Il 22 marzo del 2024 i terroristi affiliati all’Isis compirono l’efferata strage al teatro Crocus City Hall di Mosca. Furono 149 i morti. E al tragico bilancio di vite umane, gli assassini, di certo senza prevederlo, ottennero un altro risultato: cambiare in modo radicale l’atteggiamento della Russia verso il più tradizionale serbatoio di reclutamento di lavoratori immigrati, l’Asia Centrale.
Gli attentatori erano quasi tutti originari del Tagikistan. Da quel giorno, sull’onda dello sdegno e dell’emozione collettiva, le autorità russe hanno cominciato ad applicare politiche sempre più restrittive, spesso repressive, a tratti xenofobe, proprio nei confronti di coloro che da anni costituiscono una forza lavoro di grande importanza.
All’arrivo in Russia, per fare un solo esempio, li attende una registrazione dei dati biometrici e l’inserimento, di queste e altre informazioni, in un database accessibile solo alla polizia. Sono sempre più numerosi i sindaci e i governatori che limitano per decreto le possibilità di lavoro degli immigrati (l’ultimo in ordine di tempo è stato Aleksandr Khinstein, governatore della regione di Kursk: niente lavoratori immigrati nei ristoranti, nei servizi di consegna e a guidare i taxi) e sempre più frequenti gli appelli ad abolire le norme che consentono il ricongiungimento familiare.
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