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	<title>Africa Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Sun, 19 Apr 2026 09:55:02 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Africa Archives - InsideOver</title>
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		<title>L’Africa contesa e la guerra silenziosa dei minerali</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/lafrica-contesa-e-la-guerra-silenziosa-dei-minerali.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 09:54:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Materie prime]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="africa" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Con Project Vault gli Usa hanno varato una strategia più aggressiva per cercare di recuperare sulla penetrazione cinese.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="africa" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/africa-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dal <a href="https://it.insideover.com/politica/corridoio-di-lobito-lautostrada-che-porta-i-minerali-dellafrica-in-occidente.html" type="post" id="454752">corridoio di Lobito </a>alla nuova offensiva americana. Dietro la retorica sul ritorno delle grandi potenze in Africa si sta imponendo una realtà molto più concreta e molto più dura. Il continente non è più soltanto uno spazio da presidiare diplomaticamente o da corteggiare commercialmente. <strong>È tornato a essere il centro di una competizione strategica globale</strong> perché custodisce ciò che serve per costruire il potere industriale del ventunesimo secolo: <strong>rame, cobalto, litio e l’intera costellazione dei minerali critici.</strong> In questo quadro, gli Stati Uniti stanno cambiando metodo. Non si limitano più a osservare l’avanzata cinese nelle catene minerarie africane, ma cercano di recuperare terreno con una strategia più coordinata, più aggressiva e più politica. Il corridoio di Lobito, che collega la fascia mineraria dell’Africa centrale allo sbocco atlantico angolano, rappresenta il primo tassello di questa nuova architettura: non una semplice infrastruttura, ma una leva di influenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il controllo dei flussi conta più del possesso delle miniere</h2>



<p>L’errore sarebbe immaginare che la partita riguardi soltanto il trasporto delle materie prime. La vera questione è un’altra: chi controlla i flussi, chi decide i tempi, chi impone i contratti, chi si garantisce gli sbocchi futuri. Washington sembra averlo capito. Per questo punta non solo sui collegamenti logistici, ma su <strong>accordi di lungo periodo, diritti preferenziali di acquisto, partecipazioni incrociate e strumenti finanziari </strong>capaci di legare i Paesi produttori a un nuovo sistema di dipendenza. In sostanza, l’accesso alle infrastrutture viene trasformato in vantaggio contrattuale. È qui che la geoeconomia si fa politica di potenza: non occupare il territorio, ma orientarne le scelte economiche; non impadronirsi formalmente della risorsa, ma determinarne il destino commerciale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il progetto riserva e la nuova dottrina americana</h2>



<p>L’avvio, nei primi mesi del 2026, del programma chiamato <em>Project Vault</em> mostra il salto di qualità di questa strategia. L’obiettivo non è soltanto accumulare una sorta di riserva strategica di minerali critici, ma organizzare a monte l’intera filiera di approvvigionamento. In altre parole, gli Stati Uniti non vogliono più arrivare ultimi sul mercato per comprare ciò che serve alla propria industria. Vogliono intervenire prima, <strong>condizionando l’estrazione, il finanziamento, la commercializzazione</strong> e perfino l’assetto proprietario degli attivi minerari. È una trasformazione profonda: la potenza non si misura più soltanto nella capacità di accedere alle risorse, ma nella facoltà di disciplinarne i movimenti e di incorporarle dentro una strategia industriale nazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La forza cinese resta a valle della filiera</h2>



<p>Tuttavia, l’offensiva americana incontra un ostacolo decisivo. La Cina non domina soltanto alcune miniere africane. <strong>Domina soprattutto la trasformazione e la raffinazione,</strong> cioè il punto in cui si concentra il valore reale. Pechino controlla il passaggio cruciale che trasforma la materia grezza in potenza industriale. Per questo gli Stati Uniti, almeno per ora, non avanzano come conquistatori ma come pazienti riorganizzatori di equilibri. <strong>Cercano di inserirsi in ecosistemi già strutturati,</strong> di sottrarre quote di influenza, di rallentare il monopolio cinese senza riuscire ancora a spezzarlo. La partita, dunque, non si decide solo nelle miniere africane o nei porti dell’Atlantico, ma nelle capacità tecnologiche e industriali che vengono dopo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’Africa non è più periferia</h2>



<p>Qui si apre la questione più importante. L’Africa non è più soltanto un serbatoio da cui estrarre ricchezze. Diventa <strong>il luogo in cui si ridefiniscono i rapporti di forza tra Stati Uniti, Cina, Europa e potenze regionali.</strong> Ma può diventare anche qualcosa di più: un arbitro relativo di questa competizione. Alcuni Stati africani possono sfruttare la rivalità fra grandi potenze per ottenere migliori condizioni, aumentare i margini di sovranità e negoziare infrastrutture, tecnologia e accesso ai mercati. Naturalmente il rischio opposto resta altissimo: che la competizione esterna si traduca nell’ennesima forma di dipendenza mascherata da partenariato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una battaglia economica che prepara gli equilibri strategici</h2>



<p>Sul piano strategico militare, il controllo delle materie prime è meno visibile di una base navale o di una alleanza difensiva, ma non è meno decisivo. Chi domina rame, cobalto e litio influenza la produzione tecnologica, energetica e militare del futuro. Sul piano geopolitico, il corridoio di Lobito e il progetto americano indicano che l’Africa è entrata nel cuore della nuova guerra economica mondiale. Sul piano geoeconomico, la vera posta in gioco non è la miniera in sé, ma la capacità di convertire la risorsa in industria, l’industria in filiera e la filiera in potere. È qui che si decide la gerarchia del nuovo secolo. E in questo passaggio l’Africa non è più il margine della storia: è diventata il suo centro.</p>
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		<title>Sudan, Etiopia, Congo, jihadismo: le molte crisi che perturbano l&#8217;Africa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/sudan-etiopia-congo-jihadismo-le-molte-crisi-che-perturbano-lafrica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 00:21:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="968" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-600x387.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-1024x661.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-768x496.jpg 768w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Sudan, Etiopia, Congo, jihadismo: le molte crisi che perturbano l'Africa lette dall'analista Luciano Pollichieni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="968" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-600x387.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-1024x661.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-768x496.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Le <strong>crisi dell<a href="https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/africa-la-crescita-economica-come-arma-per-una-sanita-sostenibile.html">&#8216;Africa contemporanea</a></strong> sono molte e polimorfe e delineano uno scenario geopolitico instabile in cui guerre, unità nazionali precarie, insorgenze jihadiste rendono critico il contesto interno di un continente strategico che, proprio per la sua crescente importanza nelle dinamiche globali, è oggi conteso da molti appetiti contrastanti. Per capire le sfide che lo riguardano abbiamo dialogato con <strong>Luciano Pollichieni,</strong> analista di scenari strategici e securitari specializzato nel contesto africano e nelle sue dinamiche geopolitiche e militari, <a href="https://africanniche.substack.com/">autore della newsletter Substack &#8220;Africanismi&#8221;.</a></p>



<p><strong>Lo scenario africano vede una serie di conflitti attivi e latenti che, oggigiorno, minacciano la stabilità del continente. Che scenari e che punti caldi interessano, principalmente, il continente?</strong></p>



<p>&#8220;Se guardiamo alle regioni caratterizzate da instabilità e strategicamente più rilevanti, le aree calde sono fondamentalmente tre. <strong>La prima è il Sahel occidentale,</strong> in particolare Burkina Faso, Mali e Niger, che si trova al centro di un&#8217;insurrezione nominalmente jihadista &nbsp;persistente. <strong>Segue l&#8217;area dei Grandi Laghi</strong>, in particolar modo quella delle province orientali del Nord e Sud Kivu della Repubblica Democratica del Congo. Qui è in corso una guerra tra il governo di Kinshasa, sempre più supportato dagli Stati Uniti di Donald Trump che hanno dispiegato i loro <em>contractors</em> nell’area, e il gruppo ribelle M23, supportato dal Ruanda, che è riuscito a estendere il proprio dominio su aree significative del Paese. Nonostante i ripetuti dinieghi ufficiali, il legame tra l&#8217;M23 e il governo ruandese appare evidente, come dimostrato anche dalle recenti sanzioni statunitensi comminate contro alti graduati dell&#8217;esercito di Kigali per il loro coinvolgimento nel conflitto. </p>



<p>Infine, <strong>il terzo fronte è quello del Corno d’Africa,</strong> dove assistiamo a una ridefinizione generale degli equilibri regionali e dei sistemi di potere interni a diversi Stati. In quest&#8217;area dobbiamo distinguere tre conflitti principali: la crisi nel Nord-Est dell&#8217;Etiopia, dove la regione del Tigray sembra prossima a una nuova guerra e poi le iniziative del governo etiope per garantirsi un accesso diretto al Mar Rosso, che si scontrano con la ferma opposizione di Somalia ed Eritrea; e infine la guerra civile somala. Quest&#8217;ultima è aggravata non solo dall&#8217;insurrezione di Al-Shabaab che continua a mostrarsi resiliente ma anche dal deterioramento delle relazioni tra il governo centrale e gli Stati federati. </p>



<p><strong>Infine c’è la guerra dei &#8220;due generali&#8221; in Sudan</strong>, dove lo scontro tra le forze regolari guidate da Al-Burhan e i paramilitari delle RSF guidate da Hemedti mette in discussione il futuro stesso del sistema di potere interno allo Stato. Da un lato, l&#8217;esercito regolare mira a salvaguardare la leadership delle élite storica di Khartoum, mentre dall&#8217;altro le RSF puntano sulla cosiddetta &#8220;alleanza delle periferie&#8221; per ridimensionare o epurare i partiti islamisti legati al vecchio regime e dare un maggior peso nei centri decisionali del Paese al popolo delle periferie&#8221;.</p>



<p><strong>Sul fronte del conflitto in Sudan, come la guerra a tuo avviso sta venendo impattata dall’estensione dei conflitti mediorientali al Golfo e all’Iran?</strong></p>



<p>&#8220;Credo che in questa fase l&#8217;impatto della guerra in Iran sul conflitto sudanese sia piuttosto minimo, anche se mi rendo conto che questa valutazione mi pone in netta minoranza. Al momento, la dinamica bellica sul campo non risente in modo particolare dell&#8217;impegno iraniano nel difendersi dagli attacchi americani e israeliani, stiamo pur sempre parlando di un orizzonte temporale di circa 20 giorni, quindi abbastanza breve. Tuttavia, se il conflitto in Medio Oriente dovesse protrarsi più lungo del previsto, potremmo assistere a ripercussioni significative nel medio e lungo periodo. Per esempio l’Iran potrebbe non riuscire più a fornire il proprio supporto, specialmente la fornitura di droni e missili, alle forze regolari sudanesi (SAF), ridimensionandone le capacità belliche e spingendole a cercare nuovi fornitori. </p>



<p>Parallelamente, penso che assisteremo a un blocco quasi completo degli sforzi diplomatici per un cessate il fuoco: attori chiave come gli Emirati Arabi Uniti e l&#8217;Arabia Saudita sono attualmente assorbiti dalle conseguenze dirette del conflitto mediorientale, e quindi la mediazione diplomatica sul Sudan perde importanza nella lista delle loro priorità. <strong>Un altro aspetto fondamentale riguarda l&#8217;aumento dei prezzi di petrolio e gas. </strong>Sarà determinante osservare come le parti metteranno a frutto il controllo delle infrastrutture energetiche: i regolari controllano i terminali di Port Sudan, mentre le RSF hanno conquistato diversi giacimenti e coltivano rapporti importanti con il governo del Sud Sudan (il vero detentore degli idrocarburi in questo quadrante). A questo punto bisognerà vedere come l’aumento dei prezzi si innesterà nel calcolo bellico dei belligeranti. I due eserciti potrebbero decidere di danneggiare le infrastrutture o di utilizzare un numero sempre maggiore di effettivi per il controllo delle infrastrutture, capitalizzando sulla crisi energetica&#8221;.</p>



<p><strong>Turchia, Emirati, Arabia Saudita: la guerra in Sudan è da molti ritenuta anche una “proxy war” tra potenze regionali mediorientali. Come si saldano gli archi di crisi del Medio Oriente e l’Africa orientale?</strong></p>



<p>&#8220;Anche in questo caso ho un&#8217;opinione minoritaria: non considero la guerra sudanese una <em>proxy </em><i>par</i>, né ritengo che l&#8217;instabilità in Medio Oriente e Africa Orientale possa essere ricondotta a un unico schema interpretativo. Spesso queste letture sono frutto di una certa pigrizia intellettuale nostra o di una scarsa conoscenza della natura profonda dei conflitti africani. La guerra in Sudan ha cause chiare ma di tutt’altra natura. La caduta del regime di Al-Bashir ha innescato un processo endogeno di ridefinizione degli equilibri di potere. I militari e le RSF sono stati d&#8217;accordo solo sull’esclusione dei civili dal futuro governo; una volta rimossi i civili dal governo, l&#8217;impossibilità di una convivenza tra Al-Burhan e Hemedti è diventata ineludibile e ha portato inevitabilmente alla guerra. </p>



<p>Gli Stati esterni si sono limitati a riposizionarsi per cercare di mantenere un ruolo di rilievo o prepararsi a un futuro tavolo della pace, ma la violenza sul campo è dettata da due visioni opposte per il futuro del Paese e meeno dalle agende di attori esterni. Lo dimostrano sia il fatto che la dinamica del conflitto in Sudan, a 20 giorni dallo scoppio della guerra in Iran, è sostanzialmente intatta, cioè è rimasta quella carneficina che culmina in una guerra d&#8217;attrito. Lo dimostra anche la formazione di due governi paralleli tra Khartoum e il Darfur. <strong>Mentre in Medio Oriente assistiamo a un classico conflitto interstatale, in Africa si combatte per ridisegnare la cartografia e gli equilibri interni,</strong> influenzati da una bilancia demografica in piena espansione che differisce da quella mediorientale. Esistono certamente legami geografici e commerciali tra le due regioni, come la rotta del Canale di Suez, che è parte di un unico circuito commerciale che comincia nello stretto di Hormuz ma i conflitti africani mantengono una loro autonomia e non sono necessariamente lo specchio di quelli esterni. Se così non fosse allora perché non ci poniamo mai la domanda in termini inversi: cioè come le tensioni in Sudan, in Etiopia o in Somalia stanno influenzando le dinamiche mediorientali? Dovremmo imparare che non si possono comprendere queste crisi se cerchiamo di raggrupparle o vederle come mere appendici di dinamiche globali&#8221;.</p>



<p><strong>Ritieni possibile che sulla dorsale Egitto-Sudan-Sud Sudan-Etiopia si possano espandere ulteriori dinamiche critiche?</strong></p>



<p>&#8220;Il rischio di <strong>una ripresa del conflitto tra l&#8217;Etiopia e il Tigray, quest&#8217;ultimo potenzialmente supportato dall&#8217;Eritrea, rappresenta oggi la minaccia principale. </strong>Parliamo di una guerra che ha già causato centinaia di migliaia di morti nel 2020 e il 2022 e che rischia di saldarsi con l&#8217;instabilità interna nelle regioni etiopi dell’Oromia e dll’Amhara. Tuttavia, un elemento spesso sottovalutato ma altrettanto pregnante è la ripresa del conflitto in Sud Sudan. Nonostante i tentativi di Giuba di isolarsi dalla crisi del Sudan, i due conflitti si stanno progressivamente saldando in un&#8217;unica placca di destabilizzazione che parte dal Sudan, attraversa Etiopia e Somalia e arriva fino ai confini del Kenya. Data la strategicità dell&#8217;area per il commercio marittimo, un allargamento di questa faglia avrebbe ripercussioni economiche e umanitarie notevoli. In Somalia, inoltre, oltre alla questione del Somaliland, i rapporti tra governo centrale e governi federati sono travagliate. Stati come il Jubaland e il Puntland, evocano sempre più frequentemente la possibilità di una secessione a fronte di una riforma costituzionale centralista varata dal governo federale. In sintesi, <strong>lo scenario peggiore vede la ripresa della guerra etiope, l&#8217;allargamento della crisi sudanese al Sud Sudan e il rafforzamento delle spinte centrifughe in Somalia.</strong> A questo si aggiungono le notizie degli ultimi giorni su un possibile allargamento del conflitto in Sudan al Ciad. Insomma, l’Africa centrorientale è in piena ebollizione e in questo contesto tutto può succedere&#8221;.</p>



<p><strong>Qual è, invece, lo stato dell’arte della sfida dell’insorgenza jihadista in Africa?</strong></p>



<p>&#8220;Frammentato, ma purtroppo positivo per le insorgenze cosiddette jihadiste. In Somalia, al-Shabaab è riuscita, almeno finora, a speculare sulle divisioni interne al fronte governativo: nonostante alcune sconfitte militari importanti, il gruppo beneficia del peggioramento delle relazioni tra Stato federale e Stati federati, che impedisce un coordinamento efficace della contro-insurrezione. Al contrario, <strong>lo Stato Islamico nel Puntland ha subito pesanti perdite</strong> grazie a una stretta collaborazione tra le autorità locali e gli Stati Uniti, un successo che però alimenta ulteriormente la spinta autonomista del Puntland rispetto a Mogadiscio. In Africa Occidentale assistiamo a un consolidamento della supremazia jihadista in Mali e Burkina Faso, dove ampie aree di entrambi i Paesi sono sotto l’influenza di gruppi che utilizzano una strategia di strangolamento economico contro Bamako e Ouagadougou attraverso il controllo delle reti logistiche che in questo momento mettono sotto pressione i principali centri abitati di entrambi i paesi. </p>



<p>In questo contesto sta prendendo piede anche la spinta verso il Golfo di Guinea, con attacchi in Togo, Benin e ai confini con il Ghana, che recentemente ha firmato un accordo di cooperazione contro il terrorismo con l’Unione Europea. Io non credo che in questa fase i gruppi jihadisti abbiano la potenzialità per arrivare fino all&#8217;oceano Atlantico ma possono comunque mettere pressione ai principali paesi rivieraschi della regione con le ricadute economiche che immaginiamo. <strong>Anche la Nigeria, nonostante il rinnovato supporto americano, vive una recrudescenza jihadista </strong>che mette sotto pressione il principale attore economico della regione. In linea generale poi vanno considerate due dinamiche. La prima è il pragmatismo crescente dei jihadisti in Africa occidentale, con gruppi come il JNIM che si sono alleati anche con organizzazioni separatiste a causa dell’etnicizzazione del conflitto prodotta dai discorsi delle giunte al potere nella regione che hanno stigmatizzato più volte le comunità Peul e Tuareg. Seconda, e più tattica, la progressiva sofisticazione degli arsenali degli insorti che ormai usano i droni con una grande capacità diventando più letali&#8221;.</p>



<p><strong>Come l’Europa e Paesi come l’Italia dovrebbero, a tuo avviso, affrontare tali scenari?</strong></p>



<p>&#8220;Difficile dirlo perché oggettivamente, almeno per quanto riguarda l&#8217;Africa subsahariana, la situazione attuale richiederebbe l’uso di una dose massiccia di realismo politico e di pragmatismo e in questa fase in pochi sono disposti ad usarlo. Per quanto riguarda l&#8217;Africa occidentale, sarebbe logico spingere per accordi con i gruppi armati locali, dato che ogni opzione di tipo militare ha fallito, ma questo tipo di iniziative è inconcepibile per Paesi come la Francia. Questo posizionamento francese apre a delle possibilità per noi italiani, <strong>più ben voluti nella regione rispetto all’ex potenza coloniale</strong>, e che come già avvenuto in passato, potremmo giocare di sponda con la diplomazia vaticana, storicamente un moltiplicatore della nostra influenza in Africa, per favorire queste mediazioni che sedando o ridimensionando i conflitti contribuirebbero a ridimensionare anche i flussi migratori verso il nostro Paese. Nel Corno d’Africa la situazione è invece completamente diversa. <strong>Il nostro spazio di manovra rispetto a conflitti come quello in corso in Sudan è molto più limitato</strong>, specialmente dopo che la nuova amministrazione americana ha escluso i partner europei dalla principale piattaforma negoziale, il cosiddetto quartetto. </p>



<p>Al momento possiamo solo cercare di mitigare le esternalità negative, come la crisi umanitaria e i rischi per la navigazione. Il nostro governo si è mosso in questo senso consegnando una prima tranche di aiuti umanitari che sono arrivati a Port Sudan nel dicembre scorso, poco prima di Natale. Nel lungo termine, <strong>la crisi del Corno d’Africa potrebbe rappresentare un banco di prova per la nostra postura diplomatica</strong>: abbiamo sempre mantenuto una posizione equilibrata, che ci ha consentito di parlare con tutti gli attori della regione, anche con quelli in conflitto tra loro, ma questa potrebbe diventare non più sostenibile. Il protrarsi dei conflitti potrebbe imporci di sceglier tra fazioni contrapposte in Sudan, Somalia o Etiopia. Sarà necessario modificare la nostra strategia storica per adattarci a un&#8217;epoca di scelte inevitabili, sperando di confermare la capacità del nostro Paese di individuare la direzione corretta nel lungo periodo come abbiamo spesso fatto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale&#8221;.</p>
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		<title>Così i droni stanno cambiando le sorti della guerra in Sudan</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/cosi-i-droni-stanno-cambiando-le-sorti-della-guerra-in-sudan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 06:08:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Sudan]]></category>
		<category><![CDATA[Sudan]]></category>
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<p>La guerra civile in corso in Sudan dall’aprile 2023 ha subito un cambiamento determinante: l’uso dei droni.</p>
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<p>La guerra civile in corso in <strong>Sudan </strong>dall’aprile 2023 tra le <strong>Forze di Supporto Rapido </strong>(RSF) e le<strong> Forze Armate Sudanesi</strong> (SAF) ha subito un cambiamento determinante: l’uso dei <strong>droni</strong>. All’inizio il loro impiego era limitato, ma nel tempo è cresciuto fino a modificare tattiche, strategie e controllo del territorio.</p>



<p>Dopo la<a href="https://it.insideover.com/guerra/la-caduta-di-el-fasher-e-le-nuove-stragi-di-civili-in-sudan.html"> caduta di El Fasher</a>, il centro delle ostilità si è progressivamente concentrato nel <strong>Kordofan Meridionale</strong>, dove le RSF hanno conquistato la città di Bara e intensificato gli attacchi contro El Obeid. Secondo quanto riportato dal <strong><a href="https://sudanwarmonitor.com/p/kamikaze-drones-kordofan-sudan">Sudan War Monitor</a></strong>, una delle fonti più autorevoli sulle evoluzioni della guerra, <strong>negli ultimi mesi i droni hanno colpito depositi di carburante, mercati e convogli</strong> in diverse parti del Paese, con attacchi che hanno provocato vittime civili e gravi danni alle infrastrutture. In particolare, nel febbraio 2026 un raid su un mercato nello stato del Kordofan Settentrionale ha causato almeno 28 morti e decine di feriti, mentre negli attacchi di maggio 2025 a Port Sudan, più giorni di bombardamenti aerei hanno danneggiato aeroporti, depositi di carburante e altre strutture strategiche.</p>



<p>L’efficacia di questi attacchi sembra aver messo sotto pressione le capacità logistiche delle RSF nel Kordofan Meridionale, contribuendo a un rallentamento delle loro offensive via terra. <strong>Le SAF controllano più della metà del Paese</strong>, gran parte del confine con l’Egitto, Port Sudan e la capitale Khartoum. Quest’ultima ha subito oltre <strong>440 attacchi con droni</strong> documentati dall’inizio della guerra. Port Sudan, considerata fino ad allora relativamente sicura per la sua distanza dalle basi RSF, è stata colpita a maggio 2025 in uno dei primi raid a lungo raggio contro la città. Le RSF controllano invece gran parte del Sudan occidentale e centrale, inclusa buona parte del Darfur e parti del Kordofan.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’uso dei droni e il riassestamento degli equilibri</h2>



<p>I droni sono ormai ampiamente utilizzati nei <strong>conflitti armati</strong>, ma in Sudan il loro impiego non è stato immediato. La loro introduzione è partita dalle SAF e ha inciso sull’andamento della guerra, provocando un riassestamento degli equilibri tra le forze in campo. La strategia dell’esercito mira a colpire le scorte di <strong>carburante </strong>e le <strong>infrastrutture</strong>, rendendo più difficili anche le attività commerciali, con l’obiettivo di indebolire le RSF e spingere la popolazione civile ad abbandonare le aree sotto controllo paramilitare.</p>



<p>L’esercito sudanese, che a differenza delle RSF dispone di un’aeronautica militare, deteneva inizialmente il controllo dei cieli grazie ai jet da combattimento. A maggio 2025 le RSF hanno però colpito Port Sudan con un attacco con droni che ha danneggiato l’aeroporto e la principale centrale elettrica della città, causando traumi tra i civili. Le capacità aeree delle RSF sono aumentate dopo la perdita, all’inizio del 2025, di territori nel centro e nell’Est del Paese.</p>



<p>Tecnologie simili sono oggi in possesso di entrambe le parti. I droni sono relativamente facili da reperire, nascondere e <strong>assemblare</strong>, il che rende più semplice aggirare l’embargo sulle armi e le sanzioni. L’<strong>embargo</strong> sulle armi imposto dalle Nazioni Unite si applica principalmente alla regione del Darfur e, secondo diversi osservatori, ha avuto un impatto limitato nel contenere l’afflusso di armamenti nel resto del Paese. Questo ha contribuito alla continua disponibilità di sistemi d’arma, inclusi i droni, nelle mani delle parti in conflitto.</p>



<p>Queste tecnologie permettono di colpire infrastrutture strategiche e, allo stesso tempo, espongono la <strong>popolazione civile</strong> a gravi conseguenze, con esplosioni e raid che possono verificarsi anche in aree densamente abitate. L’uso dei droni, così, non è solo un vantaggio tattico, ma trasforma il conflitto in uno scenario imprevedibile e letale, dove la pressione continua sulle strutture nemiche si combina con il rischio costante per i civili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Capacità tecniche e alleanze</h2>



<p>L’uso dei droni è particolarmente efficace nei <strong>territori pianeggianti </strong>e il Sudan, con le sue vaste distese, si presta a questo tipo di operazioni. È infatti più semplice svolgere attività di sorveglianza, come osserva un’analisi del <strong><a href="https://www.criticalthreats.org/analysis/drones-over-sudan-foreign-powers-in-sudans-civil-war">Critical Threats Project</a></strong>. Dall’inizio della guerra, esercito e RSF hanno impiegato droni con capacità molto diverse: da modelli a corto raggio a sistemi con una gittata teorica fino a 4.000 chilometri. In un Paese che si estende per circa 1.250 chilometri da nord a sud e 1.390 da est a ovest, questo significa che, almeno in teoria, qualsiasi area può essere raggiunta.</p>



<p>Le SAF ricevono armi da <strong>Iran </strong>e <strong>Turchia </strong>e dispongono di droni dalla fine del 2023. Le RSF si affidano invece al sostegno degli <strong>Emirati Arabi Uniti,</strong> con tecnologie di origine <strong><a href="https://it.insideover.com/guerra/sharjah-la-porta-del-mercato-ombra-delle-armi-cinesi-per-lafrica.html">cinese </a></strong>e <strong>serba</strong>. Tra questi vi sono i cosiddetti <strong>droni “kamikaze”</strong>, in quanto sferrano attacchi suicidi, utilizzati contro obiettivi strategici e simbolici, anche lontano dalle linee del fronte. Alcuni modelli VTOL di fabbricazione serba sarebbero in grado di trasportare le cosiddette bombe “mute”, ordigni che esplodono senza preavviso acustico, rendendo impossibile mettersi al riparo.</p>



<p>Alcuni fornitori stranieri di droni, tra cui Iran e <strong>Russia</strong>, sembrerebbero aver collegato le consegne a interessi strategici nella regione, con l’Iran interessato a una base navale nel Mar Rosso e la Russia che, nel 2024, avrebbe spostato il proprio sostegno dalle RSF alle SAF in cambio della possibilità di ripristinare un accordo del 2017 per una presenza navale sul Mar Rosso.</p>



<p>Le RSF trasformano inoltre droni civili in armi improvvisate per colpire e intimidire infrastrutture e obiettivi simbolici. L’obiettivo non è tanto la precisione o una vittoria militare decisiva, quanto mantenere una pressione costante e rendere il conflitto imprevedibile e logorante. <strong>Testimonianze </strong>video verificate mostrano droni RSF colpire il deposito di carburante di Sidon ad Atbara, nello stato del Nilo, secondo Sudan War Updates.</p>



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<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="ar" dir="rtl">🚨 عاجل | مليشيا الدعم السريع تستهدف مدينة عطبرة بولاية نهر النيل عبر طائرات مُسيّرة.<a href="https://twitter.com/hashtag/Sudan_War_Updates?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Sudan_War_Updates</a> <a href="https://t.co/sn69Yul0uC">pic.twitter.com/sn69Yul0uC</a></p>&mdash; Sudan War Updates (@sudan_war) <a href="https://twitter.com/sudan_war/status/1909902879889973484?ref_src=twsrc%5Etfw">April 9, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">Impatto sui civili e crisi umanitaria</h2>



<p>L’area più colpita dall’inizio della guerra resta la capitale <strong>Khartoum</strong>, con almeno 440 raid documentati. Nel dicembre 2025 un attacco a Kalogi, nel Kordofan Meridionale, ha colpito un asilo e un ospedale, causando almeno 114 morti secondo fonti locali e Al Jazeera.</p>



<p>Per l’<strong>Africa</strong>, l’impiego sistematico dei droni rappresenta una novità significativa. In passato i conflitti nel continente erano prevalentemente terrestri, con un uso limitato dell’aviazione a causa dei costi elevati. Oggi i droni costituiscono un’alternativa relativamente economica ma altamente letale, offrendo un vantaggio tattico rilevante. Come evidenziato dall’<a href="https://www.economist.com/middle-east-and-africa/2025/06/19/africas-scary-new-age-of-high-tech-warfare">Economist</a>, questa evoluzione potrebbe rendere più facile sia avviare sia terminare più facilmente le guerre nel continente.</p>



<p>La guerra civile in Sudan ha intanto prodotto la <strong>peggiore<a href="https://it.insideover.com/guerra/le-conseguenze-della-guerra-civile-nel-sud-sudan.html"> crisi umanitaria </a>al mondo </strong>degli ultimi anni: oltre 30 milioni di persone necessitano di assistenza e tra i 12 e i 14 milioni risultano <a href="https://it.insideover.com/guerra/un-rifugiato-su-otto-sudanese-conseguenze-guerra-civile.html">sfollate </a>secondo le stime delle Nazioni Unite. Violenza sessuale, assedi ai civili e uccisioni di massa sono stati documentati per tutta la durata del conflitto, mentre la comunità internazionale continua a intervenire in modo limitato.</p>
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		<title>Congo, la guerra uccide anche la sanità</title>
		<link>https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/congo-la-guerra-uccide-anche-la-sanita.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2026 10:50:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica della salute]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260119153556713_7011fc27f0eb0b1e5577bc9168b1af01.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260119153556713_7011fc27f0eb0b1e5577bc9168b1af01.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260119153556713_7011fc27f0eb0b1e5577bc9168b1af01-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260119153556713_7011fc27f0eb0b1e5577bc9168b1af01-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260119153556713_7011fc27f0eb0b1e5577bc9168b1af01-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260119153556713_7011fc27f0eb0b1e5577bc9168b1af01-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260119153556713_7011fc27f0eb0b1e5577bc9168b1af01-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La guerra nell'Est del Congo miete vittime anche per il collasso dei sistemi sanitari dovuto al perdurare del conflitto.</p>
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<p>Nel North e nel South Kivu, le due regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo coinvolte in una lunga &#8220;guerra mondiale africana&#8221;, si muore purtroppo per le conseguenze più tipiche di un conflitto. Raid, bombe, mine, uccisioni mirate: le armi, in poche parole, come accade in ogni guerra causano ogni giorno lutti e dolori. Ma da questa parti,<strong> la guerra fa vittime anche senza il fragore e il rumore degli ordigni</strong>. Si muore nei campi profughi <strong>non raggiunti da servizi sanitari</strong>, così come dentro ospedali congolesi o del vicino Burundi incapaci di affrontare le emergenze.<strong> La guerra uccide anche perché provoca il collasso dei vari servizi sanitari.</strong> Circostanza spesso sottovalutata, ma drammaticamente reale e provata sulla propria pelle da centinaia di persone. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La grave situazione nel Burundi </h2>



<p>La guerra nelle ultime settimane <a href="https://it.insideover.com/le-newsletter-di-insideover/la-disperata-situazione-nella-repubblica-democratica-del-congo.html">è arrivata a lambire anche le regioni immediatamente confinanti con il Burundi</a>. E, in particolare, con quelle dell&#8217;ex capitale <strong>Bujumbura</strong>, ancora oggi città più grande e importante del Paese. Le offensive dell&#8217;<strong>M23</strong>, gruppo paramilitare che controlla <strong>Goma</strong> e <strong>Bukavu</strong> (i capoluoghi rispettivamente di South e North Kivu) e che è armato e appoggiato dal <strong>Ruanda</strong>, si sono spinte fino a <strong>Uvira</strong>. Oggi la situazione militare è piuttosto confusa, con l&#8217;M23 che più volte ha annunciato un ritiro come gesto di &#8220;buona volontà&#8221; a cui però non è conseguito un ridispiegamento delle forze governative nell&#8217;area.</p>



<p><strong>Ma a preoccupare adesso è la situazione umanitaria</strong>. In migliaia hanno oltrepassato il confine e si trovano negli improvvisati campi profughi del Burundi. Qui forse il rumore degli ordigni è più lontano, ma la popolazione continua a morire. Secondo un recente rapporto dell&#8217;<strong>Organizzazione per la Pace e per a Coesistenza Comunitaria (Cpcc)</strong>, un&#8217;organizzazione locale che monitora la situazione, nei campi del Burundi sono morti oltre cento profughi congolesi. Le cause sono le più disparate, ma tutte legate da un unico filo comune: <strong>la mancanza di servizi sanitari</strong>. Nel lungo elenco di vittime che la Cpcc sta provando a compilare, ci sono persone vittime di pregresse ferite o malattie mai curate. Così come ci sono coloro che sono morti a seguito di<strong> alcuni primi e preoccupanti casi di colera</strong> comparsi tra le tende dei campi. C&#8217;è poi chi si è ammalato per le scarse condizioni igieniche degli improvvisati rifugi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Musenyi, il campo emblema del disastro sanitario </h2>



<p>C&#8217;è un nome che sta diventando sempre più un tragico simbolo della situazione: è quello di <strong>Musenyi</strong>. È così che è conosciuto uno dei campi più grandi interni al Burundi e che accoglie migliaia di congolesi scappati dalla guerra. A dicembre, si legge in alcune stime dell&#8217;Onu, dopo le offensive su Uvira almeno centomila persone hanno varcato il confine e si sono stabilite a Musenyi. Eppure, <a href="https://www.avvenire.it/mondo/la-grande-fuga-verso-il-burundi-nella-repubblica-democratica-del-congo-non-ce-speranza_103114">racconta il quotidiano Avvenire</a>, da queste parti <strong>esiste una sola piccola clinica mobile</strong>. I cui responsabili peraltro hanno serie difficoltà a reperire anche le più basilari medicine. </p>



<p>Nel piccolo presidio sanitario di Musenyi passano storie di ogni tipo: c&#8217;è chi presenta malnutrizione, chi febbre alta e chi sintomi di colera. <strong>Non ci sono però abbastanza farmaci per tutti</strong>. Un dramma che si presenta anche nei campi vicini. Il Burundi, secondo le Nazioni Unite, è lo Stato più povero del mondo. Di risorse da redistribuire nei campi come quelli di Musenyi ce n&#8217;è quindi sempre di meno. Peraltro, il Paese africano parte già da una sua situazione sanitaria interna molto precarie: il sistema sanitario è infatti fragile, con modeste infrastrutture presenti solo nelle grandi città e con una carente capillarità sul territorio. </p>



<p>Quanto sta accadendo nell&#8217;Est del Congo e in Burundi, fa emergere quindi una lezione mai forse pienamente compresa: <strong>la guerra uccide per le pallottole, ma anche per i repentini indebolimenti dei sistemi sanitari</strong>. Chi si salva dagli ordigni, non ha armi sanitarie per curare le proprie ferite o per provare a sopravvivere in condizioni estreme. <strong>Il diritto alla salute, rappresenta dunque una delle prime vittime di ogni guerra.</strong></p>
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		<title>Marocco e Sudafrica, sfida aperta per La Coppa d&#8217;Africa del 2028</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/marocco-e-sudafrica-sfida-aperta-per-la-coppa-dafrica-del-2028.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valerio Moggia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 16:52:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=502207</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/coppa-dafrica.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="coppa d&#039;africa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/coppa-dafrica.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/coppa-dafrica-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/coppa-dafrica-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/coppa-dafrica-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>I due Paesi africani si sfidano per organizzare l'edizione 2028 della Coppa d'Africa. Una questione sportiva e politica insieme. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/marocco-e-sudafrica-sfida-aperta-per-la-coppa-dafrica-del-2028.html">Marocco e Sudafrica, sfida aperta per La Coppa d&#8217;Africa del 2028</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Finita la Coppa d&#8217;Africa del 2025, ieri sera a Rabat con la clamorosa vittoria del Senegal sulla squadra di casa, <strong>il calcio africano guarda già all&#8217;edizione del 2028</strong>. Non sarà la prossima edizione, che si terrà invece nell&#8217;agosto del 2027 tra Kenya, Uganda e Tanzania, ma quella successiva. Venerdì 16 gennaio la CAF, che supervisiona il calcio continentale, si è riunita per raccogliere le candidature dei possibili Paesi ospitanti, ed è emerso un nuovo confronto tra <strong>Marocco e Sudafrica</strong>.</p>



<p>Il Paese nordafricano ha infatti presentato nuovamente il proprio dossier per ospitare il torneo. Una candidatura pesante, perché <strong>questa Coppa d&#8217;Africa è stata un grande successo in termini organizzativi</strong>, grazie a stadi all&#8217;avanguardia, molti dei quali ospiteranno pure alcune partite del Mondiale 2030, condiviso con Spagna e Portogallo. Il Marocco sta investendo molto per diventare una potenza del calcio africano, e i risultati gli stanno dando ragione. Ma, oltre a questo, il Paese magrebino sta riuscendo a imporsi anche come il più affidabile <a href="https://it.insideover.com/politica/anche-in-marocco-la-generazione-z-si-rivolta-ma-con-lappoggio-dei-campioni-del-calcio.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">organizzatore di questi grandi eventi</a> nel continente. Ottenere di nuovo la Coppa d&#8217;Africa, a due anni dal Mondiale, sarebbe <strong>un&#8217;importante conferma dell&#8217;egemonia politica raggiunta</strong> in questi ultimi anni.</p>



<p>Ma <strong>il Sudafrica si è immediatamente messo di mezzo</strong>, proponendosi a sua volta come ospite del torneo del 2028. L&#8217;ultima Coppa d&#8217;Africa sudafricana è stata nel 2013, tre anni dopo essere divenuto il primo Paese africano a organizzare un Mondiale di calcio. Per il 2028, il progetto prevede una competizione divisa tra Sudafrica e <strong>Botswana</strong>, a cui si pensa potrebbe aggiungersi pure la <strong>Namibia</strong>.</p>



<p>Se la proposta marocchina è molto forte, quest&#8217;ultima è probabilmente l&#8217;unica in grado di contenderle l&#8217;assegnazione. Da un lato, pesa senza dubbio la possibilità di non ripetere lo stesso organizzatore nel giro di pochi anni. In più, per Botswana e Namibia questa sarebbe la prima Coppa d&#8217;Africa della loro storia. Un ruolo non irrilevante lo potrebbe infine giocare <strong>Patrice Motsepe, l&#8217;uomo più ricco del Sudafrica</strong> e attualmente presidente della CAF.</p>



<p>Non c&#8217;è però solo lo sport a dividere Marocco e Sudafrica. A livello politico, i due governi sono da tempo in rapporti abbastanza freddi, a causa di <strong>divisioni molto nette su temi come il Sahara Occidentale e la Palestina</strong>. Lo scorso novembre, quando l&#8217;ONU ha deciso di appoggiare le rivendicazioni del Marocco sul Sahara Occidentale, il governo sudafricano <a href="https://www.spsrasd.info/en/2025/11/01/12648.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">è stato molto critico</a>, ribadendo il proprio sostegno al Fronte Polisario. Sulla Palestina, invece, la vicinanza tra Rabat e Tel Aviv è un tema molto discusso in tutta l&#8217;Africa.</p>



<p>C&#8217;era già stato <strong>uno scontro ai tempi dell&#8217;assegnazione del Mondiale del 2010</strong>, con il Marocco che aveva denunciato un caso di corruzione dopo che il Sudafrica era stato scelto come Paese organizzatore. Più di recente, c&#8217;è stato l&#8217;incidente del Campionato africano del 2023 in Algeria, da cui il Marocco era stato costretto a ritirarsi, benché campione in carica, a causa della crisi diplomatica con l&#8217;ospite di turno. Alla cerimonia inaugurale aveva partecipato<strong> Mandla Mandela</strong>, politico sudafricano nipote di Nelson Mandela.</p>



<p>Quest&#8217;ultimo aveva tenuto un discorso particolarmente infuocato contro il Marocco e in difesa del Fronte Polisario, <strong>definendo il Sahara Occidentale come &#8220;l&#8217;ultima colonia rimasta in Africa&#8221;</strong>. Il governo di Rabat <a href="https://www.aljazeera.com/news/2023/1/15/morocco-condemns-provocative-acts-at-algeria-football-cup" target="_blank" rel="noreferrer noopener">aveva protestato</a> e chiesto delle scuse da parte delle autorità algerine e di quelle sudafricane, ma la questione era anche proseguita sui campi da calcio.</p>



<p>Nel turno successivo del campionato marocchino, gli ultras del Raja Casablanca <a href="https://www.middleeastmonitor.com/20230118-moroccan-fans-respond-to-mandela-western-sahara-speech/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">avevano risposto</a> con uno striscione che diceva <strong>&#8220;Piccolo Mandela, l&#8217;ultima colonia rimasta in Africa è Orania&#8221;</strong>. Il riferimento è all&#8217;omonima enclave afrikaaner in Sudafrica, una cittadina di soli bianchi di fatto indipendente e in cui sostanzialmente sono ancora in vigore le leggi dell&#8217;apartheid.</p>



<p>Tre anni dopo, ancora una volta lo sport potrebbe rianimare la rivalità politica tra i due Paesi. La Coppa d&#8217;Africa del 2028 sarà anche un evento storico e dal forte valore simbolico: a partire da quella edizione, infatti, <strong>il torneo si terrà solamente ogni quattro anni</strong>, invece che ogni due, come avviene oggi. Una decisione, <a href="https://it.insideover.com/politica/rivoluzione-nel-calcio-africano-cambiare-tutto-alla-ricerca-di-maggiori-guadagni.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">presa alla fine del 2025</a> dalla CAF, che ha causato non poche polemiche nei confronti di Motsepe, ma che curiosamente vede Sudafrica e Marocco insospettabilmente alleate. Infatti, tra i sostenitori della riforma c&#8217;è anche <strong>Fouzi Lekjaa</strong>, importante dirigente sportivo marocchino e vice-presidente della CAF, molto vicino al sudafricano Motsepe.</p>
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		<title>Africa, la nuova politica Usa per gli aiuti sanitari: meno soldi e progetti specifici</title>
		<link>https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/africa-la-nuova-politica-usa-per-gli-aiuti-sanitari-meno-soldi-e-progetti-specifici.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jan 2026 13:57:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica della salute]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
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<p>Dopo la fine di Usaid, Washington prova a promuovere singole intese con singoli Paesi africani per finanziare la sanità.</p>
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<p>Il 2025 si è aperto con il copioso taglio, deciso dall&#8217;appena insediata amministrazione Trump, <a href="https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/la-sanita-africana-alla-prova-dei-tagli-degli-aiuti-internazionali.html">dei fondi di Usaid destinati all&#8217;Africa</a>. In un solo colpo sono stati portati via miliardi di dollari a favore, soprattutto, della sanità nel continente africano. Medicine legate alla lotta all&#8217;Aids, formazione di nuovi medici, sostentamento di importanti istituti:<strong> improvvisamente sono mancate risorse per l&#8217;intero comparto sanitario finanziato con gli aiuti di Washington</strong>. L&#8217;anno appena trascorso tuttavia, si è chiuso con una novità in tal senso: gli Usa hanno infatti deciso d<a href="https://www.africarivista.it/gli-aiuti-sanitari-usa-e-la-risorsa-preziosa-dei-dati/296330/">i stringere accordi sanitari con alcuni singoli Paesi africani</a>. Un cambio di paradigma visto già in altre occasioni durante la nuova amministrazione Trump: piuttosto che accordi generali, <strong>si è virato infatti verso intese con specifici governi e su specifici progetti.</strong> Non mancano però delle <strong>perplessità</strong> per la natura degli accordi e per dei punti giudicati come controversi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La questione legata ai dati </h2>



<p>La linea di Washington è quindi adesso quella di <strong>finanziare specifici progetti</strong>. Da qui l&#8217;idea di <strong>stringere singoli accordi con singoli governi</strong>. I primi Paesi con cui gli Stati Uniti hanno inaugurato la nuova strategia sulla sanità sono stati <strong>Kenya, Nigeria, Ruanda </strong>e <strong>Uganda</strong>. A cui si sono aggiunti, a fine dicembre, anche <strong>Madagascar, Sierra Leone, Botswana</strong> ed <strong>Etiopia</strong>. Sul piatto sono stati messi <strong>2.3 miliardi di dollari</strong>, non tutti però usciranno dalle casse statunitensi: l&#8217;accordo prevede che 1.4 miliardi saranno erogati da Washington, la restante parte invece dovrà essere sborsata dai Paesi interessati. Anche questa una peculiarità piuttosto rintracciabile tra gli atti di Trump: già in altre occasioni infatti, come ad esempio sul maggiore finanziamento della Nato, la Casa Bianca ha chiesto maggiore impegno ai governi con cui sottoscrive accordi.</p>



<p>Inoltre, gli Usa hanno sottolineato la necessità di avere<strong> maggiori garanzie e dunque di visionare al meglio i progetti in fase esecutiva</strong>. Questo vuol dire, tra le altre cose, avere un <strong>totale accesso ai dati</strong>. Compresi quelli dei pazienti. Ed è qui che si stanno concentrando le più importanti polemiche: in diversi Paesi africani, l&#8217;accordo stipulato con gli Usa è stato denominato <em>&#8220;Soldi in cambio di dati&#8221;</em>. Quasi a testimoniare come, secondo i detrattori, <strong>il vero obiettivo di Washington sarebbe quello di ricavare i dati degli utenti africani. </strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">I ricorsi presentati in Kenya</h2>



<p>A nulla per il momento sono valse le rassicurazioni di uno dei governi più interessati dalle intese con gli Usa, quello di Nairobi. Il presidente keniano<strong> William Ruto</strong> già a dicembre ha provato a fermare le polemiche: <em>&#8220;Vi posso assicurare che prima di firmare l&#8217;accordo abbiamo valutato ogni aspetto legale, anche quello legato alla privacy</em> &#8211; ha dichiarato Ruto in una recente intervista &#8211; <em>prima di firmare anche il procuratore generale ha garantito che non saranno compromessi i dati più sensibili dei cittadini&#8221;.</em></p>



<p>Ma diverse associazioni non ci stanno. La <strong>Cofek</strong>, ossia l&#8217;associazione dei consumatori keniani, ha presentato ricorso direttamente all&#8217;Alta Corte: <em>&#8220;L&#8217;accordo </em>&#8211; si legge nel documento rivolto ai magistrati &#8211; <em>viola la nostra Costituzione e minaccia la riservatezza dei dati medici dei cittadini keniani&#8221;</em>. I giudici hanno accolto l&#8217;appello e hanno <strong>sospeso l&#8217;applicazione dell&#8217;accordo. </strong>Una pronuncia in tal senso arriverà non prima di febbraio. E potrebbe costituire, per l&#8217;intero continente africano, un importante precedente in vista dei prossimi accordi con gli Usa. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa si prevede in futuro</h2>



<p>Al di là però degli aspetti controversi, <strong>molti governi sono orientati ad approvare le nuove intese con gli Usa</strong>. In primis per un motivo puramente economico: la fine repentina di Usaid ha spinto il continente africano a provare la strada di una maggiore autonomia sanitaria, ma nel breve termine ha anche lasciato senza soldi diversi Paesi. Per cui, <strong>appare vitale ricevere liquidità immediata per evitare il tracollo dei già fragili sistemi sanitari</strong>. In secondo luogo, perché la via delle singole intese è stata sì inaugurata da Trump <strong>ma potrebbe diventare il modus operandi anche delle prossime amministrazioni</strong>. Del resto, l&#8217;idea di rivedere il rapporto con l&#8217;Africa e di efficientare aiuti e investimenti è in agenda alla Casa Bianca già da molto tempo. </p>
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		<title>La caduta emiratina nello Yemen preoccupa Haftar</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-caduta-emiratina-nello-yemen-preoccupa-haftar.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 13:50:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra in Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Mar Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1390" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a-1024x741.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a-768x556.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a-1536x1112.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a-600x434.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dopo il crollo di Aden, tornata nelle mani delle forze filo saudite, il generale Haftar teme l'interesse ritrovato dei Saud per la Libia.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1390" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a-1024x741.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a-768x556.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a-1536x1112.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260112160727869_3a1639c65e7e2faa2c2cf35ce171536a-600x434.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il Medio Oriente, si sa, <strong>è un complesso mosaico la cui composizione è retta da un fragile equilibrio</strong>. Ogni tassello spostato rischia di far partire un effetto domino imprevedibile. Di questo è senz&#8217;altro consapevole il generale <strong>Khalifa Haftar</strong>. Lui che di battaglie ne ha viste parecchie e di capovolgimenti repentini ne ha una ampia memoria, negli ultimi giorni ha fiutato la nuova aria che tira in tutta la regione. Lo ha fatto dopo aver osservato, dalla sua Bengasi da cui controlla l&#8217;Est della Libia con il suo sedicente esercito, <a href="https://it.insideover.com/guerra/yemen-stc-al-capolinea-finisce-lavventura-dei-filo-emiratini-trionfa-riad.html">il crollo in Yemen del Southern Transitional Council (Stc). </a>Ossia di uno dei tasselli legati agli Emirati Arabi Uniti. Per il generale non ci sono dubbi: <strong>adesso tutti i tasselli emiratini sono a rischio</strong>. A partire dal suo stesso esercito, dal 2014 armato e finanziato in buona parte da Abu Dhabi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Haftar sposta le truppe verso Sirte </h2>



<p>Non è quindi un caso se, pochi giorni dopo l&#8217;ingresso ad Aden delle forze governative yemenite filo-saudite, <strong>in Libia sono stati notati importanti movimenti di truppe e mezzi</strong>. Molti testimoni locali hanno registrato lo spostamento di intere squadre legate ad Haftar <strong>da Bengasi verso Sirte</strong>. La città cioè, un tempo nota per aver dato i natali a Muammar Gheddafi, situata esattamente a metà strada tra la stessa Bengasi e Tripoli. Per giorni, il movimento delle truppe è stato documentato anche tramite video ritenuti attendibili e affidabili.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Overnight, a convoy of Haftar’s LNA forces has left Benghazi en route to Sirte, Libya, with footage showing the movement of Scud-B ballistic missiles. <a href="https://t.co/vThxuS4hDm">pic.twitter.com/vThxuS4hDm</a></p>&mdash; Open Source Intel (@Osint613) <a href="https://twitter.com/Osint613/status/2009276186409525408?ref_src=twsrc%5Etfw">January 8, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Le fonti libiche non hanno dubbi sul perché il generale sita ora rafforzando il fronte a Ovest di Bengasi: <em>&#8220;Haftar è molto preoccupato</em> &#8211; ha dichiarato un diplomatico ai nostri microfoni &#8211; <em>quanto accaduto nello Yemen lo ha turbato e non poco. Il generale è molto legato ad Al Zubaidi, capo dell&#8217;Stc fino alla caduta di Aden&#8221;</em>. Sui vari siti libici, negli ultimi giorni si è fatto riferimento alla convocazione, voluta dallo stesso Haftar, a Bengasi di numerosi<strong> gruppi armati, libici e non solo, provenienti dal Sud del Paese</strong>: <em>&#8220;È come se si stesse già preparando a una difesa </em>&#8211; ha proseguito la fonte &#8211;<em> sta chiamando tutti a raccolta, dai gruppi armati alle tribù che in questi anni hanno garantito il controllo dell&#8217;Est della Libia al suo esercito&#8221;.</em></p>



<h2 class="wp-block-heading">Cambia l&#8217;inerzia nel braccio di ferro tra sauditi ed emiratini</h2>



<p>La domanda sorge quindi spontanea: come mai, secondo Haftar, <strong>il tassello yemenita è destinato a smuovere anche il mosaico della sua Libia?</strong> Il vero snodo principale consiste nel fatto che lo Yemen risulta fondamentale per la strategia emiratina: grazie all&#8217;influenza esercitata da Abu Dhabi sul Paese, gli Emirati hanno potuto creare una vera e propria &#8220;<strong>cintura</strong>&#8221; attorno al medio oriente. Un vero e proprio cerchio,<strong> con Abu Dhabi e Dubai quali capisaldi e con Aden e Socotra quali perni per puntare sul Sudan e sul Corno d&#8217;Africa</strong>. La ritirata dell&#8217;Stc, tanto repentina quanto sorprendente, potrebbe costringere gli emiratini a ridimensionare le proprie mire in tutta la regione. </p>



<p>Ma soprattutto, ha ridato vigore all&#8217;azione politica dell&#8217;<strong>Arabia Saudita</strong>. Le forze che hanno cacciato l&#8217;Stc da Aden sono legate mani e piedi ai Saud. I quali adesso potrebbero non fermarsi allo Yemen. Dopo anni passati a osservare l&#8217;avanzata delle forze emiratine in tutti i fronti più delicati del Medio Oriente, l&#8217;episodio yemenita potrebbe aver convinto i sauditi a passare al <strong>contrattacco</strong>. <strong>La Libia potrebbe diventare il prossimo terreno di scontro</strong>, assieme al confinante Sudan. Riad e Abu Dhabi si contenderebbero le varie zone di influenza. E con l&#8217;inerzia tornata in mano saudita, i timori di Haftar potrebbero risultare fondati.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-caduta-emiratina-nello-yemen-preoccupa-haftar.html">La caduta emiratina nello Yemen preoccupa Haftar</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il GEF approva il programma per ridurre l’inquinamento da mercurio in Liberia</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/liberia-progetto-planetgold-riduzione-mercurio-estrazione-oro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Maria Iannello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2026 05:40:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1298" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-300x203.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-1024x692.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-768x519.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-1536x1038.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-2048x1384.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Liberia entra nel programma planetGOLD con fondi GEF e Banca africana di sviluppo per ridurre il mercurio nell’estrazione dell’oro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/liberia-progetto-planetgold-riduzione-mercurio-estrazione-oro.html">Il GEF approva il programma per ridurre l’inquinamento da mercurio in Liberia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1298" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-300x203.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-1024x692.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-768x519.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-1536x1038.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/12/Agenzia_Fotogramma_IPA2849827-2048x1384.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>La Liberia</strong> ha ottenuto l’approvazione dal <strong>Global Environment Facility (GEF)</strong> per un progetto trasformativo finalizzato <a href="https://www.afdb.org/en/news-and-events/press-releases/liberia-secures-gef-approval-landmark-mercury-reduction-project-gold-mining-sector-backed-african-development-bank-group-89742" target="_blank" rel="noreferrer noopener">a ridurre drasticamente l’inquinamento da mercurio</a> nel settore <strong>dell’estrazione artigianale e su piccola scala dell’oro</strong> (ASGM). L’iniziativa &#8211; sviluppata dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA) della Liberia e sostenuta dal Gruppo della Banca africana di sviluppo &#8211; combina <strong>7,67 milioni di dollari</strong> di finanziamenti GEF con <strong>24,57 milioni di dollari </strong>di cofinanziamento indicativo da parte della banca multilaterale. L’obiettivo è costruire un settore aurifero più sicuro, più pulito e più sostenibile, intervenendo su <strong>una delle principali fonti di inquinamento ambientale</strong> e rischio sanitario del Paese.</p>



<p>Il progetto rappresenta l’ingresso ufficiale della Liberia nel programma <strong>planetGOLD</strong>, un’iniziativa globale sostenuta dal GEF che ha già assistito oltre venti Paesi <strong>nella riduzione dell’uso del mercurio nell’estrazione dell’oro</strong>, migliorando al contempo la salute ambientale e le condizioni di vita delle comunità minerarie. L’approccio di planetGOLD si fonda sul rafforzamento dei quadri normativi e politici, sull’espansione dell’inclusione finanziaria, sulla promozione di tecnologie prive di mercurio e <strong>sulla creazione di partnership tra governi, comunità locali e settore privato</strong>. In Liberia, questi elementi vengono integrati in un programma che punta a trasformare strutturalmente un comparto essenziale dell’economia informale.</p>



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https://twitter.com/RobbieBisset/status/2001079870336430159
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<h2 class="wp-block-heading">Tra governance mineraria e sviluppo sostenibile</h2>



<p>L’iniziativa fa parte del piano sostegno di lungo periodo fornito dalla Banca africana di sviluppo alle riforme di governance e alla mobilitazione delle entrate interne nel settore minerario liberiano. Secondo <strong>Anthony Nyong</strong> &#8211; direttore del gruppo bancario per <a href="https://it.insideover.com/ambiente/cop30-la-lotta-al-cambiamento-climatico-nel-mondo-della-competizione-senza-limiti.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">il cambiamento climatico</a> e la crescita verde &#8211; il progetto rappresenta un esempio concreto di come le basi istituzionali costruite negli anni possano essere ampliate <strong>in una trasformazione ambientale e socio-economica su larga scala</strong>. Il caso liberiano dimostra &#8211; nelle parole di Nyon &#8211; che <strong>sviluppo economico e tutela dell’ambiente possono avanzare insieme</strong>, rafforzandosi a vicenda.</p>



<p>Anche il Global Environment Facility ha sottolineato il valore strategico dell’iniziativa: il CEO e presidente del GEF, <strong>Carlos Manuel Rodríguez</strong>, ha definito l’approvazione del progetto una tappa determinante negli sforzi globali per ridurre l’inquinamento da mercurio. Combinando riforme politiche, adozione tecnologica e coinvolgimento delle comunità, la Liberia viene indicata <strong>come un potenziale modello di transizione</strong> verso un settore dell’estrazione aurifera più pulito e sicuro. Un messaggio ribadito anche da <strong>Emmanuel K. Urey Yarkpawolo</strong> &#8211; direttore esecutivo dell’EPA della Liberia &#8211; che ha evidenziato come il progetto contribuirà a proteggere i minatori, salvaguardare fiumi e foreste e promuovere un settore dell’oro <strong>capace di bilanciare crescita economica e protezione ambientale.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Mercurio, salute e ambiente: una sfida strutturale</h2>



<p>La contaminazione da mercurio legata <a href="https://it.insideover.com/economia/scoperta-gigantesco-giacimento-oro-cina-dadonggou.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">all’estrazione dell’oro</a> rappresenta <strong>una pericolosa minaccia </strong>per la salute umana, le risorse idriche, il suolo e gli ecosistemi della Liberia. L’uso diffuso del mercurio nell’estrazione artigianale &#8211; spesso in contesti informali e privi di controlli &#8211; ha contribuito nel tempo alla deforestazione, alla perdita di biodiversità e a una persistente instabilità economica. <strong>Molti minatori operano al di fuori dei mercati formali</strong>, con un accesso limitato a tecnologie sicure, finanziamenti e pratiche sostenibili.</p>



<p>Il progetto approvato dal GEF affronta questi problemi alla radice, fissando obiettivi ambientali e sociali misurabili: nell’arco di cinque anni, <strong>l’iniziativa punta a ridurre l’uso di mercurio di 50 tonnellate</strong>, a ripristinare 10.000 ettari di terreno degradato e a evitare l’emissione di 148.000 tonnellate di CO₂. Parallelamente, <strong>intende migliorare le condizioni di lavoro e i mezzi di sussistenza</strong> di circa 20.000 persone &#8211; di cui 12.000 donne &#8211; rafforzando la dimensione inclusiva del progetto. Attraverso la formalizzazione delle attività minerarie, l’accesso alla finanza e l’introduzione di tecnologie pulite, la Liberia potrà inoltre rispettare gli impegni assunti nell’ambito della <strong>Convenzione di Minamata</strong> sul mercurio.</p>



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<h2 class="wp-block-heading">planetGOLD e la filiera aurifera senza mercurio</h2>



<p><a href="https://news.fundsforngos.org/2025/12/17/african-development-bank-backs-liberias-landmark-mercury-reduction-project-in-gold-sector/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Come partner dell’iniziativa planetGOLD</a>, la Liberia beneficerà di una rete di collaborazione regionale e globale che include apprendimento tra pari e accesso a pratiche innovative già testate in altri Paesi sostenuti dal GEF. Questo approccio <strong>rafforza la scalabilità e la sostenibilità degli sforzi nazionali</strong>, contribuendo al contempo ad accelerare i progressi verso catene di approvvigionamento dell’oro prive di mercurio. Il progetto risulta dunque pienamente allineato agli impegni della Liberia sul tema e rappresenta un passo fondamentale verso <strong>un settore aurifero responsabile</strong> dal punto di vista ambientale ed economicamente inclusivo.</p>



<p>In questo scenario, la dimensione internazionale dell’iniziativa assume un ruolo centrale, poiché consente alla Liberia <strong>di integrare le proprie politiche nazionali in un contesto di cooperazione multilaterale</strong> già collaudato. L’accesso alle esperienze maturate da altri Paesi partecipanti a planetGOLD rafforza la capacità istituzionale e tecnica del Paese, riducendo i rischi di frammentazione degli interventi. Allo stesso tempo, il progetto <strong>contribuisce agli obiettivi internazionali di riduzione dell’inquinamento da mercurio</strong>, dimostrando come le strategie locali possano avere un impatto diretto sulle grandi sfide ambientali globali.</p>
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		<title>Perché Cina e Israele sono ai ferri corti sul Somaliland</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/perche-cina-e-israele-sono-ai-ferri-corti-sul-somaliland.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 08:10:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Somaliland]]></category>
		<category><![CDATA[taiwan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1319" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37-300x206.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37-1024x703.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37-768x528.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37-1536x1055.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37-600x412.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Cina ha condannato il riconoscimento israeliano del Somaliland, visto come minaccia all’integrità della Somalia e precedente per Taiwan.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-cina-e-israele-sono-ai-ferri-corti-sul-somaliland.html">Perché Cina e Israele sono ai ferri corti sul Somaliland</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1319" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37-300x206.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37-1024x703.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37-768x528.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37-1536x1055.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260106165539949_1c12dd1b51ccc7671c1106b10c3c5b37-600x412.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In <strong>Cina </strong>è scattato l&#8217;allarme rosso quando, sul finire del 2025, <strong>Israele </strong>ha riconosciuto il <strong>Somaliland </strong><a href="https://it.insideover.com/politica/il-riconoscimento-della-sovranita-del-somaliland-semina-caos.html">come Stato indipendente e sovrano</a>. Il governo di <strong>Benjamin Netanyahu</strong> è fin qui l&#8217;unico Paese al mondo ad aver effettuato una simile mossa, trasformando quella che l&#8217;intera comunità internazionale considera una regione nordoccidentale della <strong>Somalia </strong>in un partner a tutti gli effetti. </p>



<p>&#8220;Nessun Paese dovrebbe incoraggiare o sostenere le forze separatiste interne di altri Paesi per i propri interessi egoistici&#8221;, ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, <strong>Lin Jian</strong>, definendo il territorio in questione una &#8220;parte inseparabile&#8221; della Somalia. &#8220;La Cina sostiene fermamente la sovranità, l&#8217;unità e l&#8217;integrità territoriale della Somalia e si oppone a qualsiasi atto di divisione del territorio somalo&#8221;, ha aggiunto il dicastero cinese. </p>



<p>La mossa di Netanyahu non è affatto piaciuta a <strong>Xi Jinping</strong>, particolarmente sensibile alla questione che richiama vagamente il dossier taiwanese. A proposito: sul fronte opposto <strong>Taiwan</strong>, che negli ultimi mesi ha consolidato i suoi legami con Tel Aviv, ha accolto con favore la decisione israeliana. Non è forse un caso che Taipei e Somaliland coltivino intensi rapporti da svariati anni e che, nel 2020, abbiano aperto uffici di rappresentanza reciproci nei rispettivi territori.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1053" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251223103732845_24c26b90ea23222c95a554b4256717d6-e1766482685194.jpg" alt="" class="wp-image-498993" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251223103732845_24c26b90ea23222c95a554b4256717d6-e1766482685194.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251223103732845_24c26b90ea23222c95a554b4256717d6-e1766482685194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251223103732845_24c26b90ea23222c95a554b4256717d6-e1766482685194.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251223103732845_24c26b90ea23222c95a554b4256717d6-e1766482685194.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251223103732845_24c26b90ea23222c95a554b4256717d6-e1766482685194.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251223103732845_24c26b90ea23222c95a554b4256717d6-e1766482685194.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La Cina contro Israele sul Somaliland</strong></h2>



<p>&#8220;Esortiamo le autorità del Somaliland a riconoscere la situazione e a cessare immediatamente le <strong>attività separatiste</strong> e la collusione con le forze esterne&#8221;, ha proseguito Lin, definendo la questione del Somaliland &#8220;un affare interamente interno della Somalia&#8221; che &#8220;dovrebbe essere risolto dal popolo somalo in modo coerente con le sue condizioni nazionali e la sua costituzione&#8221;. </p>



<p>Si noti che i termini utilizzati dall&#8217;alto funzionario cinese sono pressoché gli stessi adottati da Pechino quando c&#8217;è da diramare un comunicato o una presa di posizione su Taiwan. </p>



<p>È stata l&#8217;<strong>Eritrea</strong> a ipotizzare pubblicamente un intervento cinese presso il Consiglio di sicurezza delle <strong>Nazioni Unite</strong> per impedire il riconoscimento formale del Somaliland da parte di Israele. Il ministero dell&#8217;Informazione eritreo ha fatto sapere che &#8220;spetta in particolar modo alla Repubblica Popolare Cinese assumersi le proprie responsabilità morali vista l&#8217;apparente analogia&#8221; della vicenda con quella riguardante Taiwan. </p>



<p>In realtà non è soltanto la similitudine con Taipei, e l&#8217;incubo che qualcuno possa da un giorno all&#8217;altro riconoscere l&#8217;isola come Paese sovrano e indipendente, a preoccupare Pechino&#8230;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251020102843212_5a5f48ae2fe478b250dee7cc9722f17d-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-490393" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251020102843212_5a5f48ae2fe478b250dee7cc9722f17d-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251020102843212_5a5f48ae2fe478b250dee7cc9722f17d-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251020102843212_5a5f48ae2fe478b250dee7cc9722f17d-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251020102843212_5a5f48ae2fe478b250dee7cc9722f17d-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251020102843212_5a5f48ae2fe478b250dee7cc9722f17d-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251020102843212_5a5f48ae2fe478b250dee7cc9722f17d.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le preoccupazioni di Pechino</strong></h2>



<p>Il Somaliland è situato vicio allo <strong>stretto di Bab al-Mandab</strong>, di importanza strategica, che collega l&#8217;Africa allo Yemen, dove i ribelli Houthi combattono da anni contro le forze governative. Gli interessi della Cina sono incentrati sulla messa in sicurezza dello stretto, che considera una &#8220;venosa giugulare&#8221; fondamentale per tenere in vita la sua  <strong>Via della seta marittima</strong>, e dunque per proteggere una parte del suo <strong>commercio globale</strong>. </p>



<p>Nel frattempo, alla domanda se gli <strong>Stati Uniti</strong> avrebbero seguito il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, <strong>Donald Trump</strong> ha risposto negativamente, aggiungendo però che avrebbe studiato la questione. </p>



<p>C&#8217;è, tuttavia, chi fa notare come gli ambienti politici, di intelligence e di sicurezza di Pechino abbiano collegato la tempistica del riconoscimento del Somaliland da parte di Israele alla <strong>guerra di Gaza</strong>, allo sfollamento forzato dei palestinesi e ai piani di Tel Aviv – con il sostegno degli Stati Uniti – di sviluppare il <strong>sistema di difesa T-Dom</strong> <a href="https://it.insideover.com/difesa/uno-scudo-di-ferro-anti-cina-lasse-invisibile-tra-israele-e-taiwan.html">taiwanese principalmente per contrastare Pechino</a>. I rapporti tra Cina e Israele <a href="https://it.insideover.com/auto/perche-lesercito-israeliano-ha-messo-nel-mirino-le-auto-cinesi.html">sono sempre più freddi&#8230;</a></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251021103545306_362f24f5c3b08761a4174b2fe5cf3989-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-490598" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251021103545306_362f24f5c3b08761a4174b2fe5cf3989-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251021103545306_362f24f5c3b08761a4174b2fe5cf3989-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251021103545306_362f24f5c3b08761a4174b2fe5cf3989-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251021103545306_362f24f5c3b08761a4174b2fe5cf3989-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251021103545306_362f24f5c3b08761a4174b2fe5cf3989-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/OVERCOME_20251021103545306_362f24f5c3b08761a4174b2fe5cf3989.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-cina-e-israele-sono-ai-ferri-corti-sul-somaliland.html">Perché Cina e Israele sono ai ferri corti sul Somaliland</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Somaliland, Gaza e il Corno d’Africa: il conflitto mediorientale traccia una nuova geografia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/somaliland-gaza-e-il-corno-dafrica-il-conflitto-mediorientale-traccia-una-nuova-geografia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 10:30:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="800" height="450" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/somalia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Somalia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/somalia.jpg 800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/somalia-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/somalia-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/somalia-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/somalia-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele aerea la strada a un allargamento del conflitto mediorientale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/somaliland-gaza-e-il-corno-dafrica-il-conflitto-mediorientale-traccia-una-nuova-geografia.html">Somaliland, Gaza e il Corno d’Africa: il conflitto mediorientale traccia una nuova geografia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="800" height="450" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/somalia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Somalia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/somalia.jpg 800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/somalia-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/somalia-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/somalia-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/somalia-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>Le dichiarazioni del presidente della Somalia, <strong>Hassan Sheikh Mohamud</strong>, non sono una semplice presa di posizione diplomatica. L’accusa secondo cui Israele starebbe preparando il trasferimento forzato di palestinesi in Somaliland introduce un elemento di rottura che va ben oltre la crisi di Gaza. Per Mogadiscio, la questione non riguarda solo la Palestina, ma l’integrità territoriale somala e l’equilibrio strategico del Corno d’Africa.Il riconoscimento formale del Somaliland da parte di Israele, primo e unico Stato a farlo, viene letto come la legittimazione politica di un processo che da oltre trent’anni nessun attore internazionale aveva voluto sancire apertamente. Da qui il sospetto, o l’accusa diretta, che dietro il riconoscimento si celi uno scambio strategico.</p>



<p>Secondo il presidente somalo, l’intelligence di Mogadiscio avrebbe individuato tre condizioni accettate dal Somaliland in cambio del riconoscimento: <strong>il reinsediamento di palestinesi provenienti da Gaza, la concessione di una base militare israeliana sul Golfo di Aden e l’adesione agli Accordi di Abramo.</strong> Anche se Hargeisa evita di commentare apertamente l’ipotesi del trasferimento di popolazione, la disponibilità ad aderire agli accordi di normalizzazione con Israele è stata confermata. Il punto centrale non è tanto la veridicità immediata di ciascun dettaglio, quanto la logica che li tiene insieme. Il Somaliland offre territorio e posizionamento strategico in cambio di legittimità internazionale. Israele, a sua volta, acquisirebbe una piattaforma avanzata in una delle aree marittime più sensibili del pianeta.</p>



<p>Il Golfo di Aden e il Mar Rosso non sono semplici corridoi commerciali: sono <strong>arterie vitali che collegano Mediterraneo, Oceano Indiano e Golfo Persico.</strong> Avere una presenza militare stabile lungo queste rotte significa poter influenzare flussi energetici, traffici commerciali e dinamiche di sicurezza regionale. È in questo quadro che le parole di Mohamud assumono un significato più ampio. Il timore di Mogadiscio è che la questione palestinese venga utilizzata come leva per ridefinire gli equilibri del Corno d’Africa, inserendo un nuovo attore militare in una regione già segnata da fragilità statali, rivalità regionali e presenze straniere.</p>



<p>L’ipotesi di uno spostamento forzato dei palestinesi da Gaza non è nuova. Negli ultimi mesi sono emersi piani, proposte informali e documenti trapelati che parlano di trasferimenti temporanei o permanenti. Ma il diritto internazionale è netto. <strong>La Quarta Convenzione di Ginevra vieta esplicitamente il trasferimento forzato di popolazioni civili dai territori occupati,</strong> indipendentemente dalla destinazione.Per questo, le accuse somale non si limitano a una contestazione politica, ma chiamano in causa direttamente la legalità internazionale. Qualsiasi piano che preveda lo spostamento permanente dei palestinesi fuori da Gaza configurerebbe una violazione grave del diritto umanitario, con possibili implicazioni penali a livello internazionale.</p>



<p><strong>La condanna del riconoscimento israeliano del Somaliland è stata ampia.</strong> Unione Africana, Lega Araba e Unione Europea hanno espresso critiche esplicite, mentre il presidente della Turchia, <strong>Recep Tayyip Erdogan,</strong> ha parlato di una decisione “illegittima e inaccettabile”, capace di destabilizzare l’intero Corno d’Africa.Anche in sede ONU la mossa israeliana ha incontrato una forte opposizione, con la maggioranza dei membri del Consiglio di Sicurezza che ha espresso preoccupazione. Il fatto che gli Stati Uniti non abbiano condannato apertamente il riconoscimento, pur dichiarando invariata la propria posizione sul Somaliland, aggiunge un ulteriore livello di ambiguità strategica.</p>



<p>La vicenda segnala un passaggio chiave: <strong>il conflitto israelo-palestinese non resta più confinato al Medio Oriente, ma si proietta in Africa orientale</strong>, intrecciandosi con questioni di sovranità, basi militari e controllo delle rotte marittime. Il Somaliland diventa così una pedina in una partita molto più grande, dove riconoscimento politico, sicurezza e gestione delle popolazioni si sovrappongono. Per la Somalia, la posta in gioco è esistenziale. Per Israele, strategica. Per la comunità internazionale, il rischio è quello di <strong>normalizzare soluzioni che aggirano il diritto internazionale in nome della realpolitik</strong>. È questo il vero punto di frattura: non solo dove finiranno i palestinesi di Gaza, ma quale ordine internazionale emergerà da scelte che trasformano crisi umanitarie in strumenti geopolitici.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/somaliland-gaza-e-il-corno-dafrica-il-conflitto-mediorientale-traccia-una-nuova-geografia.html">Somaliland, Gaza e il Corno d’Africa: il conflitto mediorientale traccia una nuova geografia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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