Tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta del secolo scorso, nel cuore dell’Unione Sovietica, Michail Bulgakov scrisse uno dei più grandi capolavori della letteratura russa moderna: Il Maestro e Margherita. Un romanzo storico, satirico, politico, ma anche magico e soprattutto “la più grande storia d’amore di tutti i tempi”, come lo ha definito il professor Alessandro Barbero.
Un’opera dagli intrecci complicati, ambientato nella Mosca sovietica in pieno stalinismo, con l’imperversare della censura, ma anche inedite suggestioni epiche, bibliche e persino diaboliche dal gusto faustiano. Un libro “maledetto” che il suo autore, il grande Bulgakov, non riuscì mai a vedere pubblicato finché rimase in vita, dato che fu vittima di una pesante censura, diffuso solo in clandestinità (ovvero in samizdat letteralmente “pubblicarsi da sé”), creando un triste parallelismo tra il destino del protagonista – il Maestro – e il suo autore. Il Maestro e Margherita uscì infatti in edizione integrale in Unione Sovietica solo nel 1989, all’alba della caduta del Muro di Berlino.

Oggi il capolavoro di Bulgakov rivive sullo schermo nella nuova pellicola di Michael Lockshin. Un film ambizioso, prodotto in Russia e uscito al cinema in Italia a partire dal 19 giugno, presente in oltre 90 sale, grazie alla distribuzione di Be Water Film. La pellicola, tuttavia, sin dal suo principio, non ha avuto uno sviluppo facile, rischiando di non vedere mai la luce.
Il caso del film in Russia: fra successo e boicottaggio
Ideata a partire dal 2019, è stata completata da Michael Lockshin solo alla fine del 2023, uscendo al cinema in Russia nel gennaio del 2024. Una produzione inizialmente sovvenzionata anche da fondi pubblici russi, con un cast eccezionalmente internazionale, che però, con il cambiamento degli equilibri geopolitici, si è scontrata con numerosi problemi. Michael Lockshin si è infatti sin da subito confrontato con le difficoltà tecniche di rendere un romanzo così articolato sullo schermo, ma soprattutto, con la critica politica della stampa e dell’intellighenzia russa più vicina al Cremlino.
Uscito al cinema in Russia nel 2024, a due anni dall’invasione russa dell’Ucraina del 2022, il film del Maestro e Margherita era stato in un primo momento promosso in patria, attraverso una gigantesca campagna di marketing, salvo poi essere accusato di essere “antirusso” e “anti sovietico” e rischiare la censura, in una bizzarra sovrapposizione storica con il destino del romanzo. Questo perché Michael Lockshin si è sin da subito espresso in maniera molto critica verso la guerra della Russia in Ucraina – la cosiddetta “operazione militare speciale” – suscitando l’ira della destra russa più nazionalista che ha avviato una vera e propria campagna diffamatoria contro il regista, invitando il pubblico a boicottare la visione del film. Non a caso, il regista ha lasciato da tempo la Russia, anche a causa dell’accusa di essere un “agente straniero” e un estremista.
D’altra parte, proprio a causa della guerra in Ucraina, con le numerose sanzioni occidentali, e la rottura di ogni tipo di rapporto politico, diplomatico, ma anche culturale tra Russia e Occidente, era impensabile che un film russo potesse giungere al cinema da noi, in Europa e in Italia, in un clima di piena ostilità. Eppure, ogni tanto, nonostante tutto, avvengono anche dei piccoli “miracoli”: situazioni in cui la cultura riesce ancora ad avere la meglio sulla politica, abbattendo la coltre di giudizi e pregiudizi, le barriere ideologiche, geografiche e storiche.


Il Maestro e Margherita: una critica storica di respiro internazionale
Il Maestro e Margherita è un film eccezionalmente articolato della durata di 157 minuti, che riesce nell’ardua impresa di condensare un romanzo dalla trama così complessa, sviluppatta su tre filoni tematici, aggiungendo però anche un’originale prospettiva che sovrappone la triste vita di Michail Bulgakov a quella del suo protagonista, lo scrittore chiamato “il Maestro”, interpretato dall’attore russo Evgeniy Tsiganov. Lo spettacolo del Maestro su Ponzio Pilato – a cui nel film dà volto l’attore danese Claes Bang – diventa infatti un’opera “impubblicabile”, che condanna il suo autore alla solitudine e alla miseria.
Un destino che nella realtà si abbatté, per anni, proprio su Michail Bulgakov, censurato e deriso al punto da arrivare a scrivere una lettera disperata alle autorità sovietiche e in particolare al PC dell’Urss, chiedendo il permesso di poter lasciare il Paese, non vedendo prospettive per il suo lavoro di scrittore. Un destino che vediamo espresso anche nell’originale adattamento di Michael Lockshin in cui tra le iconiche citazioni del romanzo, ci sono anche messaggi inediti che provano a ridare speranza nel clima di generale oscurantismo: “se un vero scrittore tace, muore”.

La pellicola, oltre a riportare magistralmente l’ambientazione storica dell’Unione Sovietica del primo Novecento, è anche di respiro internazionale: il temibile mago Woland, ovvero il diavolo che si abbatte sopra Mosca per mettere alla prova il nuovo “uomo sovietico” slegato dai bisogni materiali, è interpretato dall’affascinante attore tedesco di fama internazionale August Diehl, e i dialoghi durante tutto il film passano rapidamente dal russo al tedesco, dall’ebraico al latino, fino al francese, tra le ambientazioni di Mosca, la Galilea di Ponzio Pilato e Yeshua Hanozri e le oscurità infernali delle scene del “Ballo di Satana”. Dialoghi che è possibile ascoltare in lingua originale, con sottotitoli in italiano, in alcuni cinema.
La protagonista femminile è invece la magnetica Julia Snigir’, ovvero Margherita: eroina coraggiosa, orgogliosa e dallo sguardo malinconico, è disposta a tutto pur di riavere l’amore del suo amante, il Maestro, persino a un patto con il diavolo.
Una pellicola magica, ultramoderna, ricca di effetti speciali che interpreta il classico di Bulgakov in maniera rinnovata ed eclettica, immergendo lo spettatore in una riconoscibile atmosfera moscovita e sovietica, tra poster comunisti, busti di Lenin, gli Stagni del Patriarca dei primissimi capitoli del romanzo, a cui si aggiunge anche una netta critica verso la censura sovietica dell’epoca e verso i peccati di cui tutti gli uomini – sovietici e non – si sono macchiati dall’alba dei tempi: superbia, avarizia, lussuria, inividia.
Una pellicola densa, sofisticata ed emozionante, che soddisfa in pieno le aspettative di lettori e appassionati, affermando il potere della letteratura sopra a ogni cosa, anche la frattura della guerra: perché, come scrisse anche Michail Bulgakov, “I manoscritti non bruciano”.

