L’estate, e in particolar modo il mese di agosto, è quel breve periodo dell’anno in cui le città sembrano spegnersi gradualmente: tutto rallenta, quasi fino ad arrestarsi, in una sorta di lenta modalità “a risparmio energetico”, perché la maggior parte delle persone migrano per raggiungere le destinazioni preferite delle vacanze. Che si tratti di passare l’estate nella quiete della città semi deserta, sotto l’ombrellone di un torrido lido mediterraneo, alle fresche pendici di una montagna o in una destinazione esotica, quale miglior momento per prendersi del tempo per sé e leggere?
L’occasione perfetta per recuperare quel romanzo che volevamo leggere da tanto tempo, ma durante l’anno non siamo mai riusciti; per approfondire un tema importante di cui sappiamo ancora troppo poco o, perché no, rileggere il nostro autore preferito. Ecco allora una piccola selezione di consigli di lettura, tra classici e contemporanei, nuove uscite e autori intramontabili e soprattutto, una prospettiva possibile per cercare di dare un senso ad alcune dinamiche difficili del passato e del futuro, partendo dal nostro presente.
Foa e Albanese, letture dolorose ma necessarie
Non è per niente facile trovare un modo per raccontare quello che sta accadendo in Palestina, e in particolar modo a Gaza, anche in questo momento. Non è per niente facile, del resto, accettare che sotto ai nostri occhi, anche per quelli che non lo vogliono vedere, sia in atto uno dei crimini più feroci della nostra storia recente: il genocidio della popolazione palestinese, perpetrato dalle forze armate israeliane. Un tema difficile e doloroso, che tra tanti autori e autrici, studiosi e storici, in Italia è stato ben documentato da due donne: Anna Foa, scrittrice e storica di origine ebraica, vincitrice del Premio Strega saggistica 2025 con Il suicidio di Israele (Laterza) e Francesca Albanese, giurista, studiosa, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nel territorio palestinese occupato con Quando il mondo dorme (Rizzoli).
Due letture complesse ma proprio per questo necessarie, al fine di comprendere le ragioni storiche dietro alle tante e assurde dinamiche quotidiane, le privazioni e le occupazioni a cui è sottoposta la popolazione palestinese, a partire non dal 7 ottobre 2023, ma già dal secolo scorso, ovvero dalla creazione di Israele e dalle frizioni della prima guerra arabo-israeliana.

Anna Foa, che su queste pagine abbiamo anche intervistato, con Il suicidio di Israele ripercorre la storia dello Stato Ebraico e i drammatici passi e deviazioni che hanno portato allo strappo di oggi, in cui è sempre più difficile immaginare una soluzione pacifica, senza sradicare quel seme di odio piantato già dalla costituzione di Israele e da alcuni dei fondatori del pensiero sionista. Francesca Albanese, invece, in Quando il mondo dorme racconta la difficoltà della vita in Palestina, a partire dalla sua esperienza come relatrice speciale in contatto con decine di sfollati, madri, bambini, ma anche artisti e giornalisti, con le loro drammatiche storie che testimoniano quel che sta accadendo in Medio Oriente.
“È quando il mondo dorme che si generano i mostri. Di mostri ne abbiamo già parecchi, tra noi. Prima di tutto, la nostra indifferenza.” Quando il mondo dorme (Rizzoli), Francesca Albanese

Kurkov: nonostante la guerra, la vita può ricominciare
Andrei Kurkov è considerato, a pieno titolo, uno dei più brillanti autori ucraini contemporanei. Tra i suoi numerosi scritti sul dramma della guerra in Ucraina, un romanzo in particolare spicca sopra agli altri, per l’incredibile capacità di raccontare un evento tanto drammatico con una narrazione sorprendentemente delicata e toccante. Api grigie (Keller) è un romanzo duro, ma allo stesso tempo meravigliosamente dolce; malinconico ma anche in grado di ridare speranza, addolcendo la sensazione quotidiana, rumorosa e persistente, della guerra in Ucraina al suo confine più orientale. I boati che rimbombano, i vetri rotti per le esplosioni delle granate, il dolore per i morti, i feriti, le casupole coi giardini abbandonate nei villaggi – villaggi che esistono per davvero – vengono messi a tacere, coperti, dimenticati, seppur per un istante, dal tenue ronzio delle api. I piccoli insetti simbolo della vita, nella loro operosa semplicità. Api grigie è un romanzo molto intenso che lascia una lunga scia dietro di sé: c’è ancora umanità nei terreni della “zona grigia”, quella tra l’Ucraina e i separatisti filorussi?

Leggendo Api grigie la sorpresa è duplice: da una parte si ha la sensazione di star leggendo un romanzo di altri tempi, quasi un classico, che narra di una vita lenta e dimenticata in un passato lontano, salvo poi avere un’altra impressione, quella di star leggendo invece la cronaca del conflitto attuale, che dai paragrafi dei giornali e dei report di guerra si trasferisce nel piccolo villaggio di Malaja Starogradovka, per poi andare a Melitopol’, Svetloe, Veseloe, verso ovest, fino tornare indietro a est, in un villaggio tataro della Crimea, immersi nella vita del povero apicoltore Sergej Sergeic, con la sua solitudine, le sue arnie curative, la flebile luce delle sue candele in mancanza di elettricità e l’inesorabile abbandono, alla morte, ma soprattutto alla vita.
“D’estate godeva del ronzio delle api, d’inverno del silenzio e della calma, dei campi imbiancati dalla neve e dell’immobilità del cielo grigio. Avrebbe potuto continuare così per tutta la vita, ma il destino aveva deciso diversamente. Qualcosa si era rotto nel Paese, a Kiev, dove c’era sempre una cosa o un’altra che non andava. Si era trattato di una rottura tale che il Paese intero, al pari di un vetro infranto, si era riempito di dolorose crepe da cui scorreva il sangue. Era scoppiata una guerra, il cui senso, a tre anni di distanza, restava per Sergeič ancora nebuloso.” Api Grigie (Keller) Andrei Kurkov
Miljenko Jergovic: fine di un’infanzia e di un mondo
Pubblicato per la prima volta nel 1994, Le Marlboro di Sarajevo (Bottega Errante) è il canto corale di Miljenko Jergovic, brillante autore contemporaneo bosniaco, che racconta in una maniera estremamente umana e personale uno degli eventi storici che ha cambiato per sempre, e irrimediabilmente, la storia dei Balcani: le guerre che hanno portato alla dissoluzione della Jugoslavia, nel corso degli anni Novanta. Una serie di brevi racconti che passano dai momenti spensierati di un’infanzia, la giovinezza e i suoi primi amori, ai presagi che portano alla fine di un mondo. Ogni ricordo cerca di dare un senso a quel gioioso passato, che si è scontrato con la brutale insensatezza della guerra, modificando per sempre il destino di migliaia di persone.
“Pensavo a un miracolo guardando la mia casa e la mia macchina illese dopo quel giorno e quella notte allucinanti. Ma col tempo capii che in realtà nulla era salvo, semplicemente non era ancora giunta l’ora del commiato. Quella sarebbe giunta piano, avrei dovuto sentirla in ogni piega per poi capire che in questa città, oltre alla gente trucidata e scannata, oltre alle case distrutte e all’infanzia dimenticata, non ci resta più niente, salvo, forse, un sacco di carne viva che si nutre del dolore per le piccole cose perdute, e che, dinanzi alle cose grandi della vita, trema, come il motore prima di spegnersi.” Le Marlboro di Sarajevo (Bottega Errante), Miljenko Jergovic

Harvey: la fascinazione per lo spazio e gli astri
Orbital (Enne Enne Editore) di Samantha Harvey è un romanzo breve, costellato però da centinaia di riferimenti storici, scientifici, letterari, che è una vera e propria carezza all’anima. Vincitore del Booker Prize 2024, cattura da subito l’attenzione per la sua cornice sci-fi: sei astronauti provenienti da America, Russia, Italia, Gran Bretagna e Giappone intraprendono un’importante missione cosmica per studiare le delicate dinamiche ed equilibri terresti da fuori, osservando la Terra da una stazione spaziale ruotante.
Tuttavia, Orbital è molto più di un semplice racconto fantascientifico, dato che via via che il viaggio attorno al “pianeta blu” prosegue, si dispiegano tante piccole storie di fragilità personali, di familiari che si trovano lontano, di vite che si spezzano, ma anche la fragilità del nostro stesso pianeta, così insignificante nella prospettiva di vita quotidiana, ma così importante quando viene invece osservato dall’esterno, testimonianza del miracolo della vita e della natura, che devono essere protette a tutti i costi. Un piccolo romanzo scritto e pensato in lingua inglese, preceduto da alcuni approfonditi studi scientifici che l’autrice ha compiuto per cercare di raccontare al meglio le reali dinamiche della vita di un cosmonauta, che nella traduzione italiana a cura di Gioia Guerzoni è reso così bene, da far dubitare che non sia stato pensato in lingua italiana, con un linguaggio che, pur restando in prosa, accarezza note intime come fosse un testo poetico. Una lettura adatta a chi vuole riscoprirsi un po’ sognatore, e per capire quanto il nostro pianeta sia fondamentale, per tutti noi.
“Nel giro di poco tempo, si fa strada in tutti loro un desiderio. È il desiderio, o meglio il bisogno (alimentato dal fervore) di proteggere questa Terra enorme e minuscola. Quest’adorabile sfera, bizzarra e miracolosa. Che data la scarsità di alternative, è inconfondibilmente casa. Un luogo senza limiti, un gioiello sospeso, così sorprendentemente luminoso. Non potremmo vivere in pace gli uni con gli altri? E con la Terra? Non è un desiderio ardente, ma una supplica disperata. Non possiamo smettere di tiranneggiare, distruggere, saccheggiare e sperperare quest’unica cosa da cui dipende la nostra vita?” Orbitai (Enne Enne Editore), Samantha Harvey

Nori: la bellezza della lingua e della poesia
Di Chiudo la porta e urlo (Mondadori) si è parlato molto negli ultimi mesi, anche dato che si è classificato al quarto posto del Premio Strega 2025. Un libro che è in primis una dedica alla poesia di Raffaello Baldini, che riesce però a essere molto più di una semplice biografia letteraria, trasformandosi in un divertente e malinconico inno alla Letteratura, nel senso più ampio del termine, creando una serie di inedite connessioni tra Milano, Parma e Sant’Arcangelo di Romagna, con San Pietroburgo e le grandi voci della letteratura russa a cui Paolo Nori ci ha ormai abituati da tempo. Così oltre alla poesia in dialetto di Baldini, riecheggiano anche Dante, Manzoni, ma anche l’Achmatova e persino l’amorevole njanja di Aleksandr Puskin, una semplice serva della gleba che gli ha insegnato un po’ di quella magica lingua che ha reso grande la letteratura russa nel mondo. Il tutto alternato a frammenti di vita intima di Paolo, come l’amata casa d’infanzia dei Nori che è come “una scatola di bottoni”, e l’affetto per la nonna Carmela il cui dialetto diventa un linguaggio universale che fa da filo conduttore per riuscire a comprendere i libri, la vita, il mondo.
“Ero disperato, ero così messo male, ero così con le spalle al muro che ho trovato il coraggio di provare a vedere se riuscivo a far diventare la mia passione, la letteratura, il mio mestiere.” Chiudo la porta e urlo (Mondadori), Paolo Nori

Gospodinov: fare i conti con la perdita di un padre
Tra le voci del panorama letterario est europeo, Georgi Gospodinov è senz’altro tra gli autori più peculiari e interessanti, e tra i pochissimi autori bulgari a essere stati tradotti in Italia. Dopo i successi dei romanzi Fisica della malinconia e Cronorifugio, per cui Gospodinov si è aggiudicato il primo posto al Premio Strega europeo 2021, nel 2025 è uscito il suo ultimo romanzo: Il giardiniere e la morte (Voland). Un libro che lo stesso autore ha definito come conclusivo, e una sorta di “terzo capitolo” dei due libri precedenti, creando un’inedita trilogia che riflette diverse fasi e aspetti della vita umana: i sogni dell’infanzia di Fisica della malinconia, il ricordo del passato e lo scorrere del tempo durante la vecchiaia di Cronorifugio e la morte dell’ultimo libro.
Il giardiniere e la morte racconta in un modo sorprendentemente leggero e malinconico quanto sia difficile accettare la morte del proprio padre. Un padre amorevole, una volta forte, presente, apprensivo, che via via che la vita prosegue, si spegne nel suo profumato giardino, consumato da un male incurabile. Un romanzo insolito, duro, ma anche sorprendentemente dolce, che spazia tra il memoir, il diario con forti cenni autobiografici, sul cui sfondo, però, si sente anche riecheggiare la storia della Bulgaria, dal passato socialista di un tempo, ai giorni nostri.
“È facile ammazzare il proprio padre, ma è difficile capirlo.” Il giardiniere e la morte (Voland), Georgi Gospodinov

Recuperare i classici, da Dostoevskij a Dovlatov
Nel bene e nel male, negli ultimi anni la fascinazione per l’est è aumentata notevolmente, complici anche i drammatici eventi come la guerra in Ucraina, o i tristi anniversari come il trentennale del genocidio di Srebrenica l’11 luglio 2025. Ma per fortuna, l’”Est” in senso ampio, non ha solo eventi drammatici da raccontare e tramandare, ma anche libri e storie meravigliose da (ri)scoprire. Tra i tanti classici che è possibile recuperare in vacanza, ecco allora due consigli tipicamente estivi: Le notti bianche del grande Fedor Dostoevskij e La valigia di Sergej Dovlatov.
Disponibile in moltissime edizioni differenti in lingua italiana, Le notti bianche è il è forse il più romantico e sognante tra i romanzi di Dostoevskij, che racconta la bellezza degli amori impossibili. Le notti bianche ci immerge nei bagliori estivi di San Pietroburgo, dove, lungo la Neva, la Fontanka e gli altri fiumi e canali della città, il sole non tramonta mai, nemmeno durante la notte, in una meravigliosa atmosfera dai toni rosa, viola e blu. Tra interminabili passeggiate notturne e chiacchere, il protagonista s’innamora, senza speranza, della giovane Nasten’ka, il cui cuore appartiene però a un altro.

Infine, una lettura per chi sa ridere delle proprie disgrazie: La valigia (Sellerio), di Sergej Dovlatov, brillante autore sovietico, di origine ebrea e armena, tra i più interessanti nel panorama letterario russo del secondo Novecento. Cosa metteremmo nella nostra valigia estiva, se sapessimo di non tornare mai più indietro nella nostra patria?
Se siete in partenza, o già partiti, e la valigia l’avete necessariamente con voi, avrete minuziosamente selezionato gli oggetti da portare: spazzolino e dentifricio, calzini, caricabatterie, eccetera eccetera. Ecco che il pretesto di questo libro è lo stesso: Sergej Dovlatov parte, nella finzione letteraria, ma anche nella realtà, per andare a vivere negli Stati Uniti, come tanti altri emigranti russi e sovietici. Nel suo caso non si tratta però da una fuga dalle persecuzioni e dalla censura, come fu per molti altri suoi contemporanei, ma piuttosto di una scelta maturata proprio perché era e si sentiva “diverso”. Ecco, quindi, che nei racconti de La valigia ogni oggetto ritrovato proprio sul fondo di una vecchia valigia, gli ricorda della sua così diversa vita sovietica, che lui rammenta; e noi, lettori curiosi scopriamo invece, com’era: una vita bizzarra, fatta di compromessi, ma anche di comiche assurdità, nella sua semplice e faticosa quotidianità.
“Osservai la valigia vuota. Sul fondo Marx. In cima Brodskij. E tra loro la mia unica, inestimabile, irripetibile esistenza…” La valigia (Sellerio), Sergej Dovlatov


