“Io non sono un imperatore come Putin o Trump”. Oppure: “Mi piacerebbe andare a Washington e incontrare di persona Trump, ma non per una stretta di mano e basta… Non sono Zelensky, non ho bisogno di inchinarmi e mendicare”. Ci si potrebbe fare un libro con le citazioni pittoresche di Aleksandr Lukashenko (o, come va di moda adesso tra quelli bravi, Aljaksandr Lukašėnka), eterno presidente-autocrate della Bielorussia (è al potere dal 1994) e protagonista misconosciuto della politica contemporanea. Come per Amintore Fanfani, ch’era sempre al centro della politica italiana, anche lui potrebbe essere definito “il signor Rieccolo”, perché tra una giravolta e l’altra resta sempre in sella.
Basti pensare che nel giro di un paio d’anni, appena arrivato al vertice, riuscì a scontrarsi con gli Usa (abbattuta una mongolfiera entrata per sbaglio nello spazio aereo bielorusso, uccisi due americani), con la Ue e di nuovo con gli Usa (organizzò un referendum per prolungare il proprio mandato e poi cacciò 89 deputati del Parlamento), a farsi espellere dal Fondo Monetario Internazionale e a far annullare le vittorie bielorusse alle Olimpiadi invernali di Nagano. Lui, imperterrito, espulse dalle loro residenze gli ambasciatori di Italia, Francia, Regno Unito, Usa, Germania, Grecia e Giappone.
Eppure, dopo tanti anni, tra ricorrenti crisi economiche, altrettanto ricorrenti repressioni interne ed elezioni truccate (quelle del 2020 sono state un caso internazionale), Lukashenko è ancora qui. E ambisce a trattare da pari a pari con Vladimir Putin e Donald Trump, al quale propone “un accordo di vasta portata”. Ce la farà anche questa volta?
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