Se ne parla da diversi anni come di una sorta di leggenda. Una di quelle operazioni di spionaggio uscite dalla penna di Ian Fleming. Eppure, scavando tra le carte giudiziarie di alcune delle stragi che hanno insanguinato la nostra storia repubblicana, stando alle rivelazioni di ex appartenenti ai servizi segreti, è tutto vero: la diffusione massiccia dell’eroina in Italia, tra il 1974 e il 1975, rientrerebbe in una strategia di controllo delle masse e di gestione della contestazione giovanile post ’68, figlia di una Guerra Fredda che ha giustificato alcuni tra i più tragici esperimenti d’intelligence mai partoriti da mente umana. Parliamo dell’Operazione Blue Moon.
Di questa operazione, ideata da uomini della CIA e di cui erano a conoscenza uomini degli apparati italiani, si torna a parlare grazie a un libro di recentissima pubblicazione: “Il figlio peggiore“, del giornalista Peter D’Angelo e dello scrittore e documentarista Fabio Valle. Edito da Fandango Libri, Il figlio peggiore è un romanzo che, traendo spunto da una realtà ricostruita attraverso i documenti dell’epoca, racconta il dramma dell’esplosione dell’eroina tra i giovani italiani e il tentativo vano di alcune persone di capirci qualcosa.
Perché il sospetto che dietro questa improvvisa epidemia ci fosse qualcosa di organizzato alcuni lo ebbero sin da subito. Ma queste persone – giornalisti, attivisti, investigatori non compromessi – nei migliori casi non giunsero a nessuna conclusione, nei peggiori furono vittime di strani incidenti di percorso atti a farli desistere dal loro intento.
D’Angelo e Valle costruiscono una spy story corale, ricca di colpi di scena e costruita come un’inchiesta, ma senza la pretesa di esserlo. “Laddove la documentazione lasciava dei buchi – ci ha spiegato Peter D’Angelo – abbiamo fatto ricorso alla finzione narrativa, cercando di restare coerenti con il contesto”.
Per comprendere cosa sia stata l’Operazione Blue Moon bisogna calarsi nella realtà del tempo. Il ’68, con la sua forza motrice che aveva trascinato giovani di tutto il mondo in strada a protestare, a esigere un cambiamento epocale che in effetti ci fu, aveva lasciato un trauma profondo negli apparati di sicurezza che dell’ordine e della disciplina fanno un vero mantra. E se a questo trauma leghiamo il contesto storico, dove la Guerra fredda è in realtà molto più calda di quanto ancora oggi non si pensi, ne esce fuori un mix letale come l’eroina.
A tutto questo bisogna aggiungere il particolare ruolo dell’Italia: estrema propaggine dell’impero americano, frontiera con il blocco comunista (quello jugoslavo e quello sovietico), culla del più grande partito comunista d’Europa. Insomma, nel nostro Paese la contestazione giovanile andava fermata a tutti i costi, spenta, sedata. E allora ecco che nel 1974 un mare di eroina invade le strade delle grandi città, dalle periferie al centro, fino a sconfinare nelle province.
Nasce il mito nero dei “capelloni”, che sono tutti drogati. La paura del tossicodipendente si radica tanto a fondo nella coscienza collettiva grazie a un impressionante tam tam mediatico. I maggiori giornali dell’epoca creano un clima di allarmismo che oggi appare senza ombra di dubbio sovradimensionato. Più che cercare una soluzione al problema, lo si demonizza. In poche parole: l’Operazione Blue Moon riesce alla perfezione.
Come in ogni guerra non ortodossa, la paura si insinua tra ampie fasce di popolazione. Il sospetto e il pregiudizio prendono il sopravvento. La gente avverte forte un clima di insicurezza e invoca stabilità. Una stabilità che solamente il blocco democratico e atlantista, ovvero la DC, è in grado di garantire.
Libri come “Il figlio peggiore” ci ricordano che i giochi di potere sono spesso incomprensibili se non a grande distanza di tempo. Giochi crudeli, che – come in questo caso – hanno lasciato una lunga scia di morti. Una generazione falcidiata per garantire stabilità. Una stabilità con troppi scheletri nell’armadio.

