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Guerra

REPORTAGE | Sotto le bombe russe

(Shevchenkove) Il sibilo arriva all’improvviso, come sempre. Il primo ad accorgersene è il grosso contadino in giaccone mimetico spuntato dal nulla nel villaggio fantasma devastato dalle bombe. Nessun riparo, nessun bunker, solo la possibilità di buttarsi a terra davanti ad un cancello verde nella speranza che il colpo d’artiglieria piombi un po’ più in là. L’esplosione è fragorosa e vicina, ma non abbastanza per mandarci all’altro mondo. Nicolai, il sergentone di scorta, inforca gli occhiali balistici, si mette l’elmetto e tira fuori il kalashnikov dal fuoristrada. Non facciamo in tempo ad alzarci per capire cosa fare che arriva il secondo colpo. Il sibilo mortale che annuncia la granata russa si ripete per cinque volte e l’unica “difesa” è il cancello verde di ferro. A 20 chilometri da Mykolaiv, la città del sud bombardata ogni giorno, corre la prima linea nascosta fra gli alberi. Shevchenkove è un villaggio a 35 chilometri da Kherson, occupata dai russi, dove le truppe di Mosca hanno issato la bandiera sovietica con la falce e martello, come quella che sventolò nel 1945 sul Reichstag a Berlino.

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REPORTAGE | Caccia ai russi

"Se ho paura di venire catturata di russi? Non mi prenderebbero mai viva", spiega Alexandra tirando fuori un proiettile dalla tasca. La storia dei soldati ucraini che combattono con il tricolore italiano a Svyatogorsk, nel Donbass.

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REPORTAGE | L’inferno del Donbass

Il palazzo è appena stato centrato dai razzi Grad. Gli ultimi piani anneriti dalle fiamme e sventrati dalle esplosioni eruttano il fumo grigio delle colonne che abbiamo visto, alte nel cielo, avvicinandoci a Popasna. Nessun giornalista è mai arrivato “all’inferno, come a Stalingrado, dove non ricordo più il silenzio perché i russi bombardano ogni giorno, di continuo” racconta un sergente di ferro ucraino. A bordo alla macchina blindata in maniera artigianale, ma efficace, del colonnello Roman, entriamo nella piccola Mariupol, che prima dell’invasione contava centomila abitanti. Il paesaggio è spettrale: le abitazioni sono tutte intaccate dalla furia delle bombe e dei combattimenti. Nessuna anima viva in giro. La strada asfaltata è disseminata di crateri, schegge e resti di razzi. L’unica possibilità per restare vivi è attraversare Popasna a tutta velocità. Una scheggia  buca la ruota posteriore e i due soldati di scorta sbiancano come lenzuoli. Il colonnello ordina di proseguire fino al riparo di un piccolo ponte ferroviario. Le granate continuano a piovere da tute le parti. La casa bassa subito dopo il ponte non ha più il tetto. Quando arriva il sibilo vuole dire che il colpo è maledettamente vicino. Il colonnello urla “granata in arrivo”. L’unico riparo possibile è accucciarsi dietro la portiera blindata. Lo stesso fa il militare che armeggia con la ruota, velocissimo come se fosse un cambio gomme ai box della Formula uno. La corsa pazza in mezzo alla piccola Mariupol, occupata al 40% dai russi, prosegue fino ad un primo avamposto in mezzo alle macerie. Il soldato di scorta al mio fianco apre la portiera blindata e ordina: “Seguimi e corri senza mai fermarti”. Con il cuore in gola entriamo in una postazione tenuta da alcuni “zombie” che ci guardano come marziani. La sosta dura poco mentre partono raffiche di Grad dai lanciarazzi multipli e tuona il cannone.

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REPORTAGE | Sotto le bombe

(Severodonetsk) Il sibilo neanche lo sentiamo, ma l’esplosione del proiettile d’artiglieria è fragorosa, terrificante e alza subito una nuvola di polvere e fumo che invade il corridoio. Il colpo diretto ha centrato una parte del bunker. Le urla di dolore dei feriti e le richieste di aiuto di chi è mezzo sepolto dalla macerie rende la scena shoccante. Da un’ora siamo sotto pesante bombardamento russo in una base della polizia militare a Severodonetsk sul fronte del Donbass. In uno spazio angusto invaso dal fumo e dai calcinacci accucciati con i soldati assieme a Francesco Semprini della Stampa e il fotoreporter Alfredo Bosco. I militari ucraini sono ben addestrati, anche se qualcuno ha il volto stravolto dalla paura. Nessuno però, però, si fa prendere dal panico. Nel caos del bombardamento gli ufficiali danno gli ordini: “Prima i feriti e portate in salvo i giornalisti”. Un soldato urla “davai, davai” via, via in russo intimando di seguirlo lungo i camminamenti dei bunker sotto la base presa di mira. Al primo angolo sente il simbolo della morte della prossima granata e ordina: “A terra”. Anche lui stringe i denti sotto l’elmetto quando il colpo esplode sopra le nostre teste, ma non sfonda il muro di cemento armato. Di nuovo di corsa verso l’ala del bunker una cinquantina di metri più in là rispetto la zona bersaglio martellata dai russi. Per arrivarci bisogna infilarsi in una strettoia e subito dopo appaiono gli altri soldati del reparto ucraino. Alcuni pronti al fuoco per respingere un eventuale attacco di carri armati e fanteria. Altri seduti a terra in attesa del prossimo colpo. Chi sente il sibilo urla “riparatevi” e tutti si raggomitolano pregando che la granata non sfondi le protezioni. Alla fine saranno 40 quelle piombate sulla base. “È la prima volta che ci attaccano così pesantemente. Forse hanno tracciato il Gps dei cellulari cominciando a tirare per fare fuori voi e noi. Oppure è l’inizio dell’offensiva sul Donbass” rumoreggiano i soldati. Però si preoccupano di metterci più al riparo possibile a discapito della loro incolumità. Gli ufficiali tornano ad urlare a tutti di spegnere i cellulari o disattivare la geolocalizzazione, che i russi intercettato per indirizzare l’artiglieria.

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