzata da Voa News a Peter Kamalingin, capo del programma Pan Africa di Oxfam International, si evince che gli stati in questione hanno dovuto far fronte a un crescente problema di debito pubblico e che almeno due terzi delle spese vengono impiegato proprio in questo. Ciò significa che poco o niente rimane per gli investimenti o per gli aiuti ad agricoltori e piccoli imprenditori adesso in difficoltà a causa della guerra in Ucraina. I governi non investono in niente ed il carico arriva sulle spalle delle famiglie che con l&#8217;aumento dei prezzi si ritrova a non saper cosa mettere in tavola.</p>
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		<title>La crisi tra Etiopia e Eritrea, spiegata</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-crisi-tra-etiopia-e-eritrea-spiegata.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Carnieletto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jan 2022 20:22:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?p=357962</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Profughi Tigrai Etiopia (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La guerra in Etiopia esplode il 4 novembre 2020, a seguito della decisione del premier etiope Abiy Ahmed di inviare le truppe federali nella regione settentrionale del Tigray. Qui a governare è il partito del Tplf, formato al suo interno dall&#8217;etnia tigrina e al potere in Etiopia dal 1991 al 2018. Per motivi strategici e &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-crisi-tra-etiopia-e-eritrea-spiegata.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Profughi Tigrai Etiopia (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Profughi-Tigrai-Etiopia-La-Presse-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La guerra in Etiopia esplode il 4 novembre 2020, a seguito della decisione del premier etiope Abiy Ahmed di inviare le truppe federali nella regione settentrionale del Tigray. Qui a governare è il partito del Tplf, formato al suo interno dall&#8217;etnia tigrina e al potere in Etiopia dal 1991 al 2018. Per motivi strategici e ideologici, il Tplf è l&#8217;unica formazione a contrapporsi al progetto politico del premier. A distanza di più di un anno, la guerra va ancora avanti ed è possibile dividerla in tre fasi. La prima va dal novembre 2020 al gennaio 2021 e vede un sostanziale vantaggio delle truppe etiopi a discapito del Tplf. La seconda va dal febbraio 2021 al novembre 2021 ed è contraddistinta dalla controffensiva del Tplf in grado di arrivare con le sue milizie a ridosso della capitale Addis Abeba. La terza, iniziata sul finire del 2021 e attualmente in corso, vede un recupero dei territori precedentemente persi dalle truppe federali. Si prevede, per i prossimi mesi, una situazione di sostanziale stallo: il governo difficilmente riuscirà ad entrare nel Tigray, il Tplf a sua volta difficilmente avrà la forza di condurre nuove offensive.</p>
<h2>Le ragioni politiche</h2>
<p>dietro al conflitto L&#8217;Etiopia è uno Stato federale composto da dieci Stati e due città autonome. La suddivisione statale corrisponde grossomodo con quella etnica. Il Tigray ad esempio, Stato confinante con l&#8217;Eritrea, è abitato in gran parte dall&#8217;etnia tigrina, a cui appartiene complessivamente il 6% della popolazione etiope. Attorno la capitale Addis Abeba, una delle due città autonome, si estende lo Stato di Oromia, abitato dai membri dell&#8217;etnia oromo, la più diffusa nel Paese e a cui appartiene oltre il 34% della popolazione etiope. Stesso discorso vale per lo Stato di Amara, popolato dall&#8217;etnia amara, la seconda più diffusa nel Paese e la cui lingua è considerato come idioma franco in tutto il territorio nazionale dalla costituzione.</p>
<p>L&#8217;impalcatura etnico-federale prende piede con la caduta nel 1991 del “negus rosso” Menghistu. A dominare la scena politica da quel momento in poi è il Tplf. Per 27 anni il ruolo di primo ministro viene ricoperto soltanto da membri dell&#8217;etnia tigrina.</p>
<p>Alfredo Mantica, oggi vice presidente di Avsi, arriva nel Corno d’Africa nel luglio del 2001. “Vado in Etiopia e in Eritrea in un momento di grandi scontri. In quel periodo era appena finita la guerra tra etiopi ed eritrei. Ricordo che si erano creati problemi con Isaias Afewerki (il presidente dell&#8217;Eritrea ancora in carica, ndr). Il primo incontro che ho è con Meles Zenawi, primo ministro dell&#8217;Etiopia. È un po&#8217; il personaggio attorno a cui si sviluppa la mia intera vicenda. Era stato uno dei comandanti della rivolta contro il Derg comunista che controllava l&#8217;Etiopia a cavallo tra la fine degli anni &#8217;70 e gli anni &#8217;80. Aveva come alleato Isaias Afewerki. Entrambi sono tigrini. I due, insomma, hanno combattuto assieme per la liberazione dell&#8217;Etiopia, quando l&#8217;Eritrea non esisteva ed era incorporata nell&#8217;Etiopia del Derg, e quindi nell&#8217;Impero. A un certo punto fanno un patto: in caso di vittoria l&#8217;Etiopia avrebbe offerto l&#8217;indipendenza all&#8217;Eritrea. Così avvenne, solo che quando c&#8217;era da fare la divisione dei confini, Zenawi e Afewerki iniziano a litigare”.</p>
<p>La situazione non è affatto facile, spiega Mantica: “Io vado in Africa perché la Commissione per la modifica dei confini sotto l&#8217;alto patronato dell&#8217;Onu aveva avuto le carte del territorio eritreo ed etiope dall&#8217;Italia. Il nostro Paese aveva consegnato tutta la documentazione cartacea di quella che noi chiamavamo ‘colonia primigenia’ nel &#8217;35-&#8217;36. I due leader africano litigano e continueranno a litigare per il controllo della valle di Bar. Gli addetti ai lavori si stupiscono, perché non c&#8217;è niente di strategico in quel territorio. Le due parti rilanciano le accuse. Alle spalle di Isaias c&#8217;è la Cina, alle spalle della lotta contro il Derg troviamo il mondo occidentale. Durante un incontro, Zenawi mi dice: ‘Lei prende in giro gli etiopi o è una persona seria? L&#8217;Italia deve restituirci ancora l&#8217;obelisco di Axum’. Tra noi si crea un legame, perché mi accorgo che quello che il mio interlocutore chiede non è un&#8217;operazione semplice. Io lo rassicuro, gli dico che c&#8217;è un patto scritto e che il governo italiano si impegna a restituire l&#8217;obelisco. Vedo Zenawi più volte, finché a un certo punto ho un&#8217;idea. Gliela sottopongo: ‘Non ti restituisco l&#8217;obelisco perché questo potrebbe aprire un problema internazionale. Te lo rierigo sul luogo originario’. Zenawi accetta”.</p>
<p>Zenawi è un nome che dice poco alle orecchie italiane, ma è un personaggio chiave per comprendere queste vicende. “Ha ereditato un impero, un Paese che è indipendente da sempre e che è stato occupato solo dall’Italia dal &#8217;36-37 al &#8217;42-43”, ci  spiega Mantica, che prosegue: “Quando gli chiedo perché ama l&#8217;Italia, lui mi risponde così: ‘Voi ci avete insegnato la modernizzazione. Per governare servono scuole, strade. Ce lo avete insegnato voi italiani”. Insomma, Zenawi era molto legato all&#8217;Italia. Realizza la Repubblica Federale Etiopie. In Etiopia ci sono 80-90 etnie diverse – e quindi, indirettamente, altrettanti “Stati” nello Stato &#8211; che parlano anche dialetti diversi e che hanno storie culturali diverse. Pare che fino al 2005-2006, la maggioranza fosse cristiana copta. L&#8217;ultimo dato Onu parla del 41% di copti, e il restante in gran parte musulmano. Zenawi prende atto di tutto ciò e costruisce questa Etiopia, formata da vari Stati locali che ricevono una autonomia costituzionale.  Ci sono tre grandi etnie in Etiopia: gli Amara, eredi della classe nobiliare che hanno perso lo spirito di un tempo; i Tigrini, la minoranza (15-16%), tradizionalmente militari, spina dorsale del movimento di liberazione etiope; e gli Oromo, che ai tempi della conquista dell&#8217;impero erano trattati come schiavi. Zenawi realizza anche elezioni democratiche, e per la prima volta il sindaco di Addis Abeba ha una opposizione. Diciamo che l&#8217;avvio di questo processo democratico parte da dentro, poi però si cristallizza e si ferma. Meles muore nel 2013 di tumore al cervello. L&#8217;ultima volta che l&#8217;ho visto parlava ancora della Somalia”.</p>
<p>Nel 2018 avviene un importante stravolgimento politico. A seguito di una crisi di governo aperta a causa di manifestazioni organizzate soprattutto dagli oromo, il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope, coalizione dominata dal Tplf ma che racchiude i principali partiti rappresentanti delle più grandi etnie del Paese, decide di affidare l&#8217;esecutivo ad Abiy Ahmed. Quest&#8217;ultimo, membro dell&#8217;etnia oromo, viene visto come giovane emergente della politica etiope. “Quando la transizione finisce &#8211; prosegue Mantica -, Ahmed, che viene dai servizi segreti, si presenta sul palcoscenico politico, proprio mentre gli Oromo iniziano a essere maggioranza (quasi 35% della popolazione, tutti musulmani). Veste all&#8217;europea, parla americano, ha girato il mondo: è un personaggio che piace. I Tigrini non fanno alcuna opposizione. Il suo primo gesto è fare pace con l&#8217;eritreo Isaias Afewerki: basta guerra con Eritrea. Riprendono i voli da Asmara ad Addis, non ci sono scontri e cala la tensione. Ma non avviene niente di clamoroso. Il clamore comincia all&#8217;interno dell&#8217;Etiopia, perché il primo ministro nota che la gente se ne va, e che il sistema non sta insieme. L&#8217;esercito e i servizi sono in mano ai Tigrini e loro hanno una regione ben governata.</p>
<p>Il presidente comincia a dare posto agli Oromo e toglie posti a Tigrini. La cosa va avanti per un po&#8217;, poi la frizione tra il presidente etiopie e i Tigrini raggiunge un livello talmente alto che decide di annullare per brogli le elezioni avvenute nel Tigrai, un&#8217;area alla quale era concessa autonomia. Questi si arrabbiano e da lì nasce lo scontro politico, seguito dalla loro persecuzione. I Tigrini però non hanno mai buttato via le armi, e in poco tempo si riarmano. All&#8217;inizio “marciano” e fanno fuori l&#8217;esercito federale, riconquistano quasi tutta l&#8217;area del Tigrai”.Una volta al potere, Abiy preme per il superamento dell&#8217;impianto federale dell&#8217;Etiopia. La sua idea è quella di centralizzare le istituzioni e abbattere le suddivisioni etniche. Per farlo il capo dell&#8217;esecutivo preme su alcuni punti identitari comuni rintracciati nella cosiddetta “politica dell&#8217;etiopianismo”. La fase clou di questo progetto si ha nel 2019, quando Abiy fonda il “Partito della Prosperità”, in cui le formazioni della coalizione di governo si fondono per dare vita a un partito unico basato sempre più sull&#8217;ideologia comune e sempre meno sulle divisioni etniche. Gli unici a restarne fuori sono i tigrini del Tplf. Da allora si accende una disputa tra Abiy e i membri dell&#8217;ex partito di governo.</p>
<p>Lo scontro diventa palese quando, nell&#8217;ottobre 2020, il governo locale del Tigray dominato dal Tplf decide di organizzare nuove elezioni regionali. Una forzatura rispetto alle indicazioni del governo centrale, il quale invece per ragioni legate al Covid decide di rinviarle. Quanto il Tplf proclama la vittoria nelle regionali tigrine, da Addis Abeba si decide di intervenire. Il 4 novembre 2020 prendono il via le operazioni belliche in territorio tigrino volute da Abiy.</p>
<h2>La prima fase della guerra</h2>
<p>Le truppe federali sembrano avere gioco facile nelle prime settimane del conflitto. Il Tplf non è in grado di arginare le avanzate dei soldati inviati da Addis Abeba e appaiono colti di sorpresa dall&#8217;ampiezza dell&#8217;azione avversaria. Sono questi elementi che determinano un veloce avanzamento dei governativi. A inizio dicembre le truppe etiopi raggiungono Makallè, capoluogo del Tigray. La guerra appare già conclusa, con l&#8217;apparato di potere del Tplf in fuga. Nel frattempo a nord fanno la loro comparsa anche i soldati eritrei, i quali occupano le zone di Adigrat e Axum. L&#8217;azione dell&#8217;esercito di Asmara è motivata dal decennale astio tra il presidente eritreo Afwerki e i tigrini del Tplf, questi ultimi al governo durante i tanti anni di guerra diretta tra Etiopia ed Eritrea. L&#8217;ingresso dei soldati eritrei certifica l&#8217;alleanza venutasi a creare tra Afwerki e Abiy. Nel gennaio 2021 il Tigray si presenta interamente occupato dalle forze avversarie al Tplf.</p>
<h2>La controffensiva tigrina</h2>
<p>La dirigenza tigrina però conta su due fattori per rovesciare le sorti del conflitto. La prima riguarda la tenuta dell&#8217;esercito federali, al cui interno diversi generali sono tigrini o legati all&#8217;era del Tplf al governo. La seconda ha a che fare invece con la profonda conoscenza tigrina del territorio e la conseguente possibilità di attuare tattiche di guerriglia.</p>
<p>Lentamente, a partire dal febbraio 2021, il Tplf riesce a destabilizzare la situazione. Le certezze accumulate dai soldati federali nelle prime settimane di guerra iniziano a sciogliersi. In primavera si hanno le prime vere controffensive. L&#8217;esercito governativo è costretto in molti casi alla ritirata. Accade così anche nella stessa Makallè: il 29 giugno le milizie armate del Tplf rientrano nel capoluogo del Tigray, strappandolo al controllo di Addis Abeba.</p>
<p>Da sottolineare come il prolungamento della guerra crei, tra le altre cose, una difficile situazione umanitaria. In migliaia fuggono verso il Sudan oppure in altre regioni dell&#8217;Etiopia. Chi rimane all&#8217;interno non ha accesso facilmente a cibo, farmaci e altri beni di prima necessità. Il Tigray, sia sotto l&#8217;occupazione dei federali che dei miliziani Tplf, è di fatto isolato dal resto del mondo. Molte infrastrutture risultano distrutte e l&#8217;isolamento, oltre che logistico, è anche comunicativo. Sia per il crollo delle linee internet che per le censure imposte dal governo centrale, dalla zona dei combattimenti filtrano poche notizie e in pochi possono lanciare il grido di aiuto per la propria situazione umanitaria.</p>
<p>In estate intanto arriva un&#8217;altra svolta politica. Il Tplf si allea con l&#8217;Ola, una milizia indipendentista oromo. L&#8217;afflusso di combattenti dell&#8217;Ola permette ai tigrini di portare la controffensiva al di fuori del Tigray. Le due sigle ribelli avanzano a questo punto lungo l&#8217;autostrada A2, la principale arteria che collega Makallè con Addis Abeba e con il porto di Gibuti. La guerra coinvolte adesso anche gli Stati di Amara e di Afar, i combattimenti arrivano nel cuore del Paese. La situazione diventa critica per il governo di Abiy ai primi di novembre. I tigrini conquistano infatti le due strategiche città di Dessié e Kombolcha, situate lungo l&#8217;A2. Le avanguardie del Tplf sono a 220 km da Addis Abeba e puntano la capitale. Il premier è costretto a decretare lo stato d&#8217;emergenza: si chiede ai cittadini della più grande città del Paese di iniziare a prepararsi a una lunga e difficile difesa del territorio. L&#8217;Ola dal canto suo conquista alcune postazioni nello Stato di Oromo a pochi passi da Addis Abeba, confermando le gravi difficoltà dei federali. Il Tplf annuncia di voler andare fino in fondo e togliere la capitale dalle mani di Abiy.</p>
<h2>La nuova risposta del governo federale</h2>
<p>Nel momento più critico per Addis Abeba però entrano in scena altri fattori capaci di determinare un nuovo rovesciamento del fronte. In particolare, proprio a novembre iniziano a essere impiegati dai federali i droni. Gli aerei senza pilota danno alle truppe governative il totale controllo dei cieli e permettono di bombardare efficacemente le principali postazioni avversarie.</p>
<p>Proprio come visto l&#8217;anno prima nel Nagorno-Karabakh, anche in Etiopia l&#8217;uso dei droni è decisivo. I mezzi arrivano dalla Turchia, così come dagli Emirati Arabi Uniti, dall&#8217;Iran e a partire da settembre anche dalla Cina. Le alleanze e i giochi internazionali sono fondamentali, come ci spiega Mantica: “La Cina non prende posizione, mentre gli Stati Uniti dicono ai diplomatici di mandare le famiglie a casa. Girano molte armi. Sappiamo che gli Emirati Arabi Uniti hanno rifornito di armi l&#8217;esercito federale etiope, soprattutto di droni. Perché lo abbiano fatto, è uno dei misteri di questa vicenda. Per capirlo, dobbiamo spostarci nei Paesi del Golfo. L&#8217;Arabia Saudita sta facendo figura penosa con lo Yemen; gli emiratini fanno una loro politica e giocano su molti fronti; il Qatar è il terzo player in campo, ma è quello più chiaro (ha i soldi, finanzia la Turchia)”.</p>
<p>Dopo settimane di addestramento, a novembre i generali etiopi decidono di usarli in tutti i fronti più caldi. Nel frattempo la guerra si combatte anche con la propaganda. A fine novembre Abiy Ahmed si mostra su Twitter con tanto di divisa ed armato mentre personalmente si reca con altri soldati al fronte. Ad Addis Abeba in molti rispondono alla chiamata alle armi, trainati dagli appelli di molti volti popolari locali dello sport e dello spettacolo.</p>
<p>Le strategie del governo funzionano. Già a dicembre si assiste a un&#8217;avanzata delle truppe federali lungo l&#8217;autostrada A2 e sia i miliziani del Tplf e sia quelli dell&#8217;Ola vengono cacciati indietro. Addis Abeba è definitivamente al sicuro e Abiy rivendica l&#8217;avanzata verso i confini del Tigray. Il 23 dicembre il governo etiope dichiara di aver recuperato tutti i territori precedentemente caduti nelle mani del Tplf al di fuori del Tigray.</p>
<p>Vige adesso un cessate il fuoco pur se non dichiarato. Entrambe le forze in campo appaiono stremate e sconvolte dal conflitto e per il momento preferiscono far tacere le armi. Sia i federali che i tigrini possono dire di aver raggiunto i propri obiettivi immediati: il ritorno ai confini pre bellici per Abiy Ahmed e il recupero di buona parte del Tigray per il Tplf. Nessuna delle parti però è in grado al momento di proseguire per raggiungere i propri obiettivi a lungo termine: la sconfitta definitiva del Tplf per il governo di Addis Abeba e l&#8217;ingresso nella capitale per i tigrini. I generali etiopi non hanno intenzione di avventurarsi nuovamente tra i monti del Tigray, mentre il Tplf non è nelle condizioni di organizzare nuove offensive. Da qui il cessate il fuoco “de facto” e la diminuzione dell&#8217;intensità del conflitto. Mentre sui campi di battaglia vige ora il silenzio, l&#8217;Etiopia guarda in faccia le sue nuove ferite procurate dalla guerra. Le zone coinvolte negli scontri sono distrutte, mentre l&#8217;economia è entrata in una fase di grave affanno. La guerra costa molto, le casse sono sempre più vuote e lo spettro di un collasso sociale è dietro l&#8217;angolo.</p>
<h2>Le alleanze internazionali</h2>
<p>Al di là dell&#8217;intervento eritreo nel nord del Tigray, con Asmara che non ha ancora fatto uscire le sue truppe dal territorio tigrino, la guerra non ha una vera e propria dimensione internazionale. Al contrario, il conflitto ha l&#8217;aspetto di una faida tutta interna all&#8217;Etiopia. Ciò non toglie comunque che in questo anno di battaglie si siano formate delle alleanze internazionali tra le varia parti in guerra.</p>
<p>Abiy Ahmed, visto all&#8217;inizio del suo mandato come un leader giovane e riformatore dall&#8217;occidente, tanto da ricevere il nobel per la Pace a seguito dei trattati conclusi con l&#8217;Eritrea nel 2019, oggi appare più lontano dagli Stati Uniti e dagli alleati di Washington. Il presidente Joe Biden nei mesi scorsi ha allontanato il personale diplomatico non essenziale da Addis Abeba, ufficialmente per motivi di sicurezza ma anche per sottolineare le proprie preoccupazioni circa le notizie su abusi e torture da parte dei soldati federali. Accuse respinte dal governo etiope, il quale dal canto suo ha quindi virato verso altre alleanze.</p>
<p>L&#8217;arrivo di droni da Turchia, Emirati e Cina lo dimostra. Addis Abeba, da stretto alleato Usa nel Corno d&#8217;Africa, oggi si presenta con alleanze maggiormente diversificate. Il Tplf invece sfrutta proprio le intese avute con la diplomazia statunitense negli anni di governo. Non è un caso se è da Washington che sono arrivati inviti a un cessate il fuoco durante la controffensiva governativa del novembre scorso.</p>
<h2>La situazione umanitaria</h2>
<p>L&#8217;unica speranza per i civili è che il momentaneo stop ai combattimenti dia loro la possibilità di accedere ai beni di prima necessità. Soprattutto nel Tigray non arrivano aiuti e molte associazioni umanitarie hanno lasciato l&#8217;area. Ma è critica la situazione anche in altre zone settentrionali dell&#8217;Etiopia, dove hanno trovato rifugio migliaia di profughi. La normalità nelle zone raggiunte dal conflitto è ancora molto lontana.</p>
<p>Anche se è ancora difficile chiarire le dinamiche di molti episodi bellici, tramite i social sono arrivate denunce di violenze da ambo le parti. Sia i tigrini che i federali sono accusati, in alcuni casi, di aver inflitto abusi e torture sia contro gli avversari che soprattutto contro i civili. Ad Addis Abeba invece alcuni civili tigrini da anni residenti nella capitale hanno denunciato discriminazioni nei loro confronti, specialmente dopo la proclamazione dello stato d&#8217;emergenza.</p>
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		<title>Corno d&#8217;Africa, così la Turchia è subentrata all&#8217;Italia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/corno-africa-turchia-italia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuel Pietrobon]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Apr 2021 17:12:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1400" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Erdogan" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-300x219.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-1024x747.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-768x560.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-1536x1120.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-2048x1493.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli ottomani hanno fatto (nuovamente) ingresso nel continente nero, dove hanno costruito e/o stanno costruendo avamposti dai porti arabi contermini al Mediterraneo al Sahel e dalle terre insanguinate del corno d&#8217;Africa al Capo di Buona Speranza, e ivi sono giunti con un obiettivo preciso: restare e, possibilmente, prosperare ed espandersi a spese altrui, o meglio &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/corno-africa-turchia-italia.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/corno-africa-turchia-italia.html">Corno d&#8217;Africa, così la Turchia è subentrata all&#8217;Italia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1400" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Erdogan" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-300x219.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-1024x747.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-768x560.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-1536x1120.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/04/erdogan-somalia-2048x1493.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Gli ottomani <a href="https://it.insideover.com/politica/il-ritorno-degli-ottomani-in-africa.html">hanno fatto (nuovamente) ingresso nel continente nero</a>, dove hanno costruito e/o stanno costruendo avamposti dai porti arabi contermini al Mediterraneo al Sahel e dalle terre insanguinate del corno d&#8217;Africa al Capo di Buona Speranza, e ivi sono giunti con un obiettivo preciso: restare e, possibilmente, prosperare ed espandersi a spese altrui, o meglio a spese di potenze logore, sfibrate e senili come <strong>Italia</strong> e <strong>Portogallo</strong>.</p>
<p>Relativamente poche le nazioni dell&#8217;Africa subsahariana che non sono state interessate dal nuovo <em>pivot</em> geostrategico dell&#8217;agenda estera della presidenza Erdogan, che, studiata meticolosamente e implementata con altrettanta cura, <a href="https://it.insideover.com/politica/la-turchia-alla-conquista-di-sahel-e-africa-occidentale.html">ha permesso alla Turchia <span style="font-size: 1rem;">di fare ingresso in quell&#8217;area ad accesso limitato nota come</span><span style="font-size: 1rem;"> </span>Françafrique</a><span style="font-size: 1rem;">, di sbarcare nell&#8217;estremo capo meridionale del continente, </span><span style="font-size: 1rem;">di allargarsi nello spazio ex coloniale portoghese e di subentrare all&#8217;Italia nel corno d&#8217;Africa.</span></p>
<h2>La Turchia in Somalia</h2>
<p>L&#8217;opinione pubblica italiana, ma anche buona parte della classe politica nostrana, <a href="https://it.insideover.com/politica/erdogan-africa-somalia-silvia-romano.html">si è accorta di aver &#8220;perduto&#8221; l&#8217;Africa orientale ai tempi del sequestro della cooperatrice Silvia Romano</a>, liberata dopo diciotto mesi di prigionia per tramite dell&#8217;intervento<em> in extremis</em> dei servizi segreti turchi – che hanno approfittato (giustamente) dell&#8217;occasione per massimizzare il profitto in termini di immagine. In realtà, quel paragrafo di Africa orientale che parla italiano non è stato &#8220;perduto&#8221;, è stato ceduto, cioè è stato oggetto di un trasferimento di proprietà a favore della Turchia.</p>
<p style="text-align: left;">I servizi segreti nostrani hanno saggiato direttamente la senilità della loro rete di spionaggio nel corno d&#8217;Africa, perché obbligati a delegare la questione Romano agli omologhi turchi nell&#8217;impossibilità di stabilire un dialogo costruttivo con i rapitori dell&#8217;<a href="https://it.insideover.com/schede/terrorismo/cosa-al-shabaab-somalia.html">organizzazione terroristica Al Shabaab</a>, ma i settori in cui l&#8217;Italia ha sperimentato un grave arretramento sono innumerevoli e variegati.</p>
<p>I destini di Italia e <strong>Somalia</strong> sembrano essersi separati, dopo un&#8217;unione cominciata nel tardo Ottocento, e le ragioni alla base della fine del lungo matrimonio sono due: la trascuratezza con la quale abbiamo trattato la nazione nel dopo-Guerra Fredda e il concomitante dinamismo epinefrinico della Turchia. Una combinazione micidiale, per quanto silenziosa, che in meno di un trentennio ha condotto alla quasi-espulsione del Bel Paese dal corno d&#8217;Africa, testimone inerme di simili accadimenti tra <strong>Etiopia</strong> ed <strong>Eritrea</strong>.</p>
<p>In Somalia, una nazione che l&#8217;Italia ha letteralmente battezzato – il nome le fu dato dall&#8217;esploratore <strong>Luigi Robecchi Bricchetti</strong> – e <a href="https://it.insideover.com/politica/la-somalia-la-colonia-di-cui-litalia-si-e-dimenticata.html">dove ha speso 270 milioni di euro nell&#8217;ultimo ventennio</a> in cooperazione allo sviluppo e potenziamento delle istituzioni, sullo sfondo di un consistente impegno in termini di presenza militare per fini umanitari, la Turchia è riuscita incredibilmente nell&#8217;impresa di farsi spazio ai danni della consolidata e pre-esistente fortezza italica.</p>
<p>Qui, polmone del corno d&#8217;Africa ed estrema periferia del Mediterraneo allargato, la Turchia ha iniziato ad investire in maniera cospicua ed intensa a partire dal 2011, anno di una grave carestia, erodendo più di un secolo di primazia italica in un solo decennio. Numeri e fatti, <a href="https://it.insideover.com/politica/la-somalia-la-colonia-di-cui-litalia-si-e-dimenticata.html">illustrati in precedenza dal nostro analista Paolo Mauri</a>, possono esplicare ciò che alle parole riesce soltanto in parte: oltre due milioni di dollari al mese investiti in ricostruzione nel solo 2016, aeroporto di Mogadiscio edificato con denaro turco, capitale divenuta casa della &#8220;<span style="font-size: 1rem;">più grande ambasciata turca del continente africano&#8221; e apertura della base militare ed accademia <strong>Turksom</strong> nel 2017 – la più grande struttura del genere di Ankara all&#8217;estero, estesa su un&#8217;area di 400 ettari e tetto permanente di mille persone, tra soldati e studenti. </span></p>
<p>I punti di cui sopra abbisognano di essere affiancati, a scopo informativo, <a href="https://www.mfa.gov.tr/relations-between-turkey-and-somalia.en.mfa#:~:text=Our%20bilateral%20trade%20volume%20with,reached%20100%20million%20US%20Dollars.">dai dati relativi a interscambio commerciale</a> <span style="font-size: 1rem;">– aumentato da 187,3 milioni di dollari a quasi 251 milioni dal 2018 al 2019</span> <span style="font-size: 1rem;">–</span>, investimenti <span style="font-size: 1rem;">–</span> oltre cento milioni di dollari nell&#8217;ultimo decennio <span style="font-size: 1rem;">–</span> e penetrazione nelle infrastrutture strategiche <span style="font-size: 1rem;">– l&#8217;aeroporto internazionale e il porto di Mogadiscio sono gestiti da compagnie turche. </span></p>
<p><span style="font-size: 1rem;">Ultimo ma non meno importante, anche qui la Sublime Porta sta facendo leva su <em>instrumenta regni</em> collaudati con successo altrove, in particolare tra Balcani e <a href="https://it.insideover.com/politica/la-diplomazia-culturale-della-turchia-in-kazakistan.html">Asia centrale</a>, quali cooperazione umanitaria, religione (costruzione di moschee), cultura, televisione (<a href="https://it.insideover.com/senza-categoria/telenovelas-e-cinema-le-nuove-armi-di-turchia-e-arabia-saudita.html">esportazione di soap opere</a>) e borse di studio. Nel solo anno accademico 2019-20, ad esempio, sono state erogate novantotto borse di studio per permettere a giovani meritevoli di origine somala di studiare in un&#8217;università turca. E l&#8217;anno scorso, poi, un protagonismo assoluto da parte turca in termini di invio di aiuti umanitari e sanitari in loco ai fini del contrasto e del contenimento della pandemia.</span></p>
<h2>In Etiopia ed Eritrea</h2>
<p>La Turchia è legata all&#8217;<strong>Etiopia</strong> da un sodalizio parimenti importante a quello con la Somalia. Ivi presente con un ammontare di investimenti complessivo di due miliardi e cinquecento milioni di dollari,<a href="https://www.aa.com.tr/en/africa/turkey-eyeing-more-investments-in-ethiopia-envoy/2144828"> Ankara è il secondo investitore straniero in Addis Adeba</a> <span style="font-size: 1rem;">– Pechino in prima posizione – e sta cercando di approfittare delle tensioni con Asmara e Giuba per accreditarsi quale mediatore di pace del corno d&#8217;Africa. </span></p>
<p>I numeri, di nuovo, rappresentano il modo migliore di comprendere profondità, estensione e dimensioni della presenza turca in Etiopia: dei sei miliardi di dollari investiti dalle compagnie turche nell&#8217;Africa subsahariana negli ultimi anni, due miliardi e cinquecento milioni sono stati localizzati qui, e le imprese anatoliche ivi operanti sono aumentate dalle tre del 2005 alle duecento del 2021.</p>
<p>Il destino dell&#8217;Italia è segnato nel corno d&#8217;Africa? Forse. Molto dipenderà da come la classe politica nostrana deciderà di muoversi, ossia se continuando a fare leva su strumenti dai quali non riesce a capitalizzare, come cooperazione allo sviluppo, missioni umanitarie e commercio, o se optando per l&#8217;avvio di una partita a risiko all&#8217;interno della quale giocare a lato di tutte quelle potenze, come <strong>Egitto</strong>, <strong>Arabia Saudita</strong> ed <strong>Emirati Arabi Uniti</strong>, che vedono e percepiscono con aperta ostilità la trasformazione del Corno in una provincia di <strong>Turcafrica</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/corno-africa-turchia-italia.html">Corno d&#8217;Africa, così la Turchia è subentrata all&#8217;Italia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Gli Emirati Arabi smantellano la loro base in Eritrea</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/gli-emirati-arabi-smantellano-la-loro-base-in-eritrea.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mauri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Feb 2021 13:28:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1099" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-300x172.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-1024x586.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-768x440.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-1536x879.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-2048x1172.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli Emirati Arabi Uniti stanno smantellando la loro base militare in Eritrea. A dare la notizia è stata Associated Press (Ap) che ha pubblicato alcune immagini satellitari che mostrano i lavori di abbattimento di alcune strutture del presidio. Gli Eau avevano intrapreso grossi lavori di ampliamento ad Assab, costruendo un porto e ingrandendo la pista &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/gli-emirati-arabi-smantellano-la-loro-base-in-eritrea.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/gli-emirati-arabi-smantellano-la-loro-base-in-eritrea.html">Gli Emirati Arabi smantellano la loro base in Eritrea</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1099" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-300x172.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-1024x586.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-768x440.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-1536x879.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Truppe-Usa-in-Medio-Oriente-2048x1172.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Gli <strong>Emirati Arabi Uniti</strong> stanno smantellando la loro base militare in <strong>Eritrea</strong>. A dare la notizia è stata <a href="https://apnews.com/article/eritrea-dubai-only-on-ap-united-arab-emirates-east-africa-088f41c7d54d6a397398b2a825f5e45a" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Associated Press (Ap)</em></a> che ha pubblicato alcune immagini satellitari che mostrano i lavori di abbattimento di alcune strutture del presidio.</p>
<p>Gli Eau avevano intrapreso grossi lavori di ampliamento ad <strong>Assab</strong>, costruendo un <strong>porto</strong> e ingrandendo la <strong>pista di atterraggio</strong>, a partire da settembre 2015, e hanno utilizzato la struttura come punto di arrivo e partenza per far arrivare armi pesanti e truppe sudanesi nello <strong>Yemen</strong>, impegnato nel conflitto intestino contro i ribelli <strong>Houthi</strong> sostenuti dall&#8217;<strong>Iran</strong> all&#8217;interno di una coalizione guidata dai sauditi.</p>
<p>Quella che era diventata una vera e propria cittadella militare, tanto da essere definita &#8220;Piccola Sparta&#8221; dall&#8217;ex segretario alla Difesa degli Stati Uniti <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-segretario-alla-difesa-usa-mattis-si-dimesso.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">James “Mad Dog” Mattis</a>, sembra aver esaurito la sua funzione nel quadro del conflitto in Yemen, che sta vivendo una fase di stallo. Dopo aver deciso di cessare il suo supporto, Abu Dhabi, oltre a smantellare le strutture della base, ha cominciato a ritirare armi e personale, sempre come si evince dalle foto satellitari: fra questi i carri armati Leclerc, le semoventi G6 e i veicoli da combattimento anfibi Bmp-3, fino ad una schiera di elicotteri d&#8217;attacco, droni e altri velivoli militari.</p>
<p>“Gli Emirati stanno riducendo le loro ambizioni strategiche e si stanno ritirando dai luoghi in cui erano presenti”, ha detto Ryan Bohl, analista presso la società privata statunitense di intelligence <strong>Stratfor</strong>. “Avere quel dispiegamento di hard power li ha esposti a più rischi di quanto gli Emirati siano ora disposti a tollerare”.</p>
<p>I funzionari degli Emirati non hanno voluto commentare a riguardo e allo stesso modo, l&#8217;Eritrea, che aveva concesso agli Eau un contratto di locazione per la base di 30 anni, non ha risposto alle domande inviate da <em>Ap</em> alla sua ambasciata a Washington.</p>
<p>Abu Dhabi ha investito <strong>milioni di dollari</strong> per migliorare la struttura di Assab, a soli <strong>70 chilometri</strong> dallo Yemen, con lavori molto importanti tra cui l&#8217;ampliamento del porto con aumento del fondale e allungato la pista di decollo, che ora è di circa 3500 metri, in modo tale da consentire agli aerei più grandi di potervi operare.</p>
<p>Sono state costruite anche caserme, ricoveri per aerei e recinzioni in tutta la struttura che si estende su 9 chilometri quadrati, costruita negli anni &#8217;30 dall&#8217;<strong>Italia</strong> quando l&#8217;Eritrea faceva parte del suo impero coloniale.</p>
<p>La base, come quasi tutti gli avamposti militari in quella regione del Corno d&#8217;Africa, è stata usata anche come presidio ospedaliero da campo, e risulta essere stata uno dei migliori ospedali chirurgici campali in tutto il Medio Oriente.</p>
<p>Gli Emirati Arabi Uniti avevano annunciato, nell&#8217;estate del <strong>2019</strong>, di aver iniziato a ritirare le proprie truppe dalla guerra in Yemen, e proprio allora, a giugno, le prime riprese satellitari hanno mostrato l&#8217;inizio dello smantellamento della base.</p>
<p>All&#8217;inizio di gennaio di quest&#8217;anno, un&#8217;altra foto ha evidenziato quelli che sono sembrati essere veicoli e altre attrezzature caricate su una nave in attesa, che poi, il 5 febbraio, risultava aver salpato.</p>
<p>La decisione sembra essere definitiva, in quanto anche strutture appena costruite, come i ricoveri per aerei e droni, sono state smantellate. Gli Emirati Arabi Uniti partecipavano attivamente al conflitto in Yemen e hanno utilizzato i propri assetti <strong>Ucav</strong> (<em>Unmanned Combat Air Vehicle</em>) di fabbricazione cinese per colpire i ribelli Houthi.</p>
<p>La distruzione degli hangar dei droni è avvenuta, però, dopo che i ribelli nella regione del <strong>Tigré</strong>, in Etiopia, lo scorso novembre avevano affermato che i droni degli Eau partiti da Assab erano stati utilizzati contro le loro posizioni. Abu Dhabi si è sempre rifiutata di rispondere a queste accuse.</p>
<p>Nonostante i lavori di smantellamento, gli elicotteri d&#8217;attacco degli Emirati sono ancora stati visti nella base, che oggettivamente rimane un punto strategicamente importante, per controllare i traffici lungo gli stretti di <strong>Bab el-Mandeb</strong> che collegano il Mar Rosso al Golfo di Aden.</p>
<p>Ma gli Emirati Arabi Uniti potrebbero aver preso questa decisione sotto <strong>pressioni statunitensi</strong>: la <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-biden-ha-nominato-robert-malley-inviato-speciale-per-liran.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">nuova politica della Casa Bianca sull&#8217;Iran</a>, volta a cercare di rientrare nell&#8217;accordo sul <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/quello-ce-sapere-sul-programma-nucleare-delliran.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">programma nucleare</a> degli Ayatollah, prevede anche la cessazione del supporto statunitense all&#8217;<strong>Arabia Saudita</strong> in funzione del contrasto agli Houthi. L&#8217;amministrazione Biden ha infatti deciso di <a href="https://it.insideover.com/guerra/come-cambiera-la-politica-usa-per-il-medio-oriente-con-biden.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">terminare il coinvolgimento statunitense</a> nella guerra in Yemen col ritiro del personale che lavora per impedire che gli attacchi aerei sauditi nel Paese danneggino i civili; un contingente presente sin dal 2015.</p>
<p>La chiave di lettura potrebbe quindi essere quella di cercare una normalizzazione dei rapporti con l&#8217;Iran, che, come abbiamo già ampiamente dibattuto, rientrerà nei limiti del <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/tutto-quello-che-ce-da-sapere-sul-51-il-trattato-sul-nucleare-iraniano.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>trattato Jcpoa</strong></a> sul nucleare solo ed esclusivamente quando gli Stati Uniti lo faranno. Una normalizzazione che passerebbe anche attraverso la cessazione del contrasto ai ribelli Houthi sostenuti da Teheran.</p>
<p>Del resto i rapporti tra Eau e Stati Uniti sono molto fitti, sulla scorta degli <strong>Accordi di Abramo</strong>, ma soprattutto perché Abu Dhabi ha più volte espresso l&#8217;intenzione di <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-senato-usa-votera-contro-la-vendita-degli-f-35-agli-emirati-arabi-uniti.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">acquistare i cacciabombardieri F-35</a>, trovando l&#8217;opposizione di <strong>Israele</strong>: la questione è ancora aperta, e forse, in futuro, si delineerà il contratto finale di acquisizione stante gli ultimi ordini di Tel Aviv per nuovi F-35 e per i caccia F-15EX. Tra Usa e Israele vige infatti un accordo scritto che impegna Washington a garantire e mantenere la supremazia negli armamenti per lo Stato ebraico.</p>
<p>D&#8217;altro canto la decisione degli Eau potrebbe essere prettamente pragmatica: mantenere una base all&#8217;estero costa, e dato lo stallo del conflitto in Yemen continuare a utilizzarla come avamposto militare attivo l&#8217;avrebbe trasformata in una voragine “mangia-soldi”.</p>
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		<title>Che cosa sta facendo davvero l&#8217;Eritrea nel Tigray</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/il-possibile-coinvolgimento-dell-eritrea-nel-tigray.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Nov 2020 10:17:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Corno d'Africa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?p=298401</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il conflitto nel Tigray è entrato nella sua ultima fase. Mentre scadono le 72 ore dell&#8217;ultimatum concesso dal primo ministro Abiy Ahmed, le forze nazionali circondano la città di Mekele. Tuttavia, la presa della capitale regionale potrebbe non coincidere con la pacificazione. Il rischio di un prolungamento delle ostilità preoccupa dell&#8217;Unione africana e dell&#8217;Unione europea, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-possibile-coinvolgimento-dell-eritrea-nel-tigray.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-possibile-coinvolgimento-dell-eritrea-nel-tigray.html">Che cosa sta facendo davvero l&#8217;Eritrea nel Tigray</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Il conflitto nel Tigray è entrato nella sua ultima fase. </span></span><a href="https://it.insideover.com/guerra/abiy-ahmed-e-pronto-per-lultima-fase-del-conflitto-in-etiopia.html"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Mentre scadono le 72 ore dell&#8217;ultimatum</span></span></a><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> concesso dal primo ministro </span></span><a href="https://it.insideover.com/schede/politica/abiy-ahmed-primo-ministro-etiope-pace-leritrea.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Abiy Ahmed</span></span></strong></a><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, le forze nazionali circondano la città di </span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Mekele</span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">. </span><span style="vertical-align: inherit;">Tuttavia, la presa della capitale regionale potrebbe non coincidere con la pacificazione. </span><span style="vertical-align: inherit;">Il rischio di un prolungamento delle ostilità preoccupa dell&#8217;Unione africana e dell&#8217;Unione europea, in particolare per la possibile destabilizzazione dell&#8217;Africa Orientale, con il coinvolgimento degli Stati vicini. </span><span style="vertical-align: inherit;">Come l&#8217;</span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Eritrea</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> che, per quanto ufficialmente abbia negato ogni interferenza, sembra essere se non parte attiva, almeno una spettatrice a supporto per l&#8217;alleato Abiy Ahmed.</span></span></p>
<h2><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Il nemico comune di Abiy Ahmed e Isaias Afewerki</span></span></h2>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Le ostilità tra il </span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Tplf</span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, che ha dominato la politica etiope negli ultimi decenni, e il partito che guida l&#8217;Eritrea, rappresentata dal leader </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Isaias Afewerki</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, risalgono al 1993, anno in cui la popolazione eritrea ha dichiarato la propria indipendenza attraverso la via del referendum. </span><span style="vertical-align: inherit;">La guerra avvenuta tra il 1998 e il 2000, che ha lasciato sul campo 100mila persone, ha inasprito ancora di più i rapporti, per quanto entrambe le fazioni siano perlopiù della stessa etnia.</span></span></p>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Il dialogo tra i due Paesi è tornato solo dopo la nomina a Primo Ministro di Abiy Ahmed, poi giunto alla firma della pace nel 2018, salutata positivamente dall&#8217;opinione pubblica, tanto da aver portato il leader etiope a ricevere il </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Premio Nobel</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> per la Pace . </span><span style="vertical-align: inherit;">Il riavvicinamento non è casuale. </span><span style="vertical-align: inherit;">Stando alle parole di </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Martin Plaut</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> , esperto dell&#8217;Etiopia, le due figure politiche “sono persone dello stesso tipo”, che ritengono di essere i “visionari che rimoduleranno il Corno d&#8217;Africa”. </span><span style="vertical-align: inherit;">Cionondimeno, l&#8217;accordo di pace è stato favorito dallo stesso Tplf, avvertito da entrambi come un </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">nemico</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, sebbene per ragioni diverse: per Ahmed risulta un ostacolo alla sua idea di Etiopia, considerata come un&#8217;unica nazione, per Afewerki è visto come una minaccia per il suo territorio.</span></span></p>
<h2><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">L&#8217;Eritrea nel conflitto del Tigray</span></span></h2>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Fin dall&#8217;inizio del conflitto nella regione del Tigray, la vicina Eritrea ha negato qualsiasi suo coinvolgimento, contrastando la versione della leadership tigrina. </span><span style="vertical-align: inherit;">Le accuse sono state poi seguite dai fatti. </span><span style="vertical-align: inherit;">Il 14 novembre il Tplf </span></span><a href="https://www.ilpost.it/2020/11/15/etiopia-tigre-razzi-eritrea-asmara/"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">comunicava di avere lanciato dei razzi contro l&#8217;aeroporto di Asmara</span></span></a><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, affermando che questo veniva usato dall&#8217;esercito etiope come base d&#8217;appoggio. </span><span style="vertical-align: inherit;">Alla &#8220;</span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">provocazione</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">&#8221; non sono seguite rappresaglie. </span><span style="vertical-align: inherit;">Almeno non ufficialmente. </span><span style="vertical-align: inherit;">Ma se nelle prime settimane risultava impossibile verificare le affermazioni dell&#8217;organizzazione tigrina, adesso la situazione sembra essere parzialmente cambiata.</span></span></p>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">La testimonianza di alcuni cittadini di </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Himera</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, intervistati solo di recente dai giornalisti </span></span><em><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">dell&#8217;Afp</span></span></em><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, sembrerebbe infatti confermare la partecipazione nell&#8217;assalto alla città da parte di soldati eritrei. </span><span style="vertical-align: inherit;">Per questo motivo, l&#8217;Eritrea ha avuto un ruolo ausiliario nella avanzata da parte dell&#8217;esercito etiope sembra poter corrispondere alla realtà dei fatti, ciò nonostante, come scrive </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Geoffrey York</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> sul </span></span><em><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Globe and Mail</span></span></em><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, risulta difficile accertare “la piena portata della cooperazione”. </span><span style="vertical-align: inherit;">Infine, c&#8217;è chi sospetta che l&#8217;attacco nei confronti del Tplf sia stato preparato da mesi, come sopra menziona Plaut. </span><span style="vertical-align: inherit;">Una teoria che però non è possibile verificare. </span><span style="vertical-align: inherit;">Certo è che la visita del dittatore Afewerki in una base militare etiope solo tre settimane prima delle operazioni militari potrebbe condurre nella direzione della teoria proposta.</span></span></p>
<h2><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">La preoccupazione degli eritrei</span></span></h2>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">“Ho sentito alcuni giorni fa alcuni amici rimasti in Eritrea, sono molto preoccupati”. </span><span style="vertical-align: inherit;">Raggiunto da </span></span><em><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">InsideOver</span></span></em><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">,</span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> Natnael non ha nascosto al telefono la sua inquietudine. </span><span style="vertical-align: inherit;">Lui, nato in Eritrea, da anni lavora nel nord Italia, ma non ha mai staccato i legami con il suo Paese. </span><span style="vertical-align: inherit;">La testimonianza fa comprendere quanto delicata sia la condizione nel corno d&#8217;Africa. </span><span style="vertical-align: inherit;">La possibilità di un </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">coinvolgimento</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> eritreo nel conflitto etiope non è così remoto secondo gli eritrei sparsi in Italia. </span><span style="vertical-align: inherit;">Forse perché molti di loro sono fuggiti da quel territorio durante il ventennio di guerra con Addis Abeba. </span><span style="vertical-align: inherit;">Il semplice spettro di un riaccendersi delle tensioni in questa parte del continente, non può che riecheggiare lontano nella mente gli scontri di quegli anni.</span></span></p>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">&#8220;La vera preoccupazione &#8211; ha poi aggiunto Natnael &#8211; è che la pace fra Eritrea ed Etiopia di due anni fa non ha significato un&#8217;inversione di tendenza tra le due inviati&#8221;. </span><span style="vertical-align: inherit;">Un accordo di comodo, quella a cui ha fatto riferimento il ragazzo eritreo, che però non ha cancellato quanto accaduto negli ultimi decenni. </span><span style="vertical-align: inherit;">Ecco perché quando un missile pochi giorni fa è piombato vicino all&#8217;aeroporto di Asmara, gli echi del boato sono arrivati ​​anche tra gli eritrei della diaspora. </span><span style="vertical-align: inherit;">Un ritorno alle immagini di un passato non così lontano da non essere così attuale. </span><span style="vertical-align: inherit;">Una preoccupazione che in patria è ancora più marcata: permettersi un&#8217;altra guerra per un Paese come l&#8217;Eritrea potrebbe rappresentare una </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">catastrofe</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> .</span></span></p>
<h2><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Il timore per gli eritrei nel Tigray</span></span></h2>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">C&#8217;è un altro problema che potrebbe riguardare Asmara. </span><span style="vertical-align: inherit;">Ossia la sorte della popolazione eritrea ospitata nel Tigray. </span><span style="vertical-align: inherit;">Tigrini eritrei rifugiati nel territorio dei tigrini etiopi, che però non possono ricevere più molta solidarietà. </span><span style="vertical-align: inherit;">Del resto, tra il Tplf e il governo di Asmara le tensioni sono sempre state molto alte, questo ha avuto storicamente ripercussioni anche nei rapporti tra tigrini. </span><span style="vertical-align: inherit;">Oggi gli eritrei nel Tigray sarebbero centomila, almeno secondo gli ultimi dati </span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">dell&#8217;</span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Oim</span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> . </span><span style="vertical-align: inherit;">Forse potrebbe essere molti di più. </span><span style="vertical-align: inherit;">Alcuni di loro potrebbero scappare per evitare di ritrovarsi nelle zone dei combattimenti. </span><span style="vertical-align: inherit;">Altri ancora per la paura di subire ripercussioni in caso di coinvolgimento dell&#8217;Eritrea nella guerra.</span></span></p>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Migliaia di persone potrebbero quindi provare a raggiungere il </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Sudan</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, </span></span><a href="https://it.insideover.com/migrazioni/adesso-la-guerra-nel-corno-d-africa-rischia-di-far-arrivare-nuovi-migranti.html"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">aggiungendosi alle carovane già partite nei primi giorni del conflitto a novembre</span></span></a><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> . </span><span style="vertical-align: inherit;">L&#8217;alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, ha stimato oltre trentamila gli ingressi in Sudan da parte di persone fuggite dal Tigray. </span><span style="vertical-align: inherit;">Difficile capire quanto tra questi siano eritrei. </span><span style="vertical-align: inherit;">Di certo, l&#8217;attuale tensione non farà altro che alimentare flussi migratori e far crescere la pressione sulla regione. </span><span style="vertical-align: inherit;">Un problema non secondario, che conferma quanti e quali risvolti internazionali potrebbe avere la guerra divampata a inizio novembre.</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-possibile-coinvolgimento-dell-eritrea-nel-tigray.html">Che cosa sta facendo davvero l&#8217;Eritrea nel Tigray</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La chiusura della scuola italiana in Eritrea</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/la-chiusura-della-scuola-italiana-in-eritrea-riflessioni-e-scenari.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Nov 2020 13:57:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Comunita eritrea (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-2048x1367.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dopo 117 anni la scuola italiana di Asmara ha chiuso. Lo ha comunicato in via cautelare l&#8217;Ambasciata in Eritrea, lo scorso 31 agosto. La decisione ha seguito la revoca della licenza dell&#8217;istituto da parte delle autorità locali, avvenuta il 25 marzo, riguardo alla quale sono mancate spiegazioni. Asmara non avrebbe gradito la scelta unilaterale di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/la-chiusura-della-scuola-italiana-in-eritrea-riflessioni-e-scenari.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Comunita eritrea (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-2048x1367.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Dopo 117 anni la scuola italiana di Asmara ha chiuso. Lo ha comunicato in via cautelare l&#8217;Ambasciata in Eritrea, lo scorso 31 agosto. La decisione ha seguito la revoca della licenza dell&#8217;istituto da parte delle autorità locali, avvenuta il 25 marzo, riguardo alla quale sono mancate spiegazioni. Asmara non avrebbe gradito la scelta unilaterale di Roma di sospendere le lezioni durante la pandemia, senza offrire alternative.</p>
<p>“Possono esserci stati fraintendimenti, tuttavia abbiamo chiesto di trovare un terreno di chiarimento che non si è materializzato”, ha dichiarato la Viceministra degli Esteri Marina Sereni.</p>
<p>Nei mesi scorsi la notizia ha sollevato indignazione unanime, dai sindacati della scuola ai missionari in Eritrea. Tutti hanno accusato il governo italiano dell&#8217;ennesimo (ed effettivo) fallimento in politica estera, che mina le relazioni storiche con il Paese africano. Ma Asmara potrebbe anche aver avuto intenzioni velate.</p>
<p>La scuola è la più grande tra quelle italiane all&#8217;estero, con circa 1200 studenti. Fondata nel 1903 per i figli dei coloni italiani, ha poi favorito l&#8217;emancipazione di generazioni di giovani eritrei, creando un legame culturale con il Mediterraneo. Dal 1993 l&#8217;Eritrea è governata dal dittatore Isaias Afewerki ed è un Paese molto chiuso.</p>
<p>Le diatribe sulla scuola sarebbero cominciate già qualche anno fa. La gestione dell&#8217;istituto è sancita da un accordo bilaterale del 2012, che l&#8217;Italia ha trascurato sin dall&#8217;inizio, non nominando i propri componenti della Commissione congiunta. Poi, le riforme dell&#8217;istruzione del 2017-2018 hanno tagliato i fondi per l&#8217;estero e favorito l&#8217;assunzione di insegnanti eritrei, riducendo la formazione italiana distintiva della scuola, aumentando così il malcontento di Asmara. Prima di decretare la chiusura, a nulla è servito l&#8217;intervento del Presidente Conte, che ha scritto ad Afewerki in merito alla licenza revocata, troppo tardi e senza ricevere risposta. Secondo Giuseppe Dentice, ricercatore associato dell&#8217;Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), “la chiusura della scuola è un passo indietro importante. L&#8217;Italia deve interrogarsi su quale sia il suo ruolo dal Mediterraneo al Medio Oriente passando per il Corno d&#8217;Africa, altrimenti, come in questo caso, rischia di essere percepita come un attore passivo che agisce su impulsi esterni”.</p>
<p>Altri atti unilaterali di Asmara, come l&#8217;apposizione dei sigilli alle aule, però, fanno temere l&#8217;intenzione del governo eritreo di nazionalizzare l&#8217;istituto, sulla scia di quanto accaduto nel 2019 alle cliniche e alle scuole della Chiesa Cattolica. Secondo una legge del 1995, mai applicata fino ad allora, che prevede che le strutture sociali siano gestite dall&#8217;autorità pubblica, il regime di Afewerki aveva dato il via alle requisizioni. In questo contesto, Giuseppe Dentice fornisce un&#8217;analisi sulla vicenda della scuola italiana e sull&#8217;influenza di Roma nell&#8217;area.</p>
<p><strong>Il caso della scuola italiana richiama quanto successo agli istituti cattolici?</strong></p>
<p>“La tendenza del governo eritreo è quella dell&#8217;appropriazione. Già l&#8217;anno scorso, visti i problemi con gli istituti vaticani, c&#8217;erano state manifestazioni della popolazione, cosa inusuale in Eritrea, per ribadire la volontà di mantenere la scuola a carattere italiano ed evitarne il controllo dello stato. Asmara vi darebbe una propria identità: lingua e cultura araba e un indirizzo religioso in prevalenza musulmano. Speculando, il governo di Afewerki voleva pesare nella gestione della scuola da oltre un decennio. L&#8217;accordo del 2012 gli ha permesso di farlo”.</p>
<p><strong>La chiusura dell&#8217;istituto gioca un ruolo nella rimozione storica del passato coloniale italiano in questa regione?</strong></p>
<p>“Solo minimamente non ci aiuta a fare pace con le nostre responsabilità coloniali e rimane una questione a sé. Il rapporto dell&#8217;Italia con la sua storia coloniale è di rimozioni e riabilitazioni. Oltre alle vicende eritree, durante il fascismo e la Seconda guerra mondiale i crimini italiani in Libia ed Etiopia non vanno dimenticati. Se da un lato queste vicende sono state cancellate dal discorso politico e sociale, dall&#8217;altro ne rimane talvolta un&#8217;idea benevola e romanzata. Certa storiografia dagli anni &#8217;60 in poi ne è un esempio. Si paga ancora oggi il prezzo della mancata (o incompleta) defascistizzazione delle istituzioni statali. Come l&#8217;Università, dove solo di recente si sta provando a cambiare la visione del trascorso italiano in Africa orientale”.</p>
<p><strong>Poiché la presenza culturale italiana in questa regione ha lunga data, che peso ha avuto il “soft power” di Roma nella pace tra Eritrea ed Etiopia del 2018 e che rilevanza ha in generale nel Corno d&#8217;Africa?</strong></p>
<p>“Più che dall&#8217;Italia, la pace è stata fortemente promossa dagli Emirati Arabi Uniti e dall&#8217;Arabia Saudita. Non è casuale soprattutto il ruolo degli Emirati, che stanno costruendo porti e infrastrutture in Eritrea. Più importante dell&#8217;Italia è stato anche l&#8217;Egitto, che in funzione anti-etiopica ha supportato Asmara. L&#8217;Italia ha inserito il Corno d&#8217;Africa nella sua agenda solo a partire dal 2013, con l&#8217;iniziativa Italia-Africa, a cui è seguita, l&#8217;anno successivo, una missione nella regione da parte dell&#8217;allora Viceministro Lapo Pistelli. Da quel momento la presenza di Roma è cresciuta, ma limitatamente a questioni di carattere economico o di sicurezza. Ad esempio in Etiopia, con la costruzione di due importanti dighe da parte della Salini-Impregilo e gli investimenti dell&#8217;Enel. Poi con la presenza militare in Gibuti per il contrasto al terrorismo e all&#8217;immigrazione clandestina. Il ruolo italiano comincia ad avere rilievo dopo gli accordi di pace, in seguito alla visita del Presidente Conte a entrambe le parti, a ottobre 2018. Se l&#8217;Italia fa vanto della diplomazia culturale come pilastro della propria strategia internazionale, la chiusura della scuola di Asmara mette in dubbio le reali capacità di capitalizzare il ‘soft power’. Bisogna capire quanto quest&#8217;ultimo sia effettivamente un valore per portare avanti una diplomazia di tipo multidimensionale. ‘Poco’ rischia di essere la risposta”.</p>
<p><strong>L&#8217;Italia ha creato l&#8217;Eritrea, ma quest&#8217;ultima ha un certo orientamento ideologico verso la Cina, data la formazione maoista di Afewerki presso il Paese asiatico. Se viene a mancare il ponte culturale con l&#8217;Italia, la Cina, già presente nella regione come partner economico, avrebbe più spazio di creane uno proprio?</strong></p>
<p>“La Cina in Africa segue la precisa strategia di non mostrarsi come partner coloniale. Ma la sua presenza economica aggressiva è una forma di colonialismo moderno. Si aprono due possibili scenari. Secondo il primo, la Cina diventerebbe un partner anche culturale. Vi sono già realtà nel continente africano dove il governo di Pechino ha stipulato accordi di cooperazione culturale e linguistica. L&#8217;ultimo tra questi è stato siglato lo scorso 7 settembre con l&#8217;Egitto, dove si offrirà l&#8217;insegnamento del cinese tra le lingue straniere opzionali a partire dalle scuole primarie. È un&#8217;azione importante. La seconda riflessione vedrebbe invece la nazionalizzazione della scuola italiana in funzione araba. Non mi stupirei se l&#8217;orientamento culturale eritreo subisse, nell&#8217;arco di 5-10 anni, una certa influenza derivante dal ruolo delle monarchie del Golfo, sempre più presenti nel Corno d&#8217;Africa, anche in seguito alla pace Eritrea-Etiopia. Gli Emirati, in particolare, hanno interesse a legare la propria strategia internazionale a quella cinese. Le infrastrutture che stanno costruendo nell&#8217;area ne sono un esempio: si dice che la ‘geopolitica dei porti’ di Abu Dhabi sia un connettore della Via della Seta cinese. In questo senso vi è una coincidenza di interessi tra questi attori stranieri, benché permanga una certa competizione tra gli stessi”.</p>
<p><strong>Nazionalizzando l&#8217;istituto italiano, l&#8217;Eritrea si priverebbe di una formazione di qualità delle proprie classi dirigenti, utile anche agli scopi del regime. Perché potrebbe volerlo fare?</strong></p>
<p>“In un contesto dittatoriale, una buona formazione potrebbe contribuire allo sviluppo di una coscienza civile che metta in discussione l&#8217;autorità centrale. Da un lato, nazionalizzando, si previene nel lungo termine qualsiasi forma di destabilizzazione del regime, dall&#8217;altro, si mette in discussione il ruolo della politica estera italiana nel Paese. Se si chiude la scuola viene meno il ruolo dell&#8217;Italia nella cooperazione culturale ma anche come partner ad altri livelli”.</p>
<p><strong>Se la scuola esiste da tempo, perché il governo di Asmara se ne sarebbe preoccupato adesso?</strong></p>
<p>“Gli attriti a riguardo erano cristallizzati fino all&#8217;arrivo del Covid. La pandemia potrebbe essere stata un momento conveniente per prendere decisioni che altrimenti il governo eritreo non avrebbe adottato, ovvero revocare la licenza. Gli errori italiani nella gestione della scuola sono evidenti, ma al netto di questi è ragionevole interrogarsi sulle motivazioni più profonde di Asmara. Vedremo che strada intraprenderà l&#8217;Eritrea, quanto si possa ‘mediorientalizzare’, quanto si possa invece legare alla Cina o ad altri attori come anche la Russia, che sta espandendo le proprie ambizioni nell&#8217;area”.</p>
<p>Lo scorso 20 settembre c&#8217;è stato l&#8217;avvicendamento dell&#8217;ambasciatore italiano in Eritrea. Vedremo intanto se un nuovo capomissione potrà rilanciare le relazioni bilaterali.</p>
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		<title>Perché dall&#8217;Eritrea si continua a scappare verso l&#8217;Italia</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/perche-dall-eritrea-si-continua-a-scappare-verso-l-italia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2020 06:50:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?p=289787</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel corso dell’estate il mar Mediterraneo ha portato in Italia numerose ondate di migranti di diverse nazionalità facendo sorgere il problema relativo alla loro accoglienza. Più di 20mila le persone giunte sulle coste italiane, con maggiore concentrazione in Sicilia divenuta il luogo simbolo degli sbarchi e purtroppo anche di alcuni spiacevoli episodi. Fra questi, la &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/perche-dall-eritrea-si-continua-a-scappare-verso-l-italia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/09/Migranti-eritrei-in-Italia-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Nel corso dell’estate il mar Mediterraneo ha portato in Italia numerose ondate di migranti di diverse nazionalità facendo sorgere il problema relativo alla loro accoglienza.<a href="https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2020-09/cruscotto_statistico_giornaliero_15-09-2020.pdf"> Più di 20mila le persone giunte sulle coste italiane</a>, con maggiore concentrazione in Sicilia divenuta il luogo simbolo degli sbarchi e purtroppo anche di alcuni spiacevoli episodi. Fra questi, la morte di un giovane eritreo che, la notte fra il 3 e il 4 settembre, tentando la fuga da un centro di accoglienza nell&#8217;agrigentino,<a href="https://www.ilgiornale.it/news/cronache/rivolta-migranti-villa-sikania-ci-scappa-morto-1887469.html"> è stato travolto mortalmente da un’auto di passaggio</a>. La morte del ventenne ha acceso inevitabilmente i riflettori su quello che è stato ed è attualmente  il fenomeno migratorio in <strong>Eritrea</strong> con tutti gli episodi che, per la loro importanza, hanno riempito le pagine della cronaca in questi anni.</p>
<h2>Quelle fughe verso l’Italia</h2>
<p>Ci sono diversi casi che dimostrano l’importanza dei flussi migratori  eritrei verso l’Italia negli ultimi anni. Uno fra tutti, che ha segnato profondamente una pagina di storia nel campo dell’immigrazione, è quello legato alla strage del <strong>3 ottobre</strong> del 2013. In quella circostanza il mar Mediterraneo, a poche miglia dal porto di <strong>Lampedusa</strong>, si è trasformato in un grande cimitero. Sono 368 le persone morte accertate durante il naufragio di un’imbarcazione libica utilizzata per i viaggi dei migranti. La maggior parte di loro era di origine eritrea. In quella circostanza, dove i superstiti sono stati in 155, è accaduto che in prossimità delle coste di Lampedusa v’è stata un’avaria ai motori. Per attirare le attenzioni delle navi che passavano, è stato dato fuoco ad uno straccio che ha prodotto molto fumo. Quelle fiamme hanno creato panico tra i passeggeri i quali si sono spostati tutti verso un lato dell’imbarcazione facendola rovesciare.</p>
<p>Un altro caso da annotare risale all&#8217;agosto del 2018, dove, <a href="https://www.ilgiornale.it/news/cronache/nave-diciotti-bloccata-largo-522-migranti-attendono-sbarco-1542620.html">a bordo della nave Diciotti</a>, divenuta nota per il caso politico scoppiato all&#8217;interno del governo per l’opposizione allo sbarco dei migranti da parte dell’allora ministro dell’Interno <strong>Matteo Salvini</strong>, l’80% delle persone sull&#8217;imbarcazione era rappresentato da cittadini fuggiti dall&#8217;Eritrea. Solo una minoranza era costituita da somali, siriani e bengalesi. Cifre che fanno ben intuire come dall&#8217;Eritrea si sia sempre fuggiti in massa.</p>
<p>Senza andare lontano nel tempo, sono arrivati in Italia il 30 agosto scorso i 5 cittadini eritrei che hanno ottenuto dal tribunale di Roma<a href="https://www.ilgiornale.it/news/cronache/nuova-vittoria-dei-buonisti-dichiarati-illegali-i-1793393.html"> il riconoscimento al diritto di ingresso sul territorio nazionale per chiedere la protezione internazionale</a>. Si tratta di quelle stesse persone che, il 27 giugno del 2009, erano a bordo di un&#8217;imbarcazione partita dalla <strong>Libia</strong> assieme a<span style="font-size: 1rem;"> un gruppo di 89 migranti e che, </span><span style="font-size: 1rem;">una volta giunta in prossimità delle acque italiane, è andata in avaria. Dopo il lancio del segnale Sos, una nave della marina militare italiana ha soccorso quelle persone riaccompagnandole nuovamente in Libia. Di fatto è stato il primo respingimento attuato dall’Italia. </span><span style="font-size: 1rem;">Dopo più di dieci anni da quel fatto, è stata emessa una sentenza che ha dato diritto a quei migranti respinti di chiedere risarcimento e poter far ritorno in Italia con la </span><span style="font-size: 1rem;">domanda di protezione internazionale. Cinque di loro sono dunque già arrivati.</span></p>
<h2>Perché si scappa dall&#8217;Eritrea</h2>
<p>“Io non l&#8217;ho mai frequentata, però sapere che la scuola italiana ad Asmara ha chiuso mi ha dato molto dispiacere”: Natnael, ragazzo eritreo che vive e lavora da anni in nord Italia, ha subito fatto intuire lo stato d&#8217;animo per la notizia della recente chiusura dell&#8217;istituto aperto in Eritrea nel 1906, in piena epoca coloniale italiana. Contattato a telefono, la sua delusione è data dalla consapevolezza che il filo che unisce l&#8217;Italia e il Paese africano sembrava solido fino a pochi anni fa. E questo in parte spiegava come mai dall&#8217;Eritrea partivano a migliaia verso le sponde del <strong>Mediterraneo</strong>: “Da noi è quasi impossibile andare via, spesso il passaporto non lo ottieni prima dei 60 anni e allora tanti giovani hanno sempre vissuto nel mito dell&#8217;Italia, da raggiungere a ogni costo”. Lui stesso anni fa è riuscito a raggiungere <strong>Khartoum</strong> in Sudan, prima di arrivare in Libia e poi imbarcarsi verso l&#8217;Italia. Natnael fa parte delle migliaia di eritrei che hanno avuto accettata la domanda di asilo nel nostro Paese. Molti di loro, sia in Italia che in Europa, vedono la richiesta riconosciuta: nel 2018, stando ai dati del Viminale, il 54% delle domande presentate dagli eritrei sono state approvate dalle nostre autorità, negli anni precedenti nel resto del vecchio continente la percentuale ha sfiorato quasi il 90%.</p>
<p>Questo indica che buona parte di coloro che arrivano dal Paese africano non vengono riconosciuti come persone in fuga per meri motivi economici. A pesare su questa scelta è in primo luogo il fatto che l&#8217;Eritrea è retta dal 1993 (anno della sua indipendenza) dal presidente <strong>Isaias Afewerki</strong>, la cui fama è quella di uno non molto tenero con l&#8217;opposizione e con i dissidenti. Non a caso Asmara è spesso considerata come la “Corea del Nord d&#8217;Africa”: un Paese cioè chiuso, blindato e militarizzato, da cui si cerca di scappare. Natnael durante la conversazione racconta di una leva militare che dura di fatto a tempo indeterminato: “Si inizia a 18 anni – spiega – Poi dopo i primi 18 mesi ti richiamano altre volte al servizio. E finisce che sei costretto a restare anche fino ai 50 anni”. Per questo è quasi impossibile ottenere il passaporto, una circostanza quest&#8217;ultima che ha alimentato, assieme alle condizioni economiche molto precarie, fughe dal Paese. Si calcola che tra il 2013 e il 2015 almeno quattromila eritrei al mese prendevano la via dell&#8217;Europa, mentre seimila al mese nel 2019 hanno provato a raggiungere l&#8217;<strong>Etiopia</strong>. Secondo le Nazioni Unite, 1.5 milioni di eritrei vive attualmente all&#8217;estero.  Un flusso imponente, che nel corso degli anni ha alimentato il macabro business di esseri umani. Organizzazioni locali, sudanesi e libiche hanno stretto criminali sodalizi per portare gli eritrei in Italia, passando da Khartoum, dal <strong>Fezzan</strong> e infine dalle coste della <strong>Tripolitania</strong>.</p>
<h2>Qualcosa è cambiato</h2>
<p>Lo scenario però sta subendo un deciso mutamento. Per comprenderlo, basta confrontare i numeri degli ultimi due anni: <a href="https://www.lenius.it/migranti-2019/">nel 2018 sono arrivati in Italia 3.300 eritrei, nel 2019 soltanto 236</a>. Un drastico calo, confermato poi nel 2020 visto che, secondo i dati del ministero dell&#8217;Interno, tra i 21.000 migranti giunti nel nostro Paese da gennaio a settembre solo l&#8217;1% è eritreo. Sul perché di questo cambiamento alcuni cittadini eritrei contattati non hanno saputo rispondere. Ma forse l&#8217;interrogativo trova spiegazione in quanto accaduto sul finire del 2018, <a href="https://stream24.ilsole24ore.com/video/mondo/la-firma-storico-accordo-pace-eritrea-etiopia/AE751tJF">quando Eritrea ed Etiopia hanno siglato il trattato di pace dopo anni di conflitto</a>. Da quel momento, Asmara non è stata più considerata in guerra. E quindi gli eritrei hanno iniziato a non essere più visti come rifugiati politici. <a href="https://www.money.it/guerra-Eritrea-perche-scappano-profughi-migranti">In un articolo su<em> Money.it</em></a> è stato evidenziato ad esempio che Gran Bretagna e Danimarca hanno concesso sempre meno permessi agli eritrei. <a href="https://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2020/04/25/news/etiopia_le_nuove_procedure_d_asilo_per_gli_eritrei_minano_l_accesso_e_la_protezione_per_i_bambini_non_accompagnati-254889606/">Un discorso che vale anche per l&#8217;Etiopia</a> e che sta spingendo in molti ad evitare viaggi della speranza. Ma l&#8217;incognita è dietro l&#8217;angolo: viste le attuali condizioni del Paese, non è difficile pensare a una ripresa dei flussi soprattutto verso l&#8217;Italia.</p>
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		<title>&#8220;Lavoratori sfruttati&#8221;: ecco dove finiscono i soldi dell&#8217;Ue in Eritrea</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/lavoratori-sfruttati-ecco-dove-finiscono-i-soldi-dellue-in-eritrea.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jan 2020 11:07:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="960" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/migrante-eritea-La-Presse-e1578654437458.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/migrante-eritea-La-Presse-e1578654437458.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/migrante-eritea-La-Presse-e1578654437458-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/migrante-eritea-La-Presse-e1578654437458-768x384.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/migrante-eritea-La-Presse-e1578654437458-1024x512.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Se si parla di violazioni di diritti umani, reali o presunte, prima di esprimere critiche ai sovranisti l&#8217;Unione europea dovrebbe farsi un bell&#8217;esame di coscienza. Come riporta un&#8217;inchiesta pubblicata dal New York Times, infatti, con l&#8217;obiettivo di frenare i flussi di migranti dall&#8217;Africa verso l&#8217;Europa, l&#8217;Unione europea starebbe spendendo milioni di euro per progetti realizzati da &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/lavoratori-sfruttati-ecco-dove-finiscono-i-soldi-dellue-in-eritrea.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/lavoratori-sfruttati-ecco-dove-finiscono-i-soldi-dellue-in-eritrea.html">&#8220;Lavoratori sfruttati&#8221;: ecco dove finiscono i soldi dell&#8217;Ue in Eritrea</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="960" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/migrante-eritea-La-Presse-e1578654437458.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/migrante-eritea-La-Presse-e1578654437458.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/migrante-eritea-La-Presse-e1578654437458-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/migrante-eritea-La-Presse-e1578654437458-768x384.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/migrante-eritea-La-Presse-e1578654437458-1024x512.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Se si parla di violazioni di diritti umani, reali o presunte, prima di esprimere critiche ai sovranisti l&#8217;Unione europea dovrebbe farsi un bell&#8217;esame di coscienza. Come riporta un&#8217;inchiesta pubblicata dal <a href="http://archive.is/lc9sg#selection-659.0-670.0"><em>New York Times</em></a>, infatti, con l&#8217;obiettivo di frenare i flussi di migranti dall&#8217;Africa verso l&#8217;Europa, l&#8217;Unione europea starebbe spendendo milioni di euro per progetti realizzati da persone costretti a lavorare con la forza.</p>
<p>Secondo la testata americana, <strong>Bruxelles</strong> ha investito circa 22 milioni di euro nel corso del 2019 in Eritrea, nella speranza di contribuire ad arginare la povertà e a migliorare le condizioni di vita nel Paese africano e frenare l&#8217;esodo di persone verso l&#8217;Europa. Il progetto finanziato dall&#8217;Ue riguarda la realizzazione di un collegamento viario. Fin qui, nulla di male: se c&#8217;è una così di cui ha bisogno l&#8217;Africa sono i collegamenti e le strade. Peccato che molti lavoratori siano stati &#8220;arruolati&#8221; con la forza sfruttati e l&#8217;Unione europea non abbia i mezzi per monitorare i lavori.</p>
<h2>&#8220;Sistema schiavista&#8221;</h2>
<p>Nonostante l&#8217;indignazione e le prese di posizione delle organizzazioni per i diritti umani, riporta il <em>New York Times</em>, l&#8217;Unione europea ha deciso di concedere ad Asmara un corposo contributo aggiuntivo, oltre ai 22 milioni di euro già stanziati, di 95 milioni di euro. Eppure, <a href="https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/G17/220/61/PDF/G1722061.pdf?OpenElement">secondo le Nazioni Unite</a>, il sistema con cui vengono arruolati i lavoratori eritrei nel realizzare i progetti finanziati dall&#8217;Ue &#8220;equivale alla schiavitù&#8221;. Le risorse provengono da fondo fiduciario dell&#8217;Unione europea da <a href="https://ec.europa.eu/trustfundforafrica/index_en">4,6 miliardi di euro</a> per l&#8217;Africa, un fondo speciale creato al culmine della crisi dei rifugiati nel <strong>2015</strong> per &#8220;affrontare le cause profonde della migrazione&#8221;. Complessivamente, 200 milioni di euro del fondo sono stati destinati all&#8217;Eritrea. La speranza è che il denaro aiuti a sollevare l&#8217;economia locale, a creare posti di lavoro, a consolidare l&#8217;accordo di pace con l&#8217;Etiopia raggiunto a metà del 2018.</p>
<p>Nonostante il grande consenso che ha accompagnato l&#8217;approvazione di questo grande piano per lo sviluppo del Continente africano, molti analisti cominciano a pensare &#8211; e non da oggi &#8211; che elargire questi contributi possa persino diventare controproducente. Anche perché, scrive il <em>Nyt</em>, il flusso di richiedenti asilo dall&#8217;Eritrea rimane costantemente elevato. Almeno<strong> 5.000 eritrei</strong> hanno cercato asilo in Europa ogni anno negli ultimi dieci anni. A differenza di altri Paesi africani, nell&#8217;80% dei casi, peraltro, gli eritrei sono considerati dei &#8220;rifugiati&#8221; a tutti gli effetti e le loro richieste di asilo vengono accolte.</p>
<h2>Gli aiuti che non servono all&#8217;Africa</h2>
<p>È evidente che questi aiuti concessi senza capo né coda, e senza controlli, finiscono spesso per non aiutare concretamente le popolazioni bisognose. Nel suo complesso, il continente africano riceve ogni anno circa <strong>50 miliardi di dollari</strong> di assistenza internazionale (Unione europea compresa). Tuttavia, invece di migliorare drasticamente le condizioni di vita dei 600 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, queste risorse rendono i ricchi più ricchi, i poveri più poveri e ostacolano la crescita economica nella regione, oltre ad alimentare il circolo vizioso della corruzione. Il denaro non viene distribuito equamente tra la popolazione o utilizzato per promuovere la crescita e aiutare i poveri, ma viene invece impiegato per spese militari. Lo scriveva, già nel 2009, il <a href="https://www.wsj.com/articles/SB123758895999200083"><em>Wall Street Journal</em></a>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/lavoratori-sfruttati-ecco-dove-finiscono-i-soldi-dellue-in-eritrea.html">&#8220;Lavoratori sfruttati&#8221;: ecco dove finiscono i soldi dell&#8217;Ue in Eritrea</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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