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	<title>Birmania Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Sat, 27 Jun 2026 11:25:30 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Birmania Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Xi Jinping concede la sua benevolenza alla giunta birmana. Ma in cambio&#8230;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/xi-jinping-concede-la-sua-benevolenza-alla-giunta-birmana-ma-in-cambio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 11:25:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cina" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Pechino non vuole il crollo del Myanmar. La Cina vuole ordine ma non necessariamente riconciliazione nazionale.  </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cina" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/cina-1-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La visita di <strong>Min Aung Hlaing </strong>a Pechino non è un normale passaggio diplomatico. È il segnale che <strong>la Cina ha deciso di investire apertamente sulla continuità del potere militare birmano,</strong> non perché consideri stabile il Myanmar, ma perché proprio la sua fragilità lo rende più dipendente e quindi più permeabile all’influenza cinese. <strong>Xi Jinping </strong>ha offerto al capo militare diventato presidente ciò che gli mancava di più: una legittimazione politica di alto livello. Dopo il colpo di Stato del 2021, la guerra civile, le elezioni contestate e la trasformazione formale della giunta in potere presidenziale, <strong>Min Aung Hlaing aveva bisogno di mostrare di non essere isolato. </strong>Pechino gli ha concesso questa immagine. Ma nulla, nella politica delle grandi potenze, è gratuito.</p>



<p>La Cina non guarda al Myanmar come a un alleato ideologico. Lo guarda come a <strong>un corridoio, a una miniera, a una frontiera e a un accesso marittimo.</strong> I diciotto accordi firmati durante la visita parlano di trasporti transfrontalieri, libero scambio, sanità, assistenza in caso di calamità e cooperazione nell’informazione. Dietro il linguaggio ordinato dei comunicati si vede però una realtà più concreta: <strong>Pechino vuole proteggere le proprie infrastrutture,</strong> consolidare le vie commerciali verso l’Oceano Indiano e mettere al sicuro risorse minerarie indispensabili alla sua industria.</p>



<p>Lo Stato di Kachin, dove infuriano i combattimenti, possiede una delle principali aree mondiali di terre rare pesanti. Lo Stato Shan collega invece il Myanmar alla Cina attraverso rotte commerciali decisive. La presenza dei primi ministri di queste due regioni nella delegazione birmana indica che <strong>la discussione riguardava miniere, energia, confini, strade e controllo del territorio. </strong>Anche la possibile riapertura del dossier della diga di Myitsone, progetto cinese da 3,6 miliardi di dollari sospeso nel 2011, conferma questa logica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;accesso cinese all&#8217;Oceano Indiano</h2>



<p><strong>La posta in gioco più grande resta il corridoio economico che collega lo Yunnan al Golfo del Bengala. </strong>Oleodotti, gasdotti, strade, ferrovie e porti in acque profonde rispondono alla stessa esigenza: ridurre la dipendenza cinese dalle rotte marittime più vulnerabili e costruire un accesso terrestre all’Oceano Indiano. Il Myanmar vale quindi molto più del suo peso economico. È povero, instabile, lacerato dalla guerra, ma la sua posizione lo trasforma in una pedina essenziale della strategia cinese.</p>



<p>Dal punto di vista militare, Pechino non vuole il crollo del Myanmar. Un collasso produrrebbe profughi, traffici illegali, gruppi armati fuori controllo e insicurezza alle frontiere. <strong>La Cina vuole ordine, non necessariamente riconciliazione nazionale. </strong>Per questo l’esercito birmano resta un interlocutore utile, anche se non domina più pienamente il Paese. Pechino lo sostiene quando serve, ma conserva canali con realtà locali e gruppi di frontiera quando possono garantire sicurezza agli interessi cinesi. L’arretramento occidentale ha ampliato questo spazio. Sanzioni e condanne hanno indebolito la giunta, ma non l’hanno rovesciata. <strong>La Cina, invece, è rimasta sul terreno:</strong> ha trattato, investito, mediato e premuto. Oggi per il potere birmano Pechino è indispensabile.</p>



<p>Per Min Aung Hlaing la visita è una vittoria d’immagine. Per la Cina è una vittoria strategica. <strong>Pechino non ha scelto un partner forte, ma un partner debole e necessario. </strong>La giunta ottiene ossigeno politico; la Cina ottiene spazio, risorse, accessi e influenza. Il Myanmar resta invece prigioniero di una doppia tragedia: la guerra interna e la trasformazione del Paese in terreno di manovra delle grandi potenze.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;ex inviato Rai diventato soldato di ventura</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/dallafghanistan-dei-mujaheddin-al-myanmar-in-rivolta-parla-lex-inviato-rai-diventato-soldato-di-ventura-e-oggi-operatore-umanitario.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Polese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Mar 2021 07:02:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1479" height="987" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Karen-State-Birmania-2019-Nerozzi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Karen-State-Birmania-2019-Nerozzi.jpg 1479w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Karen-State-Birmania-2019-Nerozzi-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Karen-State-Birmania-2019-Nerozzi-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Karen-State-Birmania-2019-Nerozzi-768x513.jpg 768w" sizes="(max-width: 1479px) 100vw, 1479px" /></p>
<p>La guerra prima l’ha raccontata, poi l’ha fatta e adesso ci vive ancora in mezzo, alla guida di una piccola ma battagliera organizzazione umanitaria che dal 2001 porta aiuti all’etnia Karen, popolazione perseguitata dal governo centrale nella Birmania Orientale. È qui, nella foresta di questo popolo in lotta, che ho conosciuto il veronese Franco Nerozzi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/dallafghanistan-dei-mujaheddin-al-myanmar-in-rivolta-parla-lex-inviato-rai-diventato-soldato-di-ventura-e-oggi-operatore-umanitario.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/dallafghanistan-dei-mujaheddin-al-myanmar-in-rivolta-parla-lex-inviato-rai-diventato-soldato-di-ventura-e-oggi-operatore-umanitario.html">L&#8217;ex inviato Rai diventato soldato di ventura</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1479" height="987" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Karen-State-Birmania-2019-Nerozzi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Karen-State-Birmania-2019-Nerozzi.jpg 1479w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Karen-State-Birmania-2019-Nerozzi-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Karen-State-Birmania-2019-Nerozzi-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/03/Karen-State-Birmania-2019-Nerozzi-768x513.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1479px) 100vw, 1479px" /></p><p>La guerra prima l’ha raccontata, poi l’ha fatta e adesso ci vive ancora in mezzo, alla guida di una piccola ma battagliera organizzazione umanitaria che dal 2001 porta aiuti all’etnia Karen, popolazione perseguitata dal governo centrale nella <strong>Birmania</strong> Orientale. È qui, nella foresta di questo popolo in lotta, che ho conosciuto il veronese <strong>Franco Nerozzi </strong>ormai un decennio fa.</p>
<p>Nel 1984, appena ventiduenne, parte per l’Afghanistan invaso dall’Armata Rossa con una macchina fotografica e il desiderio di imitare i reporter dell’Agenzia Albatross di Trieste, Micalessin, Biloslavo e Grilz, giovani coraggiosi che in quegli anni si stanno facendo brillantemente strada nel mondo del <strong>giornalismo al fronte</strong>.</p>
<p>Dopo anni di gavetta da freelance durante i quali visita diverse prime linee, per una fortunata occasione finisce nella redazione di Tg Sette, lo storico settimanale della Rai. A dirigerlo c’è Sergio Zavoli, che ritiene che per certi reportage sul fronte non si possa più mandare la classica, numerosa troupe: c’è bisogno di una figura diversa, un “tuttofare” che sia in grado di riprendere con una telecamera, scrivere un pezzo e una volta rientrato in sede sappia montare un servizio con l’aiuto di un tecnico. “Era una formula giusta”, dice Nerozzi sorridendo, “anzi a dire il vero l’unica che i freelance come me conoscevano”.</p>
<p>Tra un viaggio nella Somalia della guerra civile e un’inchiesta nella Turchia dei “Lupi Grigi”, tra un servizio dalla Kabul in cui si danno battaglia le fazioni dei mujaheddin e l’Istria in cui si nascondono gli ultimi infoibatori, un giorno il reporter viene spedito a Parigi per intervistare <strong>Bob Denard, il più famoso mercenario del mondo</strong>. Scatta il colpo di fulmine.</p>
<p>“In realtà più che colpo di fulmine fu una insistente avance da parte mia al Colonnello. L’intervista non mi interessava più. Quello che volevo era partire per una guerra con gli <strong><em>affreux</em></strong>, i terribili come venivano chiamati i soldati di ventura. Denard mi diede appuntamento all’anno successivo, probabilmente per mettere alla prova la sincerità del mio desiderio di avventura”.</p>
<p>Quel pomeriggio la vita di Nerozzi prende una piega decisamente inusuale. Lascia la telecamera, le redazioni, la possibilità di una carriera nella tv di Stato. Per qualche anno combatte in Asia e in Africa e lavora con Denard su operazioni riservate. Vicende che racchiude in un appassionante libro edito recentemente da Altaforte, dal titolo <em>Nascosti tra le foglie</em>.</p>
<p>Nel 2002 viene arrestato su mandato della Procura della Repubblica di Verona. Per il magistrato, Guido Papalia, Nerozzi sta preparando uno sbarco di mercenari alle Isole Comore, nell’Oceano Indiano, il luogo in cui il numero uno dei mercenari negli anni ha già firmato diversi colpi di Stato. Patteggia una pena di 22 mesi, “per non costringere il Colonnello a partecipare ad un processo che in Francia non verrebbe nemmeno istruito, tanta è la dimestichezza che Parigi ha con i soldati di ventura e il rovesciamento dei governi nelle Repubbliche delle banane”.</p>
<p><strong>Alla fine, dopo tante avventure, la decisione di fondare la Comunità Solidarista Popoli. Cos’è stata? Una conversione?</strong></p>
<p>Non direi proprio. Credo ci sia una certa continuità tra le tre esperienze. Raccontare una guerra dando voce a chi rischia di essere dimenticato, combatterla per cercare di alleviare qualche sofferenza e infilarcisi con zaini pieni di farmaci e di strumenti chirurgici sono azioni che si basano sull’interesse per il prossimo.</p>
<p><strong>Dunque i mercenari sono dei missionari?</strong></p>
<p>Dipende dai mercenari. Come in ogni esperienza umana è il soggetto, o il gruppo, a fare la differenza. Nel caso del mio primo coinvolgimento in una guerra io partecipai per solidarietà con una popolazione che subiva violenze e repressione. E fu proprio il gruppo di Denard, che già aveva aiutato quella gente, ad introdurmi in quel conflitto. Si trattava della guerra tra esercito birmano e Karen, e nessuno di noi venne mai pagato per combattere in quella giungla.</p>
<p><strong>I Karen, una popolazione di circa 7 milioni di persone che da 72 anni cerca di ottenere autonomia. In questi giorni si sente spesso parlare di loro. Le vicende del colpo di Stato in Myanmar hanno riportato l’attenzione su quel Paese che un tempo si chiamava Birmania. Come stanno vivendo queste ore di rivolta?</strong></p>
<p>Da venti anni la Onlus Popoli lavora a stretto contatto con la Karen National Union <em>(organo di rappresentanza politica dell’etnia Karen, ndr)</em> e con la sua ala militare. Eravamo nelle regioni orientali del Myanmar già durante la rivolta dei monaci avvenuta nel 2007 e anche allora c’era grande aspettativa da parte di questa popolazione, che sperava in una caduta del regime militare. Le cose andarono diversamente e i gruppi armati delle minoranze etniche non riuscirono in quella occasione a coordinarsi per lanciare una offensiva che potesse dare man forte ai monaci buddhisti scesi nelle strade di Yangon. Forse questa volta vedremo uno sviluppo diverso.</p>
<p><strong>Cosa significa? C&#8217;è la possibilità che i Karen parteciperanno anche militarmente alla rivolta contro i generali?</strong></p>
<p>Come sai, avendo frequentato assiduamente la regione dei Karen e avendo conosciuto molti dei loro leader, non c’è finora stata una grande unità di strategia. La componente politica è stata negli ultimi 6 anni molto moderata, al punto da essere accusata da diversi comandanti della guerriglia di tradire le istanze della lotta Karen e di essersi venduta ai generali di Yangon. Tutto dipenderà da chi prevarrà in questa diversa visione della conduzione della lotta. Posso garantire che ci sono dei comandanti Karen che preparano da almeno 10 anni la logistica necessaria ad una guerra su larga scala contro il governo centrale.</p>
<p><strong>Ma in questi ultimi anni a Yangon c’era pure Aung San Suu Kyi, che molti descrivono come una strenua oppositrice dei generali ed una politica attenta alle esigenze delle minoranze etniche…</strong></p>
<p>Si è vero, e anche George Soros viene descritto come un filantropo attento ai diritti fondamentali dei cittadini oppressi dei Paesi “autoritari”,</p>
<p><strong>Dunque Aung San Suu Kyi non è un interlocutore per i Karen?</strong></p>
<p>Premesso che da un punto di vista personale ritengo che democrazia e giustizia non siano sinonimi, intendo dire che la figura di Aung San Suu Kyi presenta due criticità non secondarie. La prima riguarda la sua appartenenza etnica: è una Bamar e tale è considerata dagli appartenenti agli altri gruppi etnici, soprattutto alla luce dell’esperienza vissuta dalle minoranze quando la Lady ricopriva il ruolo di Consigliere di Stato. Sono stati anni di guerra e di continue prevaricazioni da parte del Tatmadaw, l’esercito birmano, di cui la Suu Kyi si è dichiarata più volte orgogliosa. Il secondo problema è rappresentato dall’oggettivo scarso peso che la signora ha avuto sulle scelte del governo, saldamente nelle mani della vecchia nomenclatura. In altri termini, un po’ per mancanza di volontà, un po’ per mancanza di potere, Aung San Suu Kyi non ha migliorato la vita delle minoranze etniche.</p>
<p><strong>E allora, come mai vediamo tutti quei cartelli che inneggiano a lei nelle manifestazioni in cui la presenza della componente etnica è massiccia?</strong></p>
<p>Si è mossa una poderosa macchina della propaganda, come in ogni rivoluzione arancione a cui abbiamo assistito in questi anni. L’Occidente e qualche fondazione filantropica cercano di manovrare la protesta, inserendo slogan e riferimenti che poco hanno a che fare con le reali istanze delle minoranze. In questo modo ottengono l’adesione delle fasce più giovani della popolazione, che rischiano però di farsi massacrare dai militari e di farsi strumentalizzare anche da provocatori inviati dal regime. Nel caso dei Karen, i gruppi armati hanno partecipato alle manifestazioni periferiche allo scopo di scoraggiare l’uso della violenza, ma anche nel caso di un cambiamento di governo sono certo che buona parte della guerriglia non deporrà le armi. Giustamente, aggiungo, visto che i paladini della democrazia sono interlocutori di oligarchie e di gruppi finanziari che hanno come unico interesse lo sfruttamento delle risorse del loro territorio.</p>
<p><strong>Insomma, i Karen combatteranno?</strong></p>
<p>I Karen non hanno mai smesso di combattere. Ogni giorno ci sono stati scontri con il Tatmadaw in diverse parti della regione. L’attività dell’esercito birmano volta a colpire i civili Karen per farli fuggire dalle zone in cui devono costruire strade e strutture militari è proseguita nonostante un formale cessate il fuoco firmato nel 2015. Proprio ieri ho avuto la notizia di un bombardamento di mortai contro dei profughi che avevano lasciato il loro villaggio una settimana fa a seguito di un attacco. Donne e bambini nascosti nella giungla che ancora vengono bersagliati. La guerriglia risponde con imboscate e contrattacchi. Ma per la guerra vera, quella che dovrebbe costringere ad un serio negoziato il governo di Yangon, serve che i reparti Karen abbiano accumulato e nascosto viveri, medicinali e munizioni in quantità tale da poter rimanere almeno un anno in territorio birmano senza dover sconfinare in Thailandia in cerca di rifornimenti.</p>
<p><strong>Negli anni ho visto solo medicinali e dottori. Ma Popoli è stata sospettata di attività di carattere bellico…</strong></p>
<p>Come dicevo prima, lavoriamo da venti anni a stretto contatto con il movimento di liberazione nazionale Karen. La mancanza di ipocrisia viene utilizzata per attacchi gratuiti, di cui peraltro ci interessa poco. Recentemente, per descrivere in maniera negativa la nostra attività umanitaria, degli ambienti vicini ai centri sociali stigmatizzavano il fatto che i nostri volontari “entrano clandestinamente in un territorio violando le disposizione dell’autorità centrale”. Faccio notare che l’autorità centrale di cui naturalmente ignoriamo le disposizioni per portare farmaci ai Karen è il Governo del Myanmar. Credo che la cosa si commenti da sola e la dica lunga sulla paranoia e il continuo cortocircuito ideologico che tormentano certi ambienti.</p>
<p><strong>Alcuni però continuano a chiedersi perchè girate con guerriglieri armati…</strong></p>
<p>Si, giriamo con guerriglieri armati, che Dio li benedica. Grazie alla loro presenza i Karen hanno ancora una fetta di territorio in cui possono vivere senza il giogo birmano. Grazie a loro abbiamo potuto costruire 7 cliniche, 5 scuole e 4 villaggi che servono migliaia di famiglie che in questo modo non devono fuggire in un campo profughi. La libertà passa anche dalla canna di un fucile d’assalto.</p>
<p><strong>Nel libro <em>Nascosti tra le foglie</em> moltissime pagine vengono dedicate alla vicenda dei Karen, descrivendo la guerra di questo popolo e la sua instancabile resistenza. Perché occupano un posto speciale nel tuo cuore?</strong></p>
<p>Perché fin dal primo giorno in cui li incontrai mi hanno colpito per un’indole pacifica che però non impediva loro di essere tenaci e a volte spietati guerrieri. Inoltre, la loro intransigente e totale lotta contro la produzione ed il traffico di droga, fa si che li consideri i migliori amici dei nostri figli, spesso vittime delle criminali logiche legate al commercio degli stupefacenti. Infine, perché lottano per quanto di più prezioso un popolo può avere: la propria identità, la propria specificità culturale, la propria Tradizione. Elementi che nella nostra epoca governata da malati di mente apolidi vengono messi alla berlina, ma che io non ho intenzione di rinnegare finché sarò in grado di lottare per essi. Il motto di Bob Denard, che portavamo sui nostri berretti, era “Orbs patria nostra”, il mondo è la nostra patria. Un concetto opposto al globalismo e che potremmo tradurre più o meno con la celebre massima “la mia Patria è là dove si combatte per la mia idea”.</p>
<p><strong>Ultima domanda. Qualche pentimento in tutti questi anni vissuti in trincea?</strong></p>
<p>Se ci si guarda indietro si può sempre trovare qualche frammento di vita che ci appare stonato rispetto all&#8217;armonia che tutti noi vorremmo aver realizzato. Non mi sono macchiato di crimini, ho cercato di agire nel modo più corretto possibile. E ho provato ad aiutare qualche essere umano. Mi pento del fatto di non esserci sempre riuscito nel migliore dei modi.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Cosa sta succedendo davvero in Myanmar</title>
		<link>https://it.insideover.com/politics/cosa-sta-succedendo-davvero-in-myanmar-2.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Carnieletto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Feb 2021 09:19:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politics]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Proteste in Myanmar (Getty)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Dopo 49 anni di regime militare, l’esperienza democratica in Myanmar, meglio conosciuta come Birmania, ha subito una forte scossa il 1 febbraio con un golpe di Stato delle forze armate, il temuto &#8220;Tatmadaw&#8220;. Il capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, ha assunto pieni poteri arrestando tutti i leader politici più importanti, incluso &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politics/cosa-sta-succedendo-davvero-in-myanmar-2.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politics/cosa-sta-succedendo-davvero-in-myanmar-2.html">Cosa sta succedendo davvero in Myanmar</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Proteste in Myanmar (Getty)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Dopo 49 anni di regime militare, l’esperienza democratica in Myanmar, meglio conosciuta come <strong>Birmania</strong>, ha subito una forte scossa il 1 febbraio con un golpe di Stato delle forze armate, il temuto &#8220;<em>Tatmadaw</em>&#8220;. Il capo delle forze armate, il generale <strong>Min Aung Hlaing</strong>, ha assunto pieni poteri arrestando tutti i leader politici più importanti, incluso il consigliere di Stato <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-aung-san-suu-kyi.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Aung San Suu Kyi</strong></a> ed il suo alleato, l’attuale presidente <strong>Win Myint</strong>, insieme ad altri leader democratici. I birmani, che si stanno ancora curando le ferite procurate da mezzo secolo di dittatura militare, non si sono lasciati intimidire ed hanno protestato nella loro capitale, Nay pyi taw e ex-capitale Yangon. La mossa dei militari, e del quasi pensionato generale Hlaing, sembra azzardata per un uomo considerato mediocre che cerca disperatamente di vestire i panni di politico alla fine della sua carriera militare. Ma il tempismo dell’attacco fa domandare agli analisti se dietro le quinte non ci siano i disegni taciti della <strong>Cina</strong>, unico sponsor del regime militare per quasi 49 anni. Tra i diversi timori c’è quello che il gen. Hlaing abbia fatto un patto con il drago cinese per tenersi il lavoro di una vita mettendo fine alla democrazia, dopo che i partiti appoggiati dalle forze armate avevano perso le ultime elezioni democratiche. Elezioni che avevano consegnato il paese al partito di Su Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia (Nld). Dunque la Cina, preoccupata dal nuovo inquilino della Casa Bianca, <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-joe-biden.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Joe Biden</strong></a>, ed il rafforzamento del Quad, ha deciso che era saggio non rischiare che il Myanmar gli voltasse le spalle per inseguire l’alleanza Usa-India.</p>
<h2>La posizione strategica del Myanmar</h2>
<p>Il Myanmar, Paese di 54 milioni di abitanti, ha una posizione strategica poiché è situato tra il Sud e Sud Est Asiatico. È infatti l’unico paese dell’intero Sud Est Asiatico a possedere una frontiera terrestre con l’India di circa 1500 chilometri e a condividere le frontiere con la Cina, il Bangladesh, il Laos e la Tailandia. La sua costa, inoltre, si apre nel Mare delle Andamane e nella Baia del Bengala. In passato, è stata proprio la sua posizione strategica ad attirare l’interesse sia dell’India che della Cina, che ormai da tempo continuano a combattere una sorta di &#8220;guerra fredda&#8221; nello Stato del Myanmar. Per la Cina, il China Myanmar Economic Corridor (Cmec) collega la provincia cinese dello Yunan con la Baia del Bengala. Questo passaggio riduce la dipendenza di fornitura di petrolio dallo Stretto di Malacca, soddisfacendo il suo fabbisogno energetico interno. Il CMEC è un altro asso nella manica per circondare ulteriormente l’India, un progetto cinese che sta in piedi dalla nascita della Repubblica popolare 70 anni fa. Il Myanmar è anche una fonte importante di legno, gas, giada ed altri materiali pregiati.</p>
<p>Per l’India è estremamente importante rimanere presente in Myanmar. Tanti gruppi terroristici che operano nel Nord Est dell’India cercano rifugio in Myanmar e la collaborazione delle &#8220;<em>Tatmadaw</em>&#8221; risulta essenziale per combatterli. L’operato della Cina nel risolvere i conflitti etnici interni ha sollevato molte critiche tra i militari birmani l’anno scorso. Il supporto della Cina all’<em>Arakan Army</em>, che intacca il progetto indiano del Kaladan, ha creato molto malumore tra i militari che intravedono nella fornitura di armi ed assistenza cinese ai ribelli Wa, un pericolo per la sicurezza del Myanmar e dell’India.</p>
<p>Nonostante l’appoggio alla democrazia e la vicinanza al padre della nazione Aung Sang e alla sua celebre figlia Aung Sang Su Kyi, l’India esita a opporsi al golpe per paura di rovinare i rapporti sviluppati con le forze birmane nell’ultima decade e di provocare il ritorno del Paese sotto la protezione cinese. Uno dei motivi per cui i generali del Myanmar hanno desiderato una democrazia anche se limitata nell’ ultimo decennio fu perché erano stanchi di vivere nell’ombra del dragone cinese e cercavano altri partner internazionali. In questo periodo, l’India si è avvicinata al Myanmar, creando un vero rapporto di fiducia, consolidato ulteriormente con il dono di un sottomarino per il Myanmar in ottobre 2020. Non si è registrato ancora nessun contatto dopo il golpe tra i due Stati. Ma l’India continuerà il suo lavoro di ricostruzione nello stato di Rakhine, dove ha diversi progetti umanitari dedicati ad aiutare la minoranza musulmana Rohingya, che è stata bersaglio di una vera e propria pulizia etnica da parte dei militari.</p>
<p>La Cina ritorna così ad essere il più importante partner per il caro Myanmar. Dopo gli attacchi  contro la minoranza <strong>Rohingya</strong>, che ha creato milioni di rifugiati in Bangladesh, i militari hanno ricevuto pesanti sanzioni dall’Occidente. Il silenzio di Su Kyi, Premio Nobel per la pace, è stato molto criticato e quasi tutti i paesi occidentali hanno tagliato i rapporti e dimezzato gli investimenti nel Paese. Solo la Cina è rimasta fedele, al fianco della maggioranza etnica Bamar, mentre le forze militari uccidevano e mandavano centinaia di migliaia di Rohingya in esilio.</p>
<h2>Cause interne e conseguenze</h2>
<p>Ciò che è certo è che il golpe destabilizza il Sud Est Asiatico e i rapporti di forza tra l’India e la Cina. La Cina ha negato pubblicamente di avere legami con le forze militari birmane e di essere coinvolta nell’golpe. L’India procede con cautela, cercando di convincere l’Occidente a non imporre altre sanzioni al regime militare, sapendo bene che questa è l’ora del “<strong>soft power</strong>” e non delle sanzioni economiche, l’arma tradizionale americana in queste situazioni. Le sanzioni non faranno altro che spingere i militari più vicino a Pekino, il che sarebbe un risultato a dir poco disastroso.</p>
<p>Dopo le elezioni di Novembre 2020, nelle quali i partiti favoriti dalle forze armate hanno subito una pesante sconfitta, gli analisti indiani si aspettavano una reazione dei militari, insoddisfatti del fatto che il loro modello di democrazia stesse fallendo. Tuttavia, la vincita di Biden ed il rinnovamento del Quad, l’alleanza navale tra Usa, India, Giappone e Australia costruita per contrastare la Cina nell’Indo-Pacifico, sono percepiti come una vera minaccia per la Cina che avrebbe potuto alimentare la paranoia dei generali birmani incoraggiandoli ad organizzare il golpe. Nella riunione di emergenza del consiglio di sicurezza dell’Onu, la Cina e la Russia hanno usato i loro veti di membri permanenti per bloccare le sanzioni contro il regime golpista.</p>
<p>Coloro che non vogliono vedere la mano cinese attribuiscono le cause del golpe ad una semplice discordia tra il Generale Hlaing e la Su Kyi. È risaputo che il generale, che fra poco raggiungerà l&#8217;età pensionabile, voleva prendersi il ruolo di presidente, conquistato col voto da alleati leali a Su kyi. A quel punto, la leader, fiutando la vittoria elettorale, si sussurra, abbia snobbato il generale, rifiutando l’incontro per discutere il suo futuro. Tutto ciò avrebbe portato al golpe.</p>
<p>Il gruppo Asean-10, di cui il Myanmar fa parte, ha firmato una dichiarazione che suggerisce per la prima volta una potenziale mediazione, una grande sorpresa per un gruppo che normalmente non interferisce negli affari interni dei suoi membri. Far tornare Su Kyi ai domiciliari nella villa dove è stata imprigionata per 15 anni è una mossa molto azzardata per il generale. La donna ha speso la sua vita combattendo le forze militari e ha vinto sul terreno democratico, con il voto dei cittadini.</p>
<p>Il golpe non solo avrà effetti negativi sull’economia del Myanmar, già distrutta dalla pandemia, ma le sanzioni internazionali e l’esitazione degli investitori internazionali avranno effetti collaterali sui business privati del generale, sulla sua famiglia, amici e colleghi. Il partito di Su Kyi, la <strong>Lega nazionale per la democrazia</strong> (Nld), rappresenta una forza in se, e la sua leader non è facilmente corrompibile, neanche con una pistola puntata alla tempia. Il rischio per il Generale Hlaing è enorme, avendo frantumato la “democrazia controllata” creata con cura in 10 lunghi anni. Questa scelta si potrebbe spiegare solo se Pekino gli avesse offerto una protezione personale, poiché se Su Kyi vincesse, lui perderebbe potere. Se davvero fosse così, mentre nell’ombra si nasconde il drago cinese, una nuova guerra fredda è appena cominciata. Ora si aspettano con ansia le reazioni degli Stati Uniti e dell’India.</p>
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		<title>Cosa sta succedendo davvero in Myanmar</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cosa-sta-succedendo-davvero-in-myanmar.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Carnieletto]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Feb 2021 08:51:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Proteste in Myanmar (Getty)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Proteste-in-Myanmar-Getty-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Dopo 49 anni di regime militare, l’esperienza democratica in Myanmar, meglio conosciuta come Birmania, ha subito una forte scossa il 1 febbraio con un golpe di Stato delle forze armate, il temuto &#8220;Tatmadaw&#8220;. Il capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, ha assunto pieni poteri arrestando tutti i leader politici più importanti, incluso &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/cosa-sta-succedendo-davvero-in-myanmar.html">[...]</a></p>
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<h2>La posizione strategica del Myanmar</h2>
<p>Il Myanmar, Paese di 54 milioni di abitanti, ha una posizione strategica poiché è situato tra il Sud e Sud Est Asiatico. È infatti l’unico paese dell’intero Sud Est Asiatico a possedere una frontiera terrestre con l’India di circa 1500 chilometri e a condividere le frontiere con la Cina, il Bangladesh, il Laos e la Tailandia. La sua costa, inoltre, si apre nel Mare delle Andamane e nella Baia del Bengala. In passato, è stata proprio la sua posizione strategica ad attirare l’interesse sia dell’India che della Cina, che ormai da tempo continuano a combattere una sorta di &#8220;guerra fredda&#8221; nello Stato del Myanmar. Per la Cina, il China Myanmar Economic Corridor (Cmec) collega la provincia cinese dello Yunan con la Baia del Bengala. Questo passaggio riduce la dipendenza di fornitura di petrolio dallo Stretto di Malacca, soddisfacendo il suo fabbisogno energetico interno. Il CMEC è un altro asso nella manica per circondare ulteriormente l’India, un progetto cinese che sta in piedi dalla nascita della Repubblica popolare 70 anni fa. Il Myanmar è anche una fonte importante di legno, gas, giada ed altri materiali pregiati.</p>
<p>Per l’India è estremamente importante rimanere presente in Myanmar. Tanti gruppi terroristici che operano nel Nord Est dell’India cercano rifugio in Myanmar e la collaborazione delle &#8220;<em>Tatmadaw</em>&#8221; risulta essenziale per combatterli. L’operato della Cina nel risolvere i conflitti etnici interni ha sollevato molte critiche tra i militari birmani l’anno scorso. Il supporto della Cina all’<em>Arakan Army</em>, che intacca il progetto indiano del Kaladan, ha creato molto malumore tra i militari che intravedono nella fornitura di armi ed assistenza cinese ai ribelli Wa, un pericolo per la sicurezza del Myanmar e dell’India.</p>
<p>Nonostante l’appoggio alla democrazia e la vicinanza al padre della nazione Aung Sang e alla sua celebre figlia Aung Sang Su Kyi, l’India esita a opporsi al golpe per paura di rovinare i rapporti sviluppati con le forze birmane nell’ultima decade e di provocare il ritorno del Paese sotto la protezione cinese. Uno dei motivi per cui i generali del Myanmar hanno desiderato una democrazia anche se limitata nell’ ultimo decennio fu perché erano stanchi di vivere nell’ombra del dragone cinese e cercavano altri partner internazionali. In questo periodo, l’India si è avvicinata al Myanmar, creando un vero rapporto di fiducia, consolidato ulteriormente con il dono di un sottomarino per il Myanmar in ottobre 2020. Non si è registrato ancora nessun contatto dopo il golpe tra i due Stati. Ma l’India continuerà il suo lavoro di ricostruzione nello stato di Rakhine, dove ha diversi progetti umanitari dedicati ad aiutare la minoranza musulmana Rohingya, che è stata bersaglio di una vera e propria pulizia etnica da parte dei militari.</p>
<p>La Cina ritorna così ad essere il più importante partner per il caro Myanmar. Dopo gli attacchi  contro la minoranza <strong>Rohingya</strong>, che ha creato milioni di rifugiati in Bangladesh, i militari hanno ricevuto pesanti sanzioni dall’Occidente. Il silenzio di Su Kyi, Premio Nobel per la pace, è stato molto criticato e quasi tutti i paesi occidentali hanno tagliato i rapporti e dimezzato gli investimenti nel Paese. Solo la Cina è rimasta fedele, al fianco della maggioranza etnica Bamar, mentre le forze militari uccidevano e mandavano centinaia di migliaia di Rohingya in esilio.</p>
<h2>Cause interne e conseguenze</h2>
<p>Ciò che è certo è che il golpe destabilizza il Sud Est Asiatico e i rapporti di forza tra l’India e la Cina. La Cina ha negato pubblicamente di avere legami con le forze militari birmane e di essere coinvolta nell’golpe. L’India procede con cautela, cercando di convincere l’Occidente a non imporre altre sanzioni al regime militare, sapendo bene che questa è l’ora del “<strong>soft power</strong>” e non delle sanzioni economiche, l’arma tradizionale americana in queste situazioni. Le sanzioni non faranno altro che spingere i militari più vicino a Pechino, il che sarebbe un risultato a dir poco disastroso.</p>
<p>Dopo le elezioni di Novembre 2020, nelle quali i partiti favoriti dalle forze armate hanno subito una pesante sconfitta, gli analisti indiani si aspettavano una reazione dei militari, insoddisfatti del fatto che il loro modello di democrazia stesse fallendo. Tuttavia, la vincita di Biden ed il rinnovamento del Quad, l’alleanza navale tra Usa, India, Giappone e Australia costruita per contrastare la Cina nell’Indo-Pacifico, sono percepiti come una vera minaccia per la Cina che avrebbe potuto alimentare la paranoia dei generali birmani incoraggiandoli ad organizzare il golpe. Nella riunione di emergenza del consiglio di sicurezza dell’Onu, la Cina e la Russia hanno usato i loro veti di membri permanenti per bloccare le sanzioni contro il regime golpista.</p>
<p>Coloro che non vogliono vedere la mano cinese attribuiscono le cause del golpe ad una semplice discordia tra il Generale Hlaing e la Su Kyi. È risaputo che il generale, che fra poco raggiungerà l&#8217;età pensionabile, voleva prendersi il ruolo di presidente, conquistato col voto da alleati leali a Su kyi. A quel punto, la leader, fiutando la vittoria elettorale, si sussurra, abbia snobbato il generale, rifiutando l’incontro per discutere il suo futuro. Tutto ciò avrebbe portato al golpe.</p>
<p>Il gruppo Asean-10, di cui il Myanmar fa parte, ha firmato una dichiarazione che suggerisce per la prima volta una potenziale mediazione, una grande sorpresa per un gruppo che normalmente non interferisce negli affari interni dei suoi membri. Far tornare Su Kyi ai domiciliari nella villa dove è stata imprigionata per 15 anni è una mossa molto azzardata per il generale. La donna ha speso la sua vita combattendo le forze militari e ha vinto sul terreno democratico, con il voto dei cittadini.</p>
<p>Il golpe non solo avrà effetti negativi sull’economia del Myanmar, già distrutta dalla pandemia, ma le sanzioni internazionali e l’esitazione degli investitori internazionali avranno effetti collaterali sui business privati del generale, sulla sua famiglia, amici e colleghi. Il partito di Su Kyi, la <strong>Lega nazionale per la democrazia</strong> (Nld), rappresenta una forza in se, e la sua leader non è facilmente corrompibile, neanche con una pistola puntata alla tempia. Il rischio per il Generale Hlaing è enorme, avendo frantumato la “democrazia controllata” creata con cura in 10 lunghi anni. Questa scelta si potrebbe spiegare solo se Pechino gli avesse offerto una protezione personale, poiché se Su Kyi vincesse, lui perderebbe potere. Se davvero fosse così, mentre nell’ombra si nasconde il drago cinese, una nuova guerra fredda è appena cominciata. Ora si aspettano con ansia le reazioni degli Stati Uniti e dell’India.</p>
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		<title>Il Bangladesh trasferisce i rohingya su un&#8217;isola</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/il-bangladesh-trasferisce-i-rohingya-su-unisola.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Di Piazza]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 09:54:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Rohingya]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1174" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Rohingya-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Rohingya-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Rohingya-300x183.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Rohingya-1024x626.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Rohingya-768x470.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Rohingya-1536x939.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Rohingya-2048x1252.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Avrebbero dovuto trascorre sull&#8217;isola di Bhashan Char solo &#8220;14 giorni di quarantena&#8221;. Sono passati mesi e circa 300 rohingya si trovano ancora sull'&#8221;Isola galleggiante&#8221; emersa solo nel 2006 dall&#8217;accumulo di limo e detriti che il fiume Meghna versa nel Golfo del Bengala. Una superficie di 40 chilometri quadrati, mai abitata e soggetta a cicloni e &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/il-bangladesh-trasferisce-i-rohingya-su-unisola.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/il-bangladesh-trasferisce-i-rohingya-su-unisola.html">Il Bangladesh trasferisce i rohingya su un&#8217;isola</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Privati dei loro diritti e vittime di leggi discriminatorie, i rohingya sono una delle<a href="https://it.insideover.com/societa/le-terribili-torture-ai-rohingya-i-perseguitati-del-myanmar.html"> minoranze più perseguitate al mondo</a>. Da decenni il gruppo etnico musulmano che risiede nello Stato del Rakhine, nel nord ovest della Birmania (Myanmar) a maggioranza buddista, subisce<strong> repressioni e violenze</strong> che nel 2017 sfociarono in <a href="https://it.insideover.com/nazionalismi/rohingya-una-tragedia-senza-fine-nella-morsa-del-covid-e-della-persecuzione.html">una grave crisi umanitaria</a>. Omicidi di massa, stupri di gruppo, distruzione delle abitazioni da parte delle forze di sicurezza birmane portarono l&#8217;Alto Commissariato dell&#8217;Onu per i diritti umani a parlare di &#8220;pulizia etnica&#8221;. Oltre 700mila rohingya fuggirono così nel vicino Bangladesh trovando riparo a <strong>Cox&#8217;s Bazar</strong>, il più grande campo profughi del mondo che oggi ospita circa un milione di persone. Uomini, donne e bambini vivono accampati in tende e baracche con un accesso limitato all&#8217;acqua potabile, ai servizi igienici e alla cure mediche. Condizioni già precarie che peggiorano giorno dopo giorno mentre continua a crescere l&#8217;ostilità del Paese nei confronti dei rohingya.</p>
<p>La solidarietà dimostrata dal <strong>Bangladesh</strong> nella fase iniziale della crisi si sta infatti indebolendo sempre più. Le autorità hanno messo in atto una serie di <strong>restrizioni</strong> che di fatto isolano la minoranza: costretti a restare nei campi circondati da filo spinato e sorvegliati dai militari, i rohingya non possono lavorare, non hanno accesso all&#8217;informazione e ai servizi di comunicazione e ai più piccoli è stata negata l&#8217;istruzione. Abbandonato dalla comunità internazionale, il Paese si è trovato a dover gestire il crescente malcontento della povera popolazione locale che ha sofferto l&#8217;arrivo di migliaia di rifugiati. Negli anni, le autorità del Bangladesh hanno provato più volte a rimpatriare i rohingya, ma i tentativi sono sempre falliti per il rifiuto degli stessi rifugiati di tornare nel Paese che non ha ancora intenzione di concedere loro la cittadinanza. Secondo <em>Amnesty International</em>, &#8220;le condizioni in Birmania, dove continuano a essere commessi crimini contro l&#8217;umanità, non favoriscono ancora il ritorno sicuro, dignitoso e volontario&#8221; dei rifugiati.<span class="Apple-converted-space"> </span>E per Dacca la situazione si sta facendo sempre più insostenibile.</p>
<p>Il governo ha affermato più volte di voler sgomberare la baraccopoli di Cox&#8217;s Bazar e così ora, &#8220;per ridurre l&#8217;affollamento nei campi&#8221;, ha iniziato a spostare migliaia di persone a <strong>Bhashan Char</strong>. Sull&#8217;isola, secondo quanto dichiarato dal vice funzionario del governo responsabile dei rifugiati Mohammed Shamsud Douza all&#8217;agenzia <a href="https://www.reuters.com/article/bangladesh-rohingya/bangladesh-against-objections-set-to-move-rohingya-refugees-to-remote-island-idUSKBN28C2DS"><em>Reuters</em></a>, sono già state costruite abitazioni per ospitare 100mila persone. &#8220;Non forzeremo nessuno a trasferirsi&#8221;, ha spiegato il rappresentate anche se le organizzazioni umanitarie parlano di false promesse, minacce e pagamenti in denaro per convincere i rifugiati a spostarsi sull&#8217;isola dove, dalla scorsa primavera, ci sono già circa 300 rohingya. Il gruppo di uomini, donne e bambini, dopo aver tentato di lasciare il Paese e raggiungere la Malesia in barca, era stato recuperato dalla Marina militare nelle acque del Bangladesh e trasportato sull&#8217;isola &#8220;per la quarantena di 14 giorni&#8221;. Ancora oggi vivono lì. &#8220;Chiedo al governo di portarci dalla nostra famiglia nel campo profughi di Cox&#8217;s Bazar&#8221;, ha spiegato ad <a href="https://www.amnesty.org/download/Documents/ASA1328842020ENGLISH.PDF"><em>Amnesty International</em></a> una giovane 27enne che aveva intrapreso il viaggio con i sue tre figli piccoli per raggiungere il marito in Malesia. &#8220;Tutto questo è peggio di una <strong>prigione</strong>&#8220;. Privati della loro libertà di movimento, i rifugiati sull&#8217;isola non hanno un accesso adeguato alle cure mediche e sono spesso molestati sessualmente, minacciati e picchiati. Per denunciare le violenze subite, molti hanno fatto ricorso allo sciopero della fame, ma Dacca tira dritto e procede con i trasferimenti.</p>
<p>Nonostante gli appelli di diverse associazioni per i diritti umani, il governo ha iniziato in questi giorni a ricollocare sull&#8217;isola migliaia di rifugiati. L&#8217;Onu ha spiegato di aver ricevuto &#8220;informazioni limitate&#8221; sui trasferimenti e ha chiesto alle autorità locali di poter fare delle &#8220;valutazioni tecniche sulla sicurezza del posto prima di qualsiasi spostamento&#8221;. &#8220;Le autorità dovrebbero interrompere immediatamente la ricollocazione di altri rifugiati, restituire quelli sull&#8217;isola alle loro famiglie e comunità nel Bangladesh continentale e seguire il giusto processo che includa la piena e significativa partecipazione dei rifugiati a qualsiasi piano per il loro trasferimento&#8221;, <a href="https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/12/bangladesh-halt-relocation-of-rohingya-refugees-to-remote-island/">ha dichiarato Saad Hammadi</a>, attivista di <em>Amnesty International</em> per l&#8217;Asia meridionale. Secondo quanto riferito da <em>Human Rights Watch</em>, le autorità avrebbero preparato un elenco di 4mila rohingya da trasferire sull&#8217;isola a loro insaputa. <span class="goog-text-highlight">&#8220;Non ho idea di come sia apparso il mio nome lì, ma non l&#8217;ho mai messo volontariamente su quella lista&#8221;, <a href="https://www.hrw.org/news/2020/12/03/bangladesh-halt-rohingya-relocations-remote-island">ha raccontato un rifugiato all&#8217;Ong</a>. &#8220;Ho saputo di essere nell&#8217;elenco solo dopo che l&#8217;autorità del campo mi ha chiamato nel suo ufficio e me lo ha detto. Dopo di che, sono fuggito e ora </span><span class="goog-text-highlight">stanno cercando me e la mia famiglia&#8221;. Da parte sua il governo ha più volte garantito che nessuno sarà forzato a trasferirsi e per convincere i rohingya a </span>spostarsi dai campi profughi ha organizzato alcune visite guidate sull&#8217;isola definita &#8220;pronta e sicura&#8221;. &#8220;Sono abbastanza soddisfatto delle disposizioni lì. Hanno alloggi migliori, moschee e mercati. E il governo ha promesso che non mancheranno gli aiuti&#8221;, ha raccontato Mohammad Hanif, rappresentante di un campo di Cox&#8217;s Bazar, mentre chi ha sollevato dubbi sulle sistemazioni è stato subito zittito.</p>
<p>&#8220;I rohingya a Cox&#8217;s Bazar affrontano molti problemi. I campi sono sovraffollati, ma spostare le persone su un&#8217;isola dove <strong>non hanno protezione</strong> o supporto da agenzie umanitarie internazionali non è la risposta&#8221;, ha dichiarato Ismail Wolff, direttore regionale di Fortify Rights. &#8220;Al momento, l&#8217;isola è un centro di detenzione&#8221;.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/il-bangladesh-trasferisce-i-rohingya-su-unisola.html">Il Bangladesh trasferisce i rohingya su un&#8217;isola</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Rohingya, una tragedia senza fine: nella morsa del Covid e della persecuzione</title>
		<link>https://it.insideover.com/nazionalismi/rohingya-una-tragedia-senza-fine-nella-morsa-del-covid-e-della-persecuzione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Bellocchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2020 15:12:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nazionalismi]]></category>
		<category><![CDATA[aung san suu kyi rohingya]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Rohingya]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9835308.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9835308.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9835308-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9835308-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9835308-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L&#8217;emergenza Covid non ha fermato il dramma del popolo dei Rohingya. Anche se negli ultimi mesi le notizie provenienti dal sud-est asiatico si sono fatte sempre più flebili e impercettibili, la situazione della minoranza musulmana, in fuga dalle persecuzioni in Myanmar, non è migliorata. I campi profughi che accolgono gli sfollati provenienti dalla Birmania sono &#8230; <a href="https://it.insideover.com/nazionalismi/rohingya-una-tragedia-senza-fine-nella-morsa-del-covid-e-della-persecuzione.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9835308.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9835308.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9835308-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9835308-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9835308-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>L&#8217;emergenza Covid non ha fermato il dramma del popolo dei <strong>Rohingya</strong>. Anche se negli ultimi mesi le notizie provenienti dal sud-est asiatico si sono fatte sempre più flebili e impercettibili, la situazione della minoranza musulmana, in fuga dalle persecuzioni in Myanmar, non è migliorata. I campi profughi che accolgono gli sfollati provenienti dalla Birmania sono sempre più sovrappopolati e nelle tendopoli bengalesi si sono registrati anche <a href="https://it.insideover.com/societa/dallafrica-alleuropa-il-covid-assedia-le-tendopoli-del-pianeta.html?fbclid=IwAR1CVz7tQMi0qVBE2Sm_6bAElej5GrcvmowF69Qmtg5v__2XrYjzs1xSLOc">casi di coronvirus</a>. Inoltre le discriminazioni e le violenze contro la minoranza confessionale non cessano tanto che continuano a registrarsi casi di barconi, veri e propri boat-people, che prendono il largo dalle coste del Myanmar verso il Bangladesh ma anche verso la Thailandia e la Malesia.</p>
<p>Per comprendere cosa sta accadendo in queste ore nelle acque del Golfo di Bengala, del Mare della Andamane e dello stretto di Malacca, occorre fare una breve digressione storica e capire chi sono i Rohingya e come mai sono perseguitati ed emarginati nel loro Paese d&#8217;origine, la <strong>Birmania</strong>.</p>
<p><a href="https://it.insideover.com/guerra/la-tragedia-dei-rohingya-silenzi-aung-san-suu-kyi.html">I Rohingya son una delle minoranze più perseguitate al mondo</a>, sono musulmani, vivono principalmente nello stato del Rakhine nel nord ovest della Birmania, paese a maggioranza buddista, e da decenni sono privati dei loro diritti civili e sono vittime di leggi discriminatorie e di un&#8217;oppressione, anche armata, da parte della forze regolari del governo di Naypyidaw. Nel 1982 venne loro tolta la cittadinanza dal regime militare perchè accusati di essere cittadini bengalesi immigrati nel Paese dopo il 1823 ma, anche con il crollo della giunta e il progressivo processo di democratizzazione della nazione asiatica, la situazione della minoranza musulmana non migliorò. Pur essendo oltre un milione i Rohingya non hanno potuto partecipare alle elezioni del 2015, quelle vinte dalla Lega Democratica Nazionale di <strong>Aung San Suu Kyi</strong>, e inoltre sono a loro vietati i servizi basici come l&#8217;istruzione e la sanità pubblica. Questo stato di emarginazione ha portato alla nascita di gruppi guerriglieri, come l&#8217; Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), ma alla lotta degli insorti ha fatto seguito una dura condanna politica da parte del premio Nobel Suu Kyi e una dura repressione da parte dell&#8217;esercito governativo che ha portato alla crisi umanitaria che dal 2017 ad oggi ha provocato l&#8217;esodo di oltre 700&#8217;000 persone e che è stata definita da diversi giornalisti e analisti una vera e propria: <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/scene-pulizia-etnica-myanmar-nobel-san-suu-kyi-AEXlWfIC">&#8221;pulizia etnica&#8221;</a>.</p>
<p>In questi mesi in cui la pandemia provocata dal coronavirus ha occupato i principali spazi mediatici, della situazione dei Rohingya poco si è detto. Ma sebbene i media fossero intenti a coprire la crisi provocata dal Sars-cov2, contemporaneamente però il dramma della minoranza musulmana proseguiva e anzi si aggravava dal momento che le restrizioni imposte per arginare l&#8217;epidemia hanno avuto considerevoli ripercussioni anche sui rifugiati birmani. È notizia delle ultime ore infatti che il primo ministro della Malesia <strong>Muhyiddin Yassin</strong> ha affermato che il Paese del sud-est asiatico <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/06/rohingya-refugees-malaysia-pm-asean-meet-200626100301937.html">non accoglierà più rifugiati Rohingya</a> a causa della difficile situazione economica che sta affrontando la nazione, per la mancanza di risorse e in virtù anche di politiche precauzionali atte a evitare nuovi possibili focolai dell&#8217;infezione. La Malesia è stata in questi anni una meta privilegiata per i profughi Rohingya dal momento che, essendo un paese a maggioranza musulmana, ha sempre garantito protezione e rifugio agli sfollati provenienti dal Myanmar. La chiusura delle frontiere, il respingimento dei barconi e l&#8217;arresto anche di diversi rifugiati ha oggi inasprito le condizioni della minoranza confessionale che si trova quindi prigioniera in un limbo di miseria e violenza: perseguitati in Birmania, reclusi in tendopoli infernali in Bangladesh e respinti dalla Malesia.</p>
<p>Il premier malesiano Muhyiddin ha inoltre invitato le Nazioni Unite ad accelerare le pratiche per il ricollocamento dei rifugiati Rohingya in paesi terzi, dichiarando che: &#8221;Non possiamo accoglierne di più dal momento che le nostre risorse si sono assottigliate a causa dell&#8217;<strong>emergenza Covid</strong>&#8221;. Il governo di Kuala Lumpur ha anche esortato a intervenire perché, a causa dell&#8217;estrema precarietà delle condizioni di vita, sempre più Rohingya sono vittime della tratta di esseri umani e diventano la manovalanza di gruppi armati e organizzazioni criminali. Ma, mentre stati e organizzazioni scaricano il barile invitando paesi terzi ed enti omologhi a farsi carico dei musulmani dello stato del Rakhine, intanto uomini, donne e bambini rimangono in balia delle onde e dei respingimenti. Giovedì 25 giugno, un barcone alla deriva al largo delle coste indonesiane è stato salvato di fortuna da un peschereccio locale, ma sono in molti i Rohingya che non riescono ad affrontare l&#8217;attraversata e muoiono in mare per gli stenti e le sevizie inflitte dai trafficanti. Hassan Saadi Noor, direttore regionale di Save the Children <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/06/journeys-rohingya-children-recall-ordeal-sea-200609020854934.html">ha stilato un rapporto</a> nel quale si legge che alcuni bambini Rohingya, salvati dopo aver trascorso mesi in balia delle onde, hanno raccontato di aver visto i propri genitori essere buttati in mare e di essere stati picchiati in continuazione. E ai microfoni di <em>Al Jazeera</em> <strong>Hassan Saadi Noor</strong> ha raccontato: &#8220;È evidente che le famiglie Rohingya sono ancora così disperate da essere pronte a compiere viaggi pericolosi, spesso in mano a delle organizzazioni criminali. Ma tutto questo avrà fino solo quando vedranno davanti a sé un futuro migliore altrimenti continueranno ad essere disposte a fare questi viaggi pericolosi e a mettere in pericolo la vita&#8221;.</p>
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		<title>Myanmar, il buddismo ultranazionalista se la prende con le minoranze</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/myanmar-buddisti-ultranazionalisti-minoranze.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Dec 2019 06:48:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Buddismo]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="860" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Buddismo-in-Myanmar-La-Presse-e1577725050818.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Buddismo Myanmar" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Buddismo-in-Myanmar-La-Presse-e1577725050818.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Buddismo-in-Myanmar-La-Presse-e1577725050818-300x134.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Buddismo-in-Myanmar-La-Presse-e1577725050818-768x344.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Buddismo-in-Myanmar-La-Presse-e1577725050818-1024x459.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In Birmania, circa il 90% della popolazione dichiara di essere di religione buddista, il credo più praticato nel Paese del sudest asiatico. Lì vivono circa 500mila monaci e 75mila monache, su un totale di 54 milioni di abitanti. E nonostante nel mondo ci si riferisca spesso a questa fede come a una religione di grande &#8230; <a href="https://it.insideover.com/religioni/myanmar-buddisti-ultranazionalisti-minoranze.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="860" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Buddismo-in-Myanmar-La-Presse-e1577725050818.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Buddismo Myanmar" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Buddismo-in-Myanmar-La-Presse-e1577725050818.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Buddismo-in-Myanmar-La-Presse-e1577725050818-300x134.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Buddismo-in-Myanmar-La-Presse-e1577725050818-768x344.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Buddismo-in-Myanmar-La-Presse-e1577725050818-1024x459.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>In Birmania, circa il 90% della popolazione dichiara di essere di <strong>religione buddista</strong>, il credo più praticato nel Paese del sudest asiatico. Lì vivono circa 500mila monaci e 75mila monache, su un totale di 54 milioni di abitanti. E nonostante nel mondo ci si riferisca spesso a questa fede come a una religione di grande tolleranza, nel Myanmar, almeno negli ultimi anni, chi si professa appartenente a questo credo ha spesso dimostrato forme di <strong>rigidezza</strong> e <strong>intransigenza</strong> verso coloro che hanno scelto di affidare la propria fede ad altro. In particolare, negli ultimi anni, si è molto sentito parlare di fenomeni di intolleranza quando la vittima dei buddisti era la minoranza musulmana. Ma non solo.</p>
<h2>Le persecuzioni dei buddisti</h2>
<p>Secondo quanto riportato da <a href="https://www.economist.com/asia/2019/11/14/monks-in-myanmar-have-a-new-target" target="_blank" rel="noopener"><em>The Economist</em></a>, più di recente, un gruppo di<strong> monaci nazionalisti</strong> avrebbe attribuito alla minoranza musulmana le cause del momento di difficoltà vissuto dal buddismo nel Paese. Da lì, l&#8217;idea di scatenare una sorta di guerra contro i cittadini di fede islamica, che sarebbe poi degenerata in una forma di indifferenza di fronte agli episodi di <strong>pulizia etnica</strong> contro i rohingya, minoranza di religione musulmana che per lo più abita l&#8217;estremo occidente della Birmania e che, secondo i buddisti, potrebbe rappresentare un seme pericoloso nel Paese perché potenzialmente capace di diffondere idee jihadiste.</p>
<h2>Le irruzioni nei luoghi di culto</h2>
<p>Ma l&#8217;odio di alcuni monaci buddisti non è diretto soltanto contro i rohingya, ma anche e soprattutto verso le diverse sfumature del buddismo. In base a quanto riportato dal giornale inglese, infatti, tre anni fa Han Tu, un sacerdote &#8220;<strong>nat</strong>&#8221; di 65 anni, stava partecipando alla festa di Taung Pyone, quando un gruppo di monaci buddisti, armati di spranghe di metallo, avevano fatto irruzione durante una cerimonia. Ogni anno, infatti, ad agosto, in questo piccolo centro abitato a 20 chilometri da Mandalay, centinaia di migliaia di pellegrini provenienti da tutta la Birmania si presentano per entrare in comunione con i &#8220;nat&#8221;, spiriti che regalano buona sorte ai fedeli che sanno presentare l&#8217;<strong>offerta giusta</strong>. I &#8220;nat&#8221;, infatti, accettano banane, noci di cocco, alcol e denaro contante, tramite una persona (un sacerdote in carne e ossa) che, sotto un gazebo, accoglie e accetta le elargizioni dei fedeli. In quella circostanza però, i religiosi avevano minacciato di picchiare decine di persone presenti nell&#8217;edificio se non avessero accettato di consegnare loro le offerte. In quel caso, i sacerdoti presenti alla celebrazione avevano assecondato la richiesta, ma i monaci avrebbero comunque distrutto ogni cosa. Dalle decorazioni alle statue. Un segnale chiaro: profanare ciò che (almeno per loro) sacro non è.</p>
<h2>Chi sono i &#8220;nat&#8221; e perché li odiano</h2>
<p>In alcuni gruppi etnici, il <strong>buddismo therevada</strong> viene praticato in concomitanza con il culto nativo degli spiriti &#8220;nat&#8221;, soprattutto per quanto concerne le richieste di una loro intercessione negli affari mondani. Nel Paese, però, i religiosi più nazionalisti non tollerano questo gruppo. Secondo alcune testimonianze, i monaci buddisti avrebbero iniziato ad attaccare i devoti dei &#8220;nat&#8221; circa tre anni fa. Tra <strong>insulti</strong>, qualche pestaggio e diverse profanazioni, il rapporto tra i due rami dello stesso gruppo religioso in Birmania sembra essersi lacerato. Khin Swe Oo, custode del più importante tempio di Taung Pyone, avrebbe raccontato che, durante ognuna delle ultime cinque edizioni della festa dei &#8220;nat&#8221;, la dinamica sarebbe stata sempre la stessa: distruzione, urla e minacce. Khin Swee Oo avrebbe anche chiarito che soltanto dieci anni fa questi episodi sarebbero stati molto più rari.</p>
<h2>I responsabili delle azioni contro i &#8220;nat&#8221;</h2>
<p>Individuare l&#8217;identità dei responsabili degli attacchi denunciati dai <em>natkadaw</em> non è semplice, anche perché nessuna organizzazione avrebbe rivendicato questo tipo di azioni. <strong>Zawana Nyarna</strong>, a capo di un monastero di Taung Pyone, avrebbe assicurato l&#8217;innocenza dei suoi monaci e di quelli di altri sei monasteri del villaggio. Inoltre, è parere di tanti <em>natkadaw</em> credere che molti dei responsabili degli attacchi, in realtà, siano <strong>falsi monaci</strong>, novizi piuttosto ignoranti o criminali comuni che indossano la celebre tunica rossa soltanto per rubare più facilmente le offerte dedicate ai &#8220;nat&#8221;. Ma in molti hanno rilevato la possibilità che a dare questa interpretazione dei fatti sia soltanto un tentativo di non attaccare in modo diretto stimate autorità monastiche. Tuttavia Khin Swee Oo ritiene che i responsabili delle aggressioni siano istigati da importanti monaci, i quali si scagliano regolarmente contro gli esponenti di questo culto durante i loro sermoni. E, in ogni caso, episodi come questi fanno emergere una spaccatura sociale che esiste. Da tempo.</p>
<h2>Il disprezzo per i &#8220;nat&#8221;</h2>
<p>Le radici storiche e religiose del culto dei &#8220;nat&#8221; arrivano da lontano. <strong>Anawrahta</strong>, il più celebrato re della Birmania medievale, aveva stilato una lista ufficiale di 37 &#8220;nat&#8221; da inserire nel pantheon buddista, riconoscendone quindi la grandezza ed elevando la loro persona a oggetto di culto. Ancora oggi, infatti, in ciascun villaggio del Paese esistono almeno un paio di templi dedicati ai &#8220;nat&#8221; locali. Ma come è noto numerosi abitanti del Myanmar disprezzano questo tipo di venerazione. <strong>Keziah Wallis</strong>, dell&#8217;università di Wellington, in Nuova Zelanda, ha provato a dare un&#8217;interpretazione e una spiegazione logica a questo tipo di vilipendo. Ne è emerso un profilo interessante della società birmana, perché la ricercatrice ritiene che la frattura con questo gruppo sia emersa nel XIX° secolo, quando si è affermata un&#8217;interpretazione del buddismo come filosofia estremamente razionale, scevra da forzature religiose, riti e <strong>superstizione</strong>. Da lì, il rifiuto delle cerimonie di trance (caratterizzate da musica ipnotica), per esempio, che contrastavano con una diversa concezione del buddismo. Così, in diversi, avrebbero iniziato a percepire la venerazione dei &#8220;nat&#8221; come una forma di corruzione della fede, tollerata in passato soltanto in quanto espressione della tradizione storica. Oggi, verso chi venera i &#8220;nat&#8221; non esiste alcun tipo di comprensione. Anzi, nell&#8217;ultimo decennio, l&#8217;ostilità nei confronti degli spiriti si sarebbe progressivamente rafforzata anche a causa dell&#8217;apertura della Birmania al mondo esterno. Gli abitanti delle città, infatti, si vergognerebbero di ciò che ritengono essere &#8220;un cugino imbarazzante, sporco e folle del buddismo&#8221;.</p>
<h2>Tutti i tentativi di &#8220;pulizia&#8221; nell&#8217;area</h2>
<p>Ma i tentativi di ripulire ciò che, secondo il punto di vista dei buddisti birmani, puro non è, riguarda appunto anche l&#8217;islam, ritenuta spesso più una superstizione rurale che un rispettabile credo religioso. Accade in Birmania, ma anche in Indonesia, Malesia, Sri Lanka e Thailandia, dove alcuni gruppi vorrebbero &#8220;liberare&#8221; il buddismo dalle tradizioni ritenute troppo popolari. Il principale obiettivo di <strong>Ma Ba Tha</strong>, un&#8217;organizzazione ultranazionalista buddista radicale, messa fuori legge due anni fa, era quello di sensibilizzare la popolazione birmana sulla minaccia rappresentata proprio dalla religione islamica. Uno dei suoi principali esponenti, un monaco di nome <strong>Wisetkhana</strong>, non crede che i devoti dei &#8220;nat&#8221; possano rappresentare un rischio per il buddismo paragonabile a quello derivato dall&#8217;islam e, infatti, non sembra giustificare le violenze contro questo gruppo. Anche se in un libro dal titolo &#8220;Proteggere la razza e la religione&#8221; avrebbe definito i &#8220;nat&#8221; come la rappresentazione del <strong>male</strong>.</p>
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		<title>Tutte le contraddizioni di Aung San Suu Kyi</title>
		<link>https://it.insideover.com/nazionalismi/tutte-le-contraddizioni-di-aung-san-suu-kyi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Dec 2019 19:27:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nazionalismi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="974" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Aung-Saan-Suu-Kyi-La-Presse-e1576438020980.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Aung-Saan-Suu-Kyi-La-Presse-e1576438020980.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Aung-Saan-Suu-Kyi-La-Presse-e1576438020980-300x152.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Aung-Saan-Suu-Kyi-La-Presse-e1576438020980-768x390.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Aung-Saan-Suu-Kyi-La-Presse-e1576438020980-1024x520.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Passano gli anni e Aung San Suu Kyi sembra essere ormai un pallido riflesso di quell&#8217;eroina non violenta che ha combattuto la dittatura birmana con uno spirito di gandhiana memoria. Mercoledì scorso, davanti alla Corte internazionale di giustizia, la leader del Myanmar ha difeso le forze armate del suo Paese contro le accuse di genocidio e &#8230; <a href="https://it.insideover.com/nazionalismi/tutte-le-contraddizioni-di-aung-san-suu-kyi.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="974" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Aung-Saan-Suu-Kyi-La-Presse-e1576438020980.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Aung-Saan-Suu-Kyi-La-Presse-e1576438020980.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Aung-Saan-Suu-Kyi-La-Presse-e1576438020980-300x152.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Aung-Saan-Suu-Kyi-La-Presse-e1576438020980-768x390.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Aung-Saan-Suu-Kyi-La-Presse-e1576438020980-1024x520.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Passano gli anni e <strong>Aung San Suu Kyi</strong> sembra essere ormai un pallido riflesso di quell&#8217;eroina non violenta che ha combattuto la dittatura birmana con uno spirito di gandhiana memoria. Mercoledì scorso, davanti alla <strong>Corte internazionale di giustizia</strong>, la leader del Myanmar ha difeso le forze armate del suo Paese contro le accuse di genocidio e di violazione della <em>Convenzione del 1948 sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio</em> a danno del <a href="https://it.insideover.com/societa/le-terribili-torture-ai-rohingya-i-perseguitati-del-myanmar.html"><strong>popolo <em>rohingya</em></strong></a>.</p>
<h2>L&#8217;autodifesa</h2>
<p>In <a href="https://youtu.be/9Zl9vkynJWo">un discorso di circa 30 minuti</a>, San Suu Kyi ha negato &#8220;l&#8217;intento genocida&#8221; da parte dell&#8217;esercito e ha delineato la storia delle tensioni nello stato di Rakhine, definendo la repressione del 2017 come un &#8220;conflitto interno&#8221;, nel quale l&#8217;esercito del Myanmar stava rispondendo agli attacchi della guerriglia armata caso del Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA). Non solo, la leader ha opportunamente evitato di utilizzare il termine <em>rohingya</em> per indicare il popolo oggetto delle persecuzioni dei militari.</p>
<p>Il discorso di difesa dalle terribili accuse si è aperto con un lungo preambolo cerimonioso che ripercorre e attesta la storia della Corte per poi passare ad accusare il governo del Gambia, reo di aver portato all’Aja il caso birmano, di aver fornito “un quadro fattuale incompleto e fuorviante della situazione nello stato di Rakhine in Myanmar”. Per Aung San Suu Kyi i problemi dello stato di Rakhine e della sua popolazione, qualunque sia il loro passato, risalgono ai secoli precedenti e sono stati particolarmente gravi negli ultimi anni. Attualmente si sta verificando un conflitto armato interno tra l&#8217;esercito di Arakan, un gruppo armato buddista organizzato con oltre 5.000 combattenti e i normali servizi di difesa del Myanmar.</p>
<p>Nessuno degli oratori, secondo l’accusata, ha fatto alcun riferimento a questo aspetto. L&#8217;esercito di Arakan cerca autonomia o indipendenza trovando ispirazione nella memoria dello storico e mitico regno di Arakan. Questo conflitto ha portato allo sfollamento di migliaia di civili a Rakhine. Restrizioni standard di sicurezza &#8211; come coprifuoco e posti di blocco &#8211; sono attualmente in atto nella zona di conflitto e influenzano la situazione dei civili. Nella sua personale arringa di difesa il premio Nobel per la pace prosegue nella narrazione della vicenda dalla notte dei tempi fino a quel 25 agosto di due anni fa: più di trenta stazioni di polizia e villaggi, e una base militare, furono attaccati in modo altamente coordinato da un gruppo armato organizzato che operava lungo una collina densamente boscosa che offre ampie opportunità di nascondersi.</p>
<p>Molti combattenti dell&#8217;ARSA erano stati reclutati nei villaggi locali nelle settimane e nei mesi precedenti l&#8217;attacco. Secondo la leader &#8220;i servizi di difesa del Myanmar hanno risposto agli attacchi dei combattenti dell&#8217;ARSA con l&#8217;uso delle forze di terra. Ci sono stati incidenti armati in oltre 60 località”: si trattò, dunque, di difesa.</p>
<p>Vi è poi un momento particolare, nel quale l’accusata utilizza il <strong>termine birmano <em>nae myay shin lin yeh</em></strong>, ravvisandone l’uso distorto della traduzione inglese “<em>clearance operations</em>”: negli anni &#8217;50, questo termine è stato usato durante le operazioni militari contro il Partito comunista birmano a Bago Range. Da allora, i militari hanno usato questa espressione nelle operazioni contro la rivolta e contro il terrorismo dopo attacchi di ribelli o terroristi. Nella lingua del Myanmar, &#8220;nae myay shin lin yeh&#8221; vuol dire letteralmente &#8220;disboscamento &#8220;, ovvero eliminare un&#8217;area da ribelli o terroristi. Ergo, secondo questa ricostruzione dei fatti, il governo del Myanmar starebbe solo svolgendo un’operazione di difesa e di sicurezza nazionale. Trattandosi poi di un governo militare, secondo la leader birmana una apposita corte marziale si starebbe già occupando di eventuali crimini di guerra. Difendendo, dunque, l’operato dei militari ha dichiarato di volersi astenere da qualsiasi azione o dichiarazione che possa minare l&#8217;integrità di questi processi di giustizia penale in corso in Myanmar conformi alla Costituzione del Paese. Dichiarazioni puntuali, dettagliate, excursus storici precisi, riferimenti circostanziati a fatti e persone ma mai l’uso del termine <em>rohingya</em>, popolo al quale ci si riferisce con sinonimi e giri di parole. Anzi, la leader ha teso a sottolineare come i musulmani non sono parte di questo conflitto, ma possono, come altri civili nell&#8217;area interessata, essere colpiti da misure di sicurezza in atto, pregando la Corte di astenersi dal prendere qualsiasi azione che possa aggravare il conflitto armato in corso, la pace e la sicurezza a Rakhine. Insomma, una difesa d’ufficio: il fatto che i funzionari birmani si rifiutino di pronunciare il termine <em>rohingya</em> è al centro della crisi. La decisione di non pronunciare questa parola è un forte segnale che il governo birmano rifiuta di riconoscere l&#8217;esistenza dei <em>rohingya</em> e il loro diritti.</p>
<h2>Quanto è libera Aung San Suu Kyi?</h2>
<p>Ma c’è qualcosa che in questa storia continua a non quadrare. Ed è l’atteggiamento passivo di questa donna che ormai assume lo stesso tono fedele alla linea di quei militari che per quasi 20 anni l’hanno costretta agli arresti domiciliari.</p>
<p>Al di là della delusione <em>pop</em> che il caso suscita e che porta l’opinione pubblica internazionale ad agitarsi come <em>followers</em> in un senso o nell’altro, occorre dunque chiedersi chi sia stata davvero Aung San Suu Kyi, ma soprattutto chi sia oggi. Una donna di 74 anni fiaccata nello spirito che, paradossalmente, era molto più libera nella sua prigione ventennale. Dapprima ministro onnicomprensivo (compresi gli Esteri) poi, dall&#8217;aprile 2016 Consigliere di Stato con una libertà di azione e parole prossima allo zero. <strong>Aung <em>reigns but doesn’t govern</em></strong>. Il silenzio di questo premio Nobel per la Pace che va a difendersi dal crimine di genocidio (il primo caso nella storia), la sua passività, le giustificazioni e l’impassibilità di fronte al dramma di un popolo lasciano la strada a solo due probabili congetture: o Aung San Suu Kyi è stata indegna destinataria della fiducia del mondo intero (e ci sarebbe da chiedersi perché, allora, vivere da segregata per 20 anni) oppure è un ostaggio del Paese che lei stessa rappresenta. <em>Dall&#8217;altare alla polvere</em>, dovrà difendersi dalla Corte dell&#8217;Aja e dal pubblico ludibrio.</p>
<p>Che sia responsabile o meno della terribile accusa di genocidio bisogna accettare un dato di fatto: politicamente Aung San Suu Kyi non può nulla per i <em>Rohingya</em> perché non può nulla per la Birmania. Né tantomeno per sé.</p>
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		<title>La guerra nello Stato Arakan, il Vietnam della Birmania</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-guerra-nello-stato-arakan-il-vietnam-della-birmania.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Polese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jul 2019 07:56:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Arakan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9126254.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9126254.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9126254-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9126254-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9126254-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Niente linea telefonica, niente internet. Un blackout completo sta attraversando il nord dello Stato Arakan (o Rakhine), nell&#8217;est della Birmania. Questa volta i musulmani Rohingya, tornati alla ribalta dei media dopo le atroci violenze perpetrate dai militari birmani e degli estremisti buddisti nell&#8217;agosto del 2017, non c&#8217;entrano. Nel mirino delle truppe governative del Tatmadaw ci &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-guerra-nello-stato-arakan-il-vietnam-della-birmania.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9126254.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9126254.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9126254-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9126254-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9126254-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Niente linea telefonica, niente internet. Un blackout completo sta attraversando il nord dello <strong>Stato Arakan</strong> (o Rakhine), nell&#8217;est della <strong>Birmania</strong>. Questa volta i musulmani <strong>Rohingya</strong>, tornati alla ribalta dei media dopo le atroci violenze perpetrate dai militari birmani e degli estremisti buddisti nell&#8217;agosto del 2017, non c&#8217;entrano. Nel mirino delle truppe governative del Tatmadaw ci sono i guerriglieri dell&#8217;<strong>Arakan Army</strong> (Aa). Uno dei tanti gruppi ribelli che richiede l&#8217;autonomia da Naypyidaw e che, dopo un lungo periodo di calma apparente e dopo essersi addestrato nello Stato Shan e Khacin, è tornato ad imbracciare di nuovo le armi, determinato a combattere per la propria terra.</p>
<p>La direttiva di sospendere tutti i servizi internet è arrivata il 21 giugno scorso, quando il ministero dei Trasporti e delle Comunicazioni ha ordinato a tutti e quattro i fornitori di servizi del Paese di bloccare la linea telefonica. Una di queste, Telenor &#8211; un&#8217;azienda di telecomunicazioni norvegese &#8211; <a href="https://www.irrawaddy.com/news/burma/myanmar-orders-internet-shutdown-conflict-torn-rakhine-state-telco-operator.html" target="_blank" rel="noopener">ha dichiarato che il governo ha ordinato</a> a tutte le compagnie di chiudere “temporaneamente” internet in nove comuni. Nella direttiva si legge che questa azione è giustificata a causa dell&#8217;uso dei <em>social network</em> da parte dei ribelli per “coordinare attività illegali e mettere così a rischio la pace nel Paese”.</p>
<p>Le altre società fornitrici non hanno rilasciato nessun commento. Ma questo non stupisce, sono tutte gestite dai militari, in <em>joint venture</em> con aziende giapponesi e arabe.</p>
<h2>La condanna delle Nazioni Unite</h2>
<p>Di tutt&#8217;altro avviso numerosi gruppi umanitari. “Con questo<em> blackout</em> l&#8217;esercito birmano sta coprendo le <strong>gravi violazioni dei diritti umani</strong> che sta commettendo contro la popolazione civile”, <a href="https://www.irrawaddy.com/news/burma/myanmar-blackout-may-cover-gross-human-rights-violations-un-investigator.html" target="_blank" rel="noopener">ha dichiarato in una recente conferenza stampa Yanghee Lee</a>, relatore speciale delle Nazioni Unite nel Paese. “Nove province sono state oscurate. E oltre all&#8217;impossibilità di accedere ad internet, sono state emanate gravi restrizioni alle organizzazioni di solidarietà, che così non possono portare aiuto ai civili che stanno scappando dai combattimenti”, ha aggiunto.</p>
<h2>Il conflitto si sta intensificando</h2>
<p>Gli abitanti dei villaggi locali in una vasta area della regione settentrionale Arakan e meridionale dello Stato Chin, sono stati costretti a fuggire dalle loro case, mentre le forze dell&#8217;esercito birmano stanno intensificando la loro offensiva contro i ribelli dell&#8217;Aa con l&#8217;uso di elicotteri da combattimento e artiglieria pesante.</p>
<p>Secondo fonti locali, intensi <a href="https://www.bnionline.net/en/news/burma-army-restrictions-access-conflict-affected-areas-have-made-it-nearly-impossible-provide" target="_blank" rel="noopener">scontri a fuoco sarebbero scoppiati mercoledì scorso nella provincia di Buthitaung Township</a>, provocando numerosi feriti. “Gli abitanti dei villaggi stanno fuggendo dai combattimenti”, ha dichiarato Aung Thaung Shwe, deputato del distretto, aggiungendo che “è stato impossibile fornire soccorso a causa delle restrizioni del governo sull&#8217;accesso all&#8217;area”.</p>
<p>Fino ad ora si contano <strong>centinaia di morti</strong> e oltre <strong>45mila sfollati</strong>. Ma nonostante l&#8217;aggravarsi del conflitto le notizie che ci arrivano sono praticamente nulle, impossibilitate a venir fuori, sia per il<em> blackout</em>, sia per il fatto che a nessun giornalista è concesso l&#8217;accesso in queste zone.</p>
<h2>“Un pantano militare per l&#8217;esercito”</h2>
<p>Secondo l&#8217;analista Anthony Davis, questo conflitto si starebbe trasformando in un “pantano militare” per il Tatmadaw. “La portata dei combattimenti è quasi alla pari della guerra molto più grande e sanguinosa che abbiamo visto in <strong>Vietnam</strong>”, <a href="https://www.asiatimes.com/2019/07/article/why-myanmar-is-losing-the-rakhine-war/" target="_blank" rel="noopener">scrive l&#8217;esperto su <em>Asia Time</em></a>. E aggiunge: “Sebbene si verifica in uno spazio di battaglia molto più piccolo, la guerra nello stato Arakan sta emergendo come un palude militare senza fine per il governo, con ripercussioni sociali, economiche e politiche”.</p>
<p>Nelle prime ore del 22 giugno scorso, i ribelli hanno portato a termine un attacco nella città di <strong>Sittwe</strong>. L&#8217;Aa ha utilizzato tre razzi da 107 mm prodotti in Cina, molto probabilmente comprati grazie all&#8217;etnia Wa, che controlla il proprio Stato ad Est. Un colpo ha centrato una nave della marina militare, uccidendo due persone. Si tratta di un&#8217;azione senza precedenti, che ha dimostrato le enormi capacità della guerriglia, in grado di operare anche in ambienti urbani.</p>
<p>Sulla chiusura delle linee telefoniche Davis è convinto che sia stata una scelta dettata da “problemi di sicurezza militare e dall&#8217;uso dell&#8217;Aa di applicazioni di messaggistica crittografate” per mettersi in contatto e coordinarsi con “la loro ampia base di supporto locale”.</p>
<h2>Grande supporto della popolazione</h2>
<p>I ribelli dell&#8217;Arakan, sono ben addestrati ed equipaggiati, in grado di portare a termine attacchi ben più grandi di quelli visti fin ora negli altri conflitti etnici attivi nel Paese. Ma, soprattutto, godono di un ampio consenso popolare, ricevendo l&#8217;appoggio anche di molti giovani universitari che stanno tornando nel loro Stato combattere contro l&#8217;esercito governativo. Una situazione che, molto probabilmente, i vertici del Tatmadaw non avevano calcolato. E che li sta mettendo in seria difficoltà.</p>
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		<title>Birmania, furia buddista contro gli islamici: chiuse tre moschee a Yangon</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/birmania-buddisti-islamici-yangon.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 May 2019 11:27:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?p=206449</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_9185244.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_9185244.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_9185244-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_9185244-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_9185244-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Sotto l&#8217;apparente tranquillità della Birmania si nascondono tensioni antiche pronte a esplodere da un momento all’altro. A poco servono i continui appelli più o meno istituzionali lanciati dalla consigliere di Stato Aung San Suu Kyi, perché le differenze etniche e religiose continuano a minacciare la fragile tenuta sociale della popolazione birmana. Chiuse tre moschee L&#8217;ultimo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/religioni/birmania-buddisti-islamici-yangon.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_9185244.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_9185244.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_9185244-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_9185244-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_9185244-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Sotto l&#8217;apparente tranquillità della <strong>Birmania</strong> si nascondono <a href="https://it.insideover.com/video/la-guerriglia-karen-il-popolo-che-non-si-arrende">tensioni antiche pronte a esplodere da un momento all’altro</a>. A poco servono i continui appelli più o meno istituzionali lanciati dalla consigliere di Stato Aung San Suu Kyi, perché le differenze etniche e religiose continuano a minacciare la fragile tenuta sociale della popolazione birmana.</p>
<h2>Chiuse tre moschee</h2>
<p>L&#8217;ultimo episodio di violenza nel Paese è arrivato pochi giorni fa, quando <a href="https://www.myanmar-now.org/en/news/nationalist-mob-shuts-down-ramadan-prayers-in-yangon">un gruppo di nazionalisti buddisti ha imposto la chiusura forzata </a>di tre luoghi di preghiera temporanei concessi dalla municipalità di South Dagon – nei pressi di Yangon &#8211; ai fedeli islamici. In occasione del mese sacro del Ramadan i funzionari della città situata a sud-est dell’ex capitale Yangon avevano allestito tre edifici residenziali a uso della comunità islamica locale fino al 7 giugno.</p>
<h2>La folla scende in piazza</h2>
<p>I buddisti, che rappresentano più o meno il 90% dei birmani, non sono in buoni rapporti con i musulmani; emblematico <a href="https://it.insideover.com/religioni/la-birmania-colpevole-del-genocidio-dei-rohingya.html">è il caso della minoranza Rohingya</a>, tema affrontato da più prospettive. Tornando a South Dagon, come riferisce un funzionario al quotidiano birmano Irrawaddy, un gruppo di 200 persone si è radunata fuori dagli edifici con fare minaccioso per protestare contro la decisione della municipalità di concedere le sale di preghiera agli islamici.</p>
<h2>L’insofferenza dei buddisti contro i fedeli islamici</h2>
<p>Alcuni monaci sono entrati negli stabili e<a href="https://www.mmtimes.com/news/south-dagon-charges-leader-mob-who-forced-closure-muslim-prayer-houses.html"> hanno costretto i leader islamici a firmare un documento</a> per impedir loro di tornare in quegli stabili a pregare. Ufficialmente gli edifici sono stati considerati &#8220;illegali&#8221;. Le autorità avrebbero assistito a tutta la scena ma non sarebbero intervenute. La comunità musulmana di South Dagon avevano chiesto di costruire una moschea permanente ma i residenti della zona hanno sempre impedito che ciò avvenisse. Per questo motivo l’amministrazione locale ha concesso ai fedeli islamici tre sale a tempo.</p>
<h2>Equilibrio instabile</h2>
<p><a href="http://www.asianews.it/notizie-it/Yangon:-chiuse-tre-moschee,-minacciate-dai-nazionalisti-buddisti--47042.html">Come riporta l’agenzia <em>Asianews</em></a>, uno dei capi della folla riottosa era U Michael Kyaw Myint. Il leader nazionalista ha più volte ripetuto come le attività religiose islamiche in edifici residenziali siano inaccettabili. &#8220;Le autorità – ha dichiarato Myint – possono accettarlo, noi no. Scoveremo altri luoghi simili e li chiuderemo tutti&#8221;. San Suu Kyi ha più volte richiamato le parti a una convivenza pacifica <a href="https://it.insideover.com/religioni/birmania-genocidio-dimenticato-dei-kachin-cristiani.html">ma le sue sono sempre state parole al vento</a>. E pensare che lo scorso maggio aveva chiesto alle minoranze etniche e religiose birmane unità e comprensione reciproca.</p>
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