La diplomazia, a oltre un mese dall’inizio della guerra, sembra effettivamente muoversi. Egitto, Turchia e Pakistan appaiono molto impegnati al momento per provare a mediare e a mettere tutti attorno a uno stesso tavolo. Tutti e tre i Paesi hanno rapporti importanti sia con gli Stati Uniti che con l’Iran e, soprattutto, tengono canali aperti con gli altri attori impegnati nel dossier: Russia e Cina. Da qui l’intensa attività diplomatica di cui però, almeno per il momento, non si conoscono molti dettagli.
Tuttavia, ci sono oggettivi ampi segnali di un rafforzamento dei rispettivi dispositivi militari. Qualcosa come 2.500 soldati appartenenti al gruppo anfibio della Uss Tripoli si trovano oramai nell’area operativa del Centcom. Lo spettro principale è rappresentato dalla possibile invasione statunitense dell’isola di Kharg, il lembo di terra iraniano nel cuore del Golfo Persico da cui passa il 90% del greggio esportato da Teheran. Ma sotto i riflettori ci sono anche le coste iraniane affacciate sullo Stretto di Hormuz. L’Iran vuole giocare fino in fondo questa carta, Washington vorrebbe riaprirlo il prima possibile: è su questo delicato equilibrio che si decideranno le sorti delle prossime settimane di guerra.