Il mondo secondo Putin, ovvero: i 25 anni che hanno cambiato la Russia

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Il quarto di secolo dal 1999 al 2024 ha visto lo sdoganamento della rivalità strategica tra l’Occidente e i suoi avversari sistemici, a partire dalla Russia. Dal tramonto del progetto del Nuovo secolo americano, impantanatosi tra le guerre mediorientali di inizio secolo e la Grande Recessione, è emersa una graduale transizione multipolare in cui c’è stato spazio anche per sdoganare la strategia geopolitica della Russia. Ovvero l’obiettivo di costruire quello che è pensato essere “il mondo secondo Vladimir Putin“. Non solo un progetto per una Russia centrale e strategicamente competitiva dopo la fine della Guerra Fredda ma anche una visione sistemica per l’ordine delle potenze, i rapporti tra Mosca e il resto del mondo, le organizzazioni transnazionali, gli equilibri finanziari.

E proprio Il mondo secondo Putin – Dalla rivincita sugli Stati Uniti al sogno del multipolarismo si intitola l’ultimo saggio di Emanuel Pietrobon, analista geopolitico, vicepresidente e co-fondatore del think tank MasiraX e storica firma della nostra testata, pubblicato da Castelvecchi. Nel saggio Pietrobon offre un resoconto storico e geopolitico di questo ultimo quarto di secolo, sottolineando come la Russia sia cambiata da quel fatidico 31 dicembre 1999 in cui Boris Eltsin passò la guida del Cremlino all’ex assistente dell’amministrazione municipale di San Pietroburgo divenuto zar dell’Fsb, l’intelligence interna, e infine primo ministro.

Pietrobon traccia un percorso nella costituzione dell’agenda strategica del capo di Stato russo in risposta ai diversi traumi geopolitici vissuti dalla Russia nel decennio precedente la sua ascesa: la marginalizzazione, la fine della primazia nell’estero vicino, l’espansione della Nato e, da ultimo, lo “schiaffo di Belgrado” dell’anno del destino, quel 1999 iniziato col via libera della Nato ai bombardamenti sulla Serbia nella guerra in Kosovo senza consultare la Russia e finito proprio con la transizione a Mosca. Il Putinverso si è consolidato sommando rafforzamenti dell’esecutivo in patria e una visione capace di unire la corsa alla costruzione dell’alternativa agli Usa, una visione nazionalista spinta e un’ottimizzazione della proiezione militare e geopolitica di Mosca in politica estera, almeno fino alla rottura del 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione dell’Ucraina che ha messo in discussione quanto costruito in due decenni di leadership.

Pietrobon sottolinea i punti chiave del Putin-pensiero in diverse basi ideologiche: “antioccidentalismo a geometria variabile, conservatorismo sociale di stampo abramitico, eccezionalismo russo, eurasismo, messianismo dalle tinte apocalittiche”, in un contesto in cui anche il passato è presente e dalla storia russa si può pescare tra gli esempi a piacimento. Ad esempio, i grandi zar dell’espansione della Russia, da Pietro il Grande a Nicola I, possono esser ritenuti più funzionali di Nicola II, ultimo imperatore travolto dalla Rivoluzione. E nei ricordi rivoluzionari a Putin fa più gioco il ricordo di Stalin, comandante militare che ha sconfitto il nazismo, nonostante purghe e gulag, rispetto a quello di Lenin, ritenuto federalizzatore e dunque depotenziatore dell’ex impero.

In sostanza, il libro di Pietrobon evidenzia l’emergere di un “Putin collettivo”, di una somma tra le capacità del presidente russo e le ambizioni dei siloviki, gli uomini forti emersi ai vertici della Difesa, delle società di Stato, dell’intelligence nell’ultimo quarto di secolo, che hanno costruito un progetto politico di sostegno al nazionalismo putiniano sperando che “avrebbe consentito alla Russia di avere la meglio nella rivincita per la sconfitta disonorevole della Guerra Fredda”. Sommando, scrive l’autore, “i valori tradizionali per rinvigorire l’homo russicus sfibrato e secolarizzato” nell’era sovietica, il “culto della Grande guerra patriottica” contro la Germania nazista “per dare coesione alla multi-nazione russa”, “il sempreverde anti-occidentalismo per pescare alleati con cui costruire una coalizione di rancorosi contro lo strapotere” di Washington.

Venticinque anni dopo il cruciale 1999, a che punto è il mondo secondo Putin? La Russia, dopo due anni di guerra in Ucraina, è sostanzialmente compatta dietro il comandante in capo; a livello geopolitico, Mosca ha dovuto plasmare un asse di comodo, profondamente sbilanciato, con la più produttiva, ricca e arrembante Cina diventandone, al contempo, un satellite economico-industriale e un garante geopolitico nei grandi spazi euroasiatici contro la possibile assertività di Washington.

L’influenza di Mosca è in calo nello spazio post-sovietico ma ai massimi da decenni nel fu “Terzo Mondo”, dall’Africa all’America Latina. Gruppi come i Brics ottengono una crescente soggettività, va pesato il ruolo della neutralità indiana nell’ordine mondiale ma al contempo è pur vero che la guerra in Ucraina ha rivitalizzato la Nato. Spingendo i Paesi alleati degli Usa a riarmarsi usando Mosca come spauracchio. E Putin come nemico perfetto.

Dall’esito del conflitto in Ucraina, che potrà essere concluso solo per via politica e non militare, dipenderà molto del giudizio finale del percorso che ha consolidato il mondo secondo Putin. Estremo tentativo russo di trovare un potere frenante, un katehon, a trend economici, geopolitici e strategici che da trent’anni vedono un ridimensionamento del peso russo negli affari globali. A cui la Russia vuole rispondere puntando sulla trasformazione multipolare del mondo per aver ancora voce in capitolo. Giocando con Putin tutte le carte, forse le ultime, per ricordare di esser stata e potenzialmente essere ancora una protagonista attiva della storia.